Israele entra nel vivo della campagna elettorale, con l’esercito che fa stragi a Gaza e in Libano – nonostante il cessate il fuoco su carta –, e il governo che spinge Washington verso una rinnovata guerra con l’Iran. Più il voto si avvicina, più si estremizzano le posizioni dei contendenti, mentre i principali protagonisti fanno a gara a professarsi uno più sionista dell’altro. Ma le elezioni politiche israeliane, previste al momento per l’ottobre 2026, rappresentano un momento importante anche per gli equilibri internazionali.
La figura centrale rimane Benyamin Netanyahu, percepito da gran parte del mondo occidentale come un perno dell’internazionale reazionaria, con un’influenza senza limiti sul leader statunitense Donald Trump. La sua eventuale cacciata potrebbe essere interpretata come un segnale di rigetto dell’ondata populista e illiberale; la sua rielezione consoliderebbe invece l’idea che il nazionalismo etnico e le politiche di forza siano il futuro che ci aspetta. Molti leader europei e statunitensi sperano che la fine dell’era Netanyahu sia la condizione necessaria affinché la questione palestinese e la guerra a Gaza possano passare in secondo piano, nel desiderio che un cambio di leadership svuoti le piazze mondiali. Ma la realtà politica, e il panorama elettorale nello Stato ebraico, raccontano piuttosto una inquietante continuità. Nonostante qualche volto nuovo – pochi –, le idee fondamentali di occupazione e controllo sulla Palestina non sono messe in discussione nel dibattito interno. Anzi, le politiche del governo Netanyahu, in merito alla Palestina e ai palestinesi, corrispondono – con alcune sfumature – a quelle dei suoi avversari. Qualunque governo succeda a Netanyahu continuerà a perseguire politiche distruttive, nei confini dello Stato e altrove, poiché queste non dipendono dalla volontà di un singolo, quanto da un consenso sionista radicato, che non intende risolvere il conflitto, ma solo gestirlo.
Un fattore di instabilità immediata sembrerebbe rappresentato dal mondo ultraortodosso, il cui rapporto privilegiato con lo Stato sta entrando in una crisi violenta. Recentemente, decine di manifestanti Haredim hanno assaltato la casa del vicepresidente della Corte suprema, Noam Sohlberg, vandalizzando la proprietà e la sua auto, in segno di protesta contro l’obbligo di coscrizione militare. Più di sessanta persone sono state arrestate mentre si infilavano sotto i pullman per bloccare i trasporti, e vandalizzavano le proprietà pubbliche e private. I partiti ultraortodossi – come Shas ed Ebraismo della Torah unito – minacciano di far cadere il governo se non verranno garantite nuove esenzioni, parlando di una “persecuzione” dei tribunali contro gli studenti della Torah. Per diversi leader dell’opposizione le promesse di esenzione militare, che Netanyahu e il suo partito, il Likud, hanno fatto agli alleati ultraortodossi, rappresentano una “via suicida”, alimentata da sussidi statali che creano uno Stato antisionista all’interno di Israele. Gran parte dell’opinione pubblica non ortodossa e i procuratori si oppongono ai privilegi previsti per gli Haredim, soprattutto durante una guerra prolungata e su più fronti.
Lo pensano anche i principali sfidanti di Netanyahu, uniti nella lista Beyahad (Insieme), guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid. Entrambi accusano Netanyahu di avere trascinato il Paese nel caos e di avere anteposto la propria sopravvivenza legale alla sicurezza nazionale. Tuttavia, la loro posizione verso i palestinesi rimane a dir poco discriminatoria e si ispira alla pulizia etnica. Bennett, ex leader dei coloni, ha dichiarato esplicitamente che non cederà “un solo centimetro” di territorio, e che impedirà categoricamente la nascita di uno Stato palestinese. Lapid, pur utilizzando una retorica più sfumata e simbolica a favore della soluzione a due Stati – soprattutto per ottenere la normalizzazione con l’Arabia saudita – ribadisce che i cittadini non ebrei di Israele possono godere di uguaglianza civile, ma mai di “uguaglianza nazionale”, poiché Israele deve rimanere uno Stato ebraico, con una maggioranza solida. Entrambi hanno escluso categoricamente di includere partiti arabi in una futura coalizione, puntando a un governo esclusivamente “sionista”. Una delle proposte cardine di Bennett è un sistema scolastico ufficiale unificato, pensato per schiacciare le scuole religiose ultraortodosse ma anche quelle arabe e miste. Il programma ministeriale obbligherà allo studio dei “valori del servizio dello Stato”, della storia sionista, della Torah come condizione per ricevere fondi pubblici.
L’unico tassello imprevisto del puzzle elettorale è Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar (Retto), che sta guadagnando margini significativi di gradimento su Bennett nella corsa alla premiership. Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, viene percepito come un “antipolitico”, una figura più sobria e meno divisiva, capace di parlare anche agli elettori delusi del Likud, senza però alienarli, offrendo un’alternativa a chi ricorda bene il fallimento del governo Bennett-Lapid. Sebbene quest’ultimo lo spinga a unirsi alla coalizione Beyahad, con la promessa del ministero della Difesa, Eisenkot dovrebbe annunciare la sua decisione definitiva tra poche settimane. Non è escluso che alla fine si accontenterà, da buon generale, di comandare le forze armate, nonostante i sondaggi lo diano con un margine di distacco estremamente ampio su Bennett-Lapid. Le sue idee si concentrano sul mantenimento dell’identità ebraica e democratica dello Stato, e, sebbene il suo programma includa tra le righe l’idea di “tendere alla pace”, Eisenkot rappresenta quello che alcuni commentatori definiscono un “centro vuoto”, che evita di affrontare frontalmente il tema dell’occupazione per non perdere consensi a destra. Si è mostrato più flessibile sulla questione del reclutamento degli Haredim, ma, nonostante la retorica più moderata, Eisenkot non ha presentato un’alternativa dettagliata alla politica di gestione dei conflitti e dell’occupazione, muovendosi in un solco che non mette in discussione i pilastri della “sicurezza nazionale” o della colonizzazione dei territori palestinesi.
C’è poi Avigdor Lieberman del partito nazionalista di destra Yisrael Beiteinu (Casa nostra), che continua la sua battaglia contro i privilegi ultraortodossi, arrivando a proporre la revoca del diritto di voto per chiunque non presti servizio militare o civile, mirando direttamente sia agli Haredim che alla comunità araba. Storicamente noto come falco della politica israeliana, ex “braccio destro” di Netanyahu, ha ricoperto incarichi di peso come i ministeri della Difesa, degli Esteri e delle Finanze. Nel “governo dei sogni” ipotizzato da Lapid, Lieberman tornerebbe a ricoprire proprio il ruolo di ministro delle Finanze. Pur avendo iniziato la carriera all’ombra di Netanyahu, oggi Lieberman si pone come suo principale sfidante a destra. Paradossalmente, secondo i sondaggi, Lieberman sta attirando voti da elettori liberali e di sinistra, pescando soprattutto tra coloro che hanno preso parte alle partecipatissime manifestazioni di protesta contro le riforme giudiziarie proposte dal premier Netanyahu. Quelle che molti in Occidente hanno descritto come un movimento votato alla cacciata di Netanyahu per un futuro di convivenza con i palestinesi. In realtà, la politica di Lieberman è estremamente razzista nei confronti dei palestinesi, per i quali ha più volte chiesto, in passato, il trasferimento forzato dell’intera popolazione.
A sinistra (per così dire), il panorama è dominato dalla fusione tra il Partito laburista e Meretz nel nuovo soggetto “I democratici”, guidato da Yair Golan. Il Partito laburista, che ha guidato Israele dalla sua fondazione fino al 1977, ha subìto un declino costante nell’ultimo decennio, mentre Meretz, nato nel 1992 come forza sionista di sinistra, ha spesso rischiato di sparire sotto la soglia elettorale. La fusione sta già generando malcontento, con esponenti di Meretz che accusano Golan di volerli marginalizzare per fare posto a candidati più “attraenti” per l’elettorato. Golan parla di separazione dai palestinesi per preservare la democrazia israeliana, e, nel suo campo, anche l’idea di una partnership paritaria con i partiti arabi rimane controversa. Nel frattempo, proprio i partiti arabi (Hadash, Ta’al e Balad) hanno annunciato l’intenzione di ricreare la Lista araba unita per non restare frammentati di fronte a un governo di estrema destra. Tuttavia, permangono fratture profonde: la Lista araba unita di Mansour Abbas cerca l’integrazione pragmatica e la responsabilità governativa, mentre Balad considera la cooperazione con i partiti sionisti un tradimento ideologico.
I partiti minori, come Potere ebraico e Sionismo religioso, stanno facendo campagna elettorale con i propri leader di governo, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, rispettivamente sulla pena di morte per i palestinesi e sull’annessione della Cisgiordania palestinese occupata. Se dovessero esserci abbastanza voti, Benyamin Netanyahu non ci penserebbe un secondo a formare nuovamente un governo con i due partiti estremisti di destra, che rappresentano il suprematismo ebraico più spinto e l’idea messianica di una occupazione totale per la “grande Israele”.
In questo scenario, il clima pre-elettorale è ulteriormente avvelenato dagli attacchi del governo alla magistratura, sempre più imponenti e impuniti negli ultimi anni. Il presidente della Corte suprema, Isaac Amit, ha avvertito che l’uso di fake news, e la delegittimazione sistematica dei giudici, minacciano la validità stessa delle procedure elettorali, creando il rischio che i risultati non vengano accettati. La procuratrice generale, Gali Baharav-Miara – bersaglio preferito di Netanyahu e Ben Gvir –, ha denunciato una “corsa allo smantellamento delle istituzioni democratiche” da parte del governo, che starebbe normalizzando l’idea che le sentenze dei tribunali non siano vincolanti. Ma, nonostante la parvenza di “democrazia”, Israele si avvia al voto con una classe politica che difende quasi tutta l’apartheid, l’occupazione e la pulizia etnica, rappresentazione di una società civile sempre più estremizzata e religiosa, votata alla guerra perenne con i propri vicini, a un’aggressività militare che soppianti completamente il poco che resta di diplomazia e di dialogo.








