Lo scorso 27 maggio, ad appena un anno dalla rimozione dei talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche da parte di Mosca, il Cremlino ha firmato un accordo di cooperazione militare con Kabul. Secondo quanto riportato dall’agenzia russa Interfax, l’intesa è stata raggiunta nel corso di un incontro tra il ministro della Difesa dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, mullah Mohammad Yaqoob, e il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu. Durante i colloqui, Yaqoob ha sottolineato l’importanza delle relazioni con Mosca, affermando che Afghanistan e Russia condividono legami storici, e che il governo talebano intende rafforzare ulteriormente la cooperazione bilaterale. Da parte sua, Shoigu ha chiesto ai Paesi occidentali di sbloccare gli asset finanziari afghani, congelati dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, e di contribuire così alla ricostruzione del Paese, riconoscendo “pienamente la loro responsabilità per i danni inflitti all’Afghanistan in vent’anni di presenza”.
Il giorno successivo, il ministro talebano ha incontrato anche il viceministro della Difesa russo Vasily Osmakov. Le due delegazioni hanno discusso di sicurezza regionale in Asia centrale e Asia meridionale, oltre che delle prospettive di cooperazione tra le rispettive forze armate. I dettagli dell’accordo non sono stati resi pubblici, ma l’intesa rappresenta un ulteriore passo nel rapido avvicinamento tra Mosca e Kabul.
L’Unione sovietica invase l’Afghanistan nel 1979, su richiesta del governo di Kabul assediato dai ribelli foraggiati da Washington, e trascorse il decennio successivo combattendo una sanguinosa guerra contro i mujahidin, i guerriglieri islamici che resistevano all’occupazione, molti dei quali avrebbero poi fondato i talebani. Le truppe sovietiche si ritirarono definitivamente dall’Afghanistan nel febbraio del 1989, senza essere riuscite a domare l’insorgenza nazionalista e islamista; dopo il ritiro di Mosca, quest’ultima ebbe il sopravvento instaurando un regime fondamentalista. Negli anni successivi al ritiro, le relazioni tra Mosca e Kabul rimasero tese. Tuttavia, in seguito all’invasione e all’occupazione del Paese da parte della coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti, la Russia fu accusata da Washington di fornire armi ai talebani. Dopo la partenza delle truppe americane, Mosca è stato il primo – e finora unico – Paese al mondo a riconoscere formalmente la legittimità del nuovo regime talebano instaurato a Kabul.
A distanza di pochi mesi, la Russia tratta ormai il governo afghano come un interlocutore regionale a tutti gli effetti, considerando i tradizionali nemici un alleato importante per garantire la stabilità dell’Asia centrale e i propri interessi. Il Cremlino vuole assolutamente evitare che organizzazioni jihadiste ancora più radicali degli “studenti coranici” possano rafforzarsi in Afghanistan e da lì proiettarsi verso Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan – repubbliche dell’Asia centrale ex sovietica – per poi appiccare l’incendio nei territori abitati da popolazioni musulmane all’interno della Federazione russa. A preoccupare in particolare Mosca, è lo Stato islamico del Khorasan, la branca locale dell’Isis responsabile, nel marzo 2024, del sanguinoso attentato vicino alla capitale russa, e che non ha mai smesso di colpire i civili afghani e le forze di sicurezza di Kabul.
Pochi giorni prima della firma dell’accordo militare, alti funzionari russi avevano pubblicamente messo in guardia sul deterioramento della situazione nelle aree tribali dell’Afghanistan. Il direttore del Servizio di sicurezza federale russo, Alexander Botnikov, ha avvertito che lo Stato Islamico del Khorasan sta attivamente reclutando nuovi membri in Asia centrale. Da parte sua, Shoigu ha invece affermato che, in Afghanistan, rimangono attivi tra i 18.000 e i 23.000 militanti affiliati a una ventina di organizzazioni estremiste. Si tratta di allarmi coerenti con le ripetute valutazioni delle Nazioni Unite e delle organizzazioni di sicurezza regionali, che documentano la continua presenza di Isis-K, di al-Qaida, del Tehreek-e-Taliban Pakistan, del Movimento islamico dello Uzbekistan e di altri gruppi armati, che operano o fanno base all’interno del territorio afghano. Collaborando con i propri ex nemici per tenere a bada questi gruppi, Mosca fa di necessità virtù.
L’inviato speciale russo per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, ha affermato che l’accordo militare si concentra per ora sulla riparazione di attrezzature di fabbricazione sovietica ereditate dal precedente governo. Secondo Interfax, però, il memorandum d’intesa potrebbe includere rifornimenti di nuove armi e di tecnologie militari alle forze di sicurezza afghane, e anche l’avvio di progetti di collaborazione che renderebbero stabile il contributo di Mosca alla “sicurezza dell’Afghanistan”.
I russi puntano così, magari più in là, a diventare partner fondamentali per i talebani, ottenendo di tornare a mettere un piede nel Paese ed essere in grado, quindi, di monitorare efficacemente i movimenti dei fondamentalisti nella regione. La Federazione russa cerca di sfruttare l’inimicizia di Kabul nei confronti di Washington, e dell’Occidente in generale, per occupare uno spazio geopolitico di fondamentale importanza, a breve distanza dai propri confini.
Ma Mosca non ha in Afghanistan soltanto interessi di tipo militare e di intelligence. Il Paese, per quanto poverissimo, è cruciale per lo sviluppo di rotte commerciali e corridoi energetici tra Russia e Asia. Un aumento della stabilità e un rafforzamento delle relazioni con i talebani potrebbero consentire a Mosca, in futuro, di sfruttare il Paese per espandere la propria rete di gasdotti. Particolarmente significativo è il Corridoio trans-afghano, che potrebbe collegare Asia centrale e porti del Pakistan. E comunque, il sottosuolo dell’Afghanistan è ricco di giacimenti di terre rare e altri minerali strategici, che i pochi mezzi finora a disposizione delle autorità afghane non consentono di sfruttare se non in minima parte.
Su questo fronte, Mosca deve fare i conti con l’attivismo dimostrato dalla Cina che ha instaurato, da tempo, relazioni con i talebani dirette principalmente allo sfruttamento delle sue risorse e alla creazione di una rete di collegamenti utili all’espansione della “Silk and road initiative”, la “nuova via della seta”. Se è vero che Pechino è una preziosa alleata di Mosca, soprattutto in un periodo contrassegnato dalle sanzioni imposte dall’Occidente dopo l’invasione dell’Ucraina, è anche vero che la Federazione russa rimane comunque in competizione con la Repubblica popolare cinese per l’accesso alle risorse e l’utilizzo geopolitico e logistico dei territori. Gli scambi bilaterali tra i due Paesi hanno intanto superato, nel 2025, i 530 milioni di dollari e hanno continuato a espandersi nei primi mesi del 2026, mentre hanno accelerato i negoziati su infrastrutture, cooperazione energetica, connettività dei trasporti e sviluppo minerario.
Mosca sembra riprodurre in Afghanistan una strategia ampiamente sperimentata in Africa, dove la Russia ha offerto assistenza militare a vari governi e regimi militari contro l’insorgenza islamista – soprattutto nel Sahel –, ottenendo in cambio la concessione di licenze per lo sfruttamento del sottosuolo. Per ora, i talebani stanno al gioco, sfruttando pragmaticamente l’opportunità di ridurre il completo isolamento internazionale a cui è sottoposto il proprio regime, e cercando di sfruttare l’assistenza russa per contenere l’insorgenza armata dei gruppi fondamentalisti che non riconoscono l’autorità del governo di Kabul. Inoltre, i talebani sperano forse di sfruttare il Memorandum d’intesa firmato con Mosca per rafforzare le proprie forze armate, impegnate, negli ultimi mesi, in una serie di scontri armati transfrontalieri con il vicino Pakistan (vedi qui). Difficilmente, però, la Russia vorrà inimicarsi Islamabad, fornendo ai talebani armi e tecnologie militari in grado di ridurre il netto squilibrio esistente tra i due eserciti, limitandosi a rafforzare le capacità di contrasto di Kabul nei confronti delle milizie fondamentaliste. Nell’ultimo decennio, infatti, Mosca ha progressivamente ampliato le relazioni con il Pakistan attraverso la cooperazione energetica, i contratti nel settore della difesa e la diplomazia regionale.









