I robot asimoviani corrono lieti attraverso una metropoli che è fatta a loro misura. Tapis roulants, vertiginose scale mobili alla Escher, cunicoli aspiranti li conducono attraverso una città pianeta, in cui l’unica natura rimasta è quella del cemento e dell’acciaio. In Il Sole nudo il robot-detective R. Daneel Olivaw supporta un collega umano in un’indagine per omicidio, ma evidentemente è più a suo agio dell’umano nella metropoli futuristica in cui è ambientato il romanzo, e sarà dovuta principalmente a lui la soluzione del caso. Immagini di città future, per molti versi ingenue e divenute rapidamente retrò, ma in cui affiora, per la prima volta, l’idea di città non pensate per l’uomo, o cresciute a dispetto della presenza umana. Anticipazione di una situazione inedita, che vede rovesciarsi il rapporto tra tecnologie e città com’era stato lungamente concepito. Tutta una tradizione progressista, fin dall’Ottocento, aveva infatti visto nell’applicazione delle tecnologie un fattore decisivo di miglioramento delle condizioni di vita urbane, persino un’opportunità di attenuazione delle disuguaglianze sociali. Un progressismo tecnologizzante che ha le sue origini in epoca vittoriana, quando si ritenne che i national evils che affliggevano il Paese, e in particolare Londra, potessero essere risolti con l’introduzione di saperi tecnico-scientifici nuovi.
Oggi, in un presente in cui l’avvento del “millennio urbano” porta con sé una serie di problematiche che lo rendono, per molti abitanti delle Mega-Città, molto poco “urbano” – basti pensare alla mancanza di infrastrutture di trasporto adeguate, alla inadeguatezza dei servizi igienico-sanitari e dell’approvvigionamento di acqua potabile, alla mancanza di alloggi a prezzi accessibili, alla scarsa o nulla disponibilità di spazi verdi che flagellano molte delle metropoli – la questione delle tecnologie avanzate torna a essere centrale. I pianificatori e gli amministratori cercano, da tempo, soluzioni “intelligenti” per affrontare le sfide che si propongono e per attuare una gestione più efficace delle città. Così, negli ultimi decenni, un insieme di discorsi e di retoriche si è intrecciato intorno al termine di smart city, che ha finito per concentrare in sé aspettative e speranze, fondendo l’interesse spesso superficiale per le ultime scoperte scientifiche con la richiesta di efficientamento e di maggiore funzionalità che emerge dal basso, e ha spesso incrociato le tematiche della sostenibilità e della transizione energetica.
Quando, negli anni Novanta, si è cominciato a parlare di città smart, l’enfasi era posta sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, di cui veniva colto il potenziale trasformativo in relazione alle infrastrutture moderne e al loro possibile impatto sulla società. L’approccio, all’epoca, rimaneva prevalentemente “tecnico”, incentrato su aspetti pratici della vita urbana (trasporti, traffico, soluzione di problemi riguardanti logistica e sorveglianza). Nei decenni successivi il concetto si è andato maggiormente articolando, e si è cominciato a comprendere come l’avanzamento delle conoscenze scientifiche e la loro applicazione tecnica schiudesse possibilità di miglioramento della vita sociale delle città e della loro governance: governi e amministrazioni hanno lentamente compreso come dietro il concetto di smart city si potesse intravedere un percorso verso il progresso socioeconomico, in direzione di una migliore organizzazione urbana e qualità della vita dei cittadini. Ha cominciato così a muovere i primi passi un approccio alle smart cities orientato al dialogo e alla soluzione dei conflitti. Rigettando un approccio incentrato unicamente sulla tecnologia, si sono prese sempre più in considerazione le dimensioni sociopolitiche della governance urbana, essenziali per il funzionamento dei meccanismi di una democrazia deliberativa o comunque partecipata. Queste dimensioni avrebbero dovuto garantire la partecipazione pubblica, la trasparenza delle decisioni politiche, l’empowerment culturale dei residenti e l’equità delle procedure. Un insieme, quindi, di ottimi princìpi, che miravano a mettere in evidenza la necessità del coinvolgimento dei residenti in un processo decisionale organizzato, in cui i partecipanti approfondiscono le questioni, valutano soluzioni alternative e deliberano collettivamente prima di esprimere le proprie opinioni su a quali aspetti delle nuove tecnologie dare precedenza e quali implementare secondo le loro necessità.
La questione della governance si imponeva anche perché, col passare del tempo, diventava evidente come l’introduzione non governata di tecnologie intelligenti aumentasse il rischio che i gruppi digitalmente svantaggiati potessero essere esclusi dai benefici della trasformazione digitale. Così alcune amministrazioni si sono cimentate nell’avviare processi in grado di garantire una partecipazione civica di tutti i gruppi della popolazione, indipendentemente dalle loro competenze digitali di partenza. Negli ultimi anni, però, queste iniziative si sono diradate, mentre prevalevano i tecnicismi, e si moltiplicavano vacui “pacchetti smart”, venduti ad amministrazioni che poi li mettevano nel cassetto. Si affermava invece uno sfruttamento cinico dei dati dei cittadini, e una strumentalizzazione crescente del loro coinvolgimento in processi di partecipazione apparente, in cui giocavano per lo più unicamente un ruolo di ratifica ex post di scelte fatte al vertice. Al tempo stesso, perdeva progressivamente forza una prospettiva multidimensionale, di diffusione delle conoscenze e di democratizzazione del sapere scientifico, mentre le città intelligenti si palesavano sempre più come strutture tecnocratiche lontane dalla esperienza di vita della maggior parte degli abitanti, non solo dei gruppi marginali.
Uno slittamento estremamente pericoloso dato che la partecipazione pubblica allo sviluppo urbano è un elemento importante della democrazia e, parallelamente all’evoluzione delle città intelligenti e dell’e-governance, le tecnologie digitali dovrebbero essere in grado di generare nuove forme di consapevolezza e di impegno civico, facendo nascere nuove concezioni, ampliate, di cittadinanza di cui non si intravedono, però, neppure i pallidi albori. Negli ultimi anni, l’attenzione delle amministrazioni, più che sul progresso sociale, si è focalizzata sull’introduzione di tecnologie avanzate a fini di sorveglianza, con applicazioni molto discutibili e selettive del potenziale offerto dai progressi tecnologici. Si è molto discusso della liceità di questi interventi e di quanto siano lesivi delle libertà individuali. Si è arrivati a parlare di un “capitalismo della sorveglianza” e c’è stato anche chi ha sottolineato, energicamente, il prevalere di elementi distopici nel progetto di smart city, che starebbe sviluppandosi unicamente nella direzione di una protezione e salvaguardia del potere delle nuove élite nelle città.
L’inversione di rotta e il declino del partecipazionismo tecnologico hanno preso le mosse, una quindicina di anni fa, quando gli effetti della crisi del 2008 hanno ridimensionato le ipotesi partecipative, mentre si andavano accentuando invece le differenze nelle città e un mutamento nella stratificazione sociale. Jürgen Habermas, preoccupato, intravide e denunciò per tempo il pericolo di una svolta tecnocratica nel progetto delle smart cities, in un passo del suo libro sul futuro dell’Europa (Nella spirale tecnocratica, 2014). Ma anche queste considerazioni appaiono ormai limitate e vecchie, nel momento in cui l’intelligenza artificiale introduce un’accelerazione ulteriore nell’utilizzo del sapere, mette sul tavolo una potenza tale da eclissare le precedenti forze in azione, tanto da far parlare di un tramonto delle smart cities, di smart cities 2.0, o addirittura di città presto concepite e dirette dall’intelligenza artificiale. Sarà anche vero quel che ne dice Luciano Floridi, nel suo ultimo libro (La differenza fondamentale, 2026), che ne parla come di una “agency non consapevole”; ma nel frattempo ci si diverte a fare dialogare Claude con l’enciclica papale, e diviene sempre più chiaro il fatto che le città dell’intelligenza artificiale, quelle che si profilano all’orizzonte, potrebbero essere non tanto i paradisi robotici di Isaac Asimov, quanto le fortezze in cui si concentra e si rafforza il connubio tra i nuovi saperi e i nuovi poteri politici ed economici. Così, nel silenzio che sta calando sull’ipotesi partecipazionista delle smart cities, rischiamo di entrare disarmati nelle inquietanti città che ci aspettano, che potrebbero presto essere ideate e strutturate, a tutto vantaggio dei padroni del mondo, da intelligenze di cui ci è ancora occulto il principio.







