Nel giubilo della famiglia di Arcore, con toni da stadio – tra i quali spicca “giustizia è fatta amore mio!”, affidato a Instagram da Marta Fascina, ufficialmente ex fidanzata di Silvio –, il gip del tribunale di Firenze, Patrizia Martucci, ha disposto l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri, indagato nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi di mafia del 1993 (via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano, San Giovanni in Laterano e San Giorgio a Velabro nella capitale), e dunque, per estensione ultraterrena, del fu Silvio Berlusconi. Secondo la giudice, “mancano elementi concreti su contatti-rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi, e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”: perciò lo scorso 15 gennaio ha firmato il decreto di chiusura dell’indagine partita trent’anni fa.
Era il 7 agosto 1996 quando la Direzione distrettuale antimafia di Firenze avviò la prima tranche d’inchiesta, che iscrisse nel registro degli indagati “Autore 1”e “Autore 2”per tutelare al massimo l’identità del fondatore del Biscione e del suo fido collaboratore; da allora, seguirono altre cinque indagini, l’ultima nel 2022. L’ipotesi che gli inquirenti hanno provato a sviluppare ha sempre riguardato il possibile ruolo della campagna stragista nell’affermazione politica di Forza Italia e nell’ascesa di Berlusconi: pur non essendo riusciti a tessere la rete delle necessarie prove, e dunque a formulare uno straccio di accusa, tuttavia i reiterati tentativi di indagini non nascono dal nulla, tantomeno dalla smania persecutoria dei magistrati, come ovviamente tutta la destra grida sfegatatamente, ma dai corposi verbali di deposizioni di fior di collaboratori di giustizia (Salvatore Cancemi, Angelo Siino, Giovanni Brusca, Salvatore Cucuzza, Vincenzo La Piana, Tullio Cannella, Gioacchino Pennino, Maurizio Avola, Francesco Geraci, Ezio Cartotto), che nel tempo hanno descritto nei particolari i contatti tra il mondo mafioso e il mondo Fininvest, a cominciare dai lontani finanziamenti favoriti all’imprenditore milanese ancora in erba dal capo famiglia di Brancaccio, Francesco Graviano, padre di Giuseppe e Filippo, i due spietati fratelli che dominarono Cosa nostra dopo l’arresto probabilmente pilotato (da loro stessi?) di Totò Riina.
In realtà, ciò che proprio non manca sono i fili che legano i due mondi, quello dei boss e quello dei due vip, anche se la giudice, come detto, parla di “mancanza di elementi concreti” in questo senso. Sarà molto interessante leggere l’ordinanza, mentre occorre ricordare, intanto, la pena di sette anni già scontata da Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, proprio colui indagato a Firenze per avere istigato e sollecitato il boss mafioso Giuseppe Graviano a organizzare la campagna stragista, e che, secondo l’accusa ora caduta, avrebbe svolto un ruolo di “indicatore dei luoghi” in cui effettuare gli attentati, con l’obiettivo di creare un clima di terrore utile al nuovo progetto politico.
La difesa di Dell’Utri, la cui casa di Milano venne perquisita nel luglio 2023, ha sempre definito queste ipotesi “fantasiose”, contestando l’attendibilità dei collaboratori di giustizia e sottolineando la mancanza di riscontri: Dell’Utri allora non si presentò davanti ai magistrati fiorentini che lo aspettavano, avvalendosi legittimamente della facoltà di non rispondere, facendo capire che non avrebbe mai parlato. E tuttavia si trovava in via Veneto, vicino al bar Doney un giorno di gennaio del 1993, quando Gaspare Spatuzza, fedele tuttofare di Giuseppe Graviano andò a prendere ordini dal suo capo, che gli disse di stare tranquillo: “ormai Cosa nostra ha in mano l’Italia, grazie a Berlusconi”, “ma chi quello di Canale 5?”, gli chiede Gaspare, e Graviano dice “sì sì, proprio lui”.
Il patto mafioso, all’origine della fortuna di Berlusconi, ha funzionato e ha retto alle insidie del tempo, come dimostra il lascito di trenta milioni disposto dall’uomo di Arcore a favore dell’amico Marcello Dell’Utri, unica persona non di famiglia menzionata nel testamento – a parte l’eterea fidanzata Marta. Furono loro, i fratelli Graviano, a volere le stragi del 1993, il loro arresto fermò la macchina stragista, trasformandosi in un anello fondamentale della catena di eventi che portarono al potere Berlusconi. Per ora, è stata messa un’altra pietra sopra quei fatti mai emersi alla luce, e il cui portato politico questa archiviazione non può cancellare. Sempre che il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, non si decida a parlare: lo scorso 21 maggio, nell’ultima udienza del processo di appello bis sulla ’ndrangheta stragista, ha tenuto a far sapere che è pronto a rilasciare dichiarazioni spontanee in un pubblico dibattimento. Non sarebbe la prima volta, e ogni volta dà spettacolo, raccontando dei rapporti che la sua famiglia avrebbe avuto con l’allora imprenditore Silvio Berlusconi, sugli incontri che avrebbe avuto con questi mentre era latitante, sugli strali contro il 41-bis. Chissà che non abbia in mente di liberarsi di qualche sassolino nelle scarpe. E sempre che non emergano novità dal filone d’inchiesta sulle stragi del 1992, soprattutto su quella di via D’Amelio, per la quale Giuseppe Graviano, intercettato durante l’ora d’aria, chiama in causa proprio l’uomo di Arcore a cui, nel luglio 1992, avrebbe fatto “una cortesia”, cioè far saltare in aria Borsellino, che nominò il ricco imprenditore di Milano in una famosa e censurata intervista con due giornalisti francesi. L’archiviazione di Firenze chiude un filone d’indagine, resta aperto tutto il resto.








