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Previsioni sulla legislatura che sta per aprirsi

È piuttosto improbabile che il governo di Giorgia Meloni riesca a durare cinque anni e a condurre a termine la diciannovesima legislatura repubblicana. Su questo, come si sa, puntano tutto gli improvvisatori Calenda e Renzi per potere venir fuori con il loro “ecco, l’avevamo detto noi!”. Del resto Renzi è un consumato playmaker di giochini parlamentari: nella legislatura appena trascorsa ha reso possibile il governo Conte 1 (quello dei grillini con la Lega) grazie al suo intransigente non possumus, salvo poi transigere l’anno seguente alleandosi proprio con i grillini (il Conte 2), provocando una scissione nel gruppo del Pd, e diventando così l’ago della bilancia al Senato. Il che gli ha permesso di affossare Conte tirando fuori dal cappello Draghi (diventato poi il beniamino anche di Letta), secondo i desiderata della Confindustria e di altri. Insomma Renzi, e Calenda con lui, sono i signori delle “larghe intese”. Peccato che con il loro 8% scarso alle elezioni, con una ventina di deputati e solo nove senatori, non siano determinanti da nessuna parte. Sarà per la prossima volta.

Il pallino di questa legislatura è nelle mani di Berlusconi (almeno finché si trascinerà in vita). Come avevamo scritto qui, d’altronde, Giorgia Meloni è postfascista non meno che postberlusconiana; anzi più la seconda cosa che la prima, a dire il vero. Nel prefisso “post-” sono impliciti alcuni dei tratti di quello che c’era in precedenza: se l’estrema destra europea ricicla alcuni degli elementi dei fascismi storici, ciò non vuol dire che non innovi anche un po’ (si pensi, per dirne una, al “femminismo” di Meloni, alla sua decisione nell’affermarsi, qualcosa di sconosciuto ai tempi di Mussolini). In modo analogo, il governo Meloni sarà differente dai governi Berlusconi del passato: ma ne sarà anche, sotto più di un profilo, la prosecuzione. Il berlusconismo può essere camaleontico – cioè una cosa e il suo contrario – almeno quanto seppe esserlo il fascismo: quel populismo mediatico, che sdoganò i vecchi arnesi del Movimento sociale per i propri interessi più aziendali che politici (nel 1994), può ergersi adesso a difensore di una moderazione “europeista”.

Elezioni… e dopo? Il “destracentro”

Il tempo è qualcosa di insolitamente lungo, diceva un poeta. In esso le cose a volte tornano in forme apparentemente simili, ma che non sono mai esattamente le stesse. È questo il caso del “centrodestra” in Italia, che ricompare proprio mentre si profila una delle più concitate e brevi tornate elettorali della storia della Repubblica. Una tornata in cui sembra che i giochi siano in buona parte già fatti: secondo le stime dell’Istituto Cattaneo, certo indicative e discutibili, con il sistema elettorale in vigore l’alleanza tra berlusconiani, leghisti e postfascisti vincerà e forse stravincerà. Per la sinistra potrebbe essere il capolinea, cui poco vale l’inserimento nelle liste di fuoriusciti ambigui, non graditi alla base, reclutati sul campo in extremis, in una estenuante quanto impossibile rincorsa al centro.

Il gioco delle alleanze è obbligato, perché il sistema impone coalizioni il più possibile ampie, vista la riduzione del numero dei parlamentari e il conseguente ampliamento territoriale delle circoscrizioni; ma di fronte allo spettacolo offerto da “partiti agglutinanti” (come li ha efficacemente definiti il giornalista Simone Spetia), risulta difficile sottrarsi alla sensazione di una sorta di finale di partita, di un’atmosfera da fine di un’epoca. Quella che in ogni caso sembra destinata a concludersi è la parabola del berlusconismo, di cui le prossime elezioni potrebbero rappresentare l’ultimo atto. La scelta operata dall’ottantacinquenne Silvio di schierarsi con le destre estreme appare un coup de theatre per tornare sulla scena. L’accordo elettorale pare preveda che in caso di vittoria sarebbe lui a diventare presidente del Senato. Berlusconi ufficialmente smentisce, ma la prospettiva di poter giocare un ruolo nuovamente di primo piano ha probabilmente determinato la sua scelta di imbarcarsi sulla nave delle elezioni anticipate.

Le illusioni di Letta

Di fronte alla direzione nazionale del Pd, il 26 luglio, Enrico Letta ha detto delle cose fuori dalla realtà. Il segretario vuole illudere e probabilmente autoilludersi. Anzitutto non è vero che con questa legge elettorale non si possa arrivare a una sorta di pareggio. Nel 2018, con oltre il 32% dei voti e una maggioranza relativa sia alla Camera sia al Senato, il Movimento 5 Stelle poté dire di essere arrivato primo, ma ebbe bisogno di costruire maggioranze a destra e poi a sinistra per andare al governo. Non era esattamente un pareggio, ma qualcosa che gli assomigliava. E, visto che Letta ha imperniato tutto il suo discorso su “o noi o Meloni”, nulla vieta che, con un distacco minimo a favore della lista del Pd o di quella di Fratelli d’Italia per il raggiungimento della palma del primo posto, la differenza possa essere esile al punto che si possa parlare di un pareggio.

Di più, con un vantaggio sui 5 Stelle di ben quaranta deputati e di quasi trenta senatori, nel 2018 il cartello delle destre (identico a quello che si presenta oggi) restò parecchio lontano dalla maggioranza assoluta alla Camera e al Senato, tanto da non potere, pur con quei numeri, proporre nulla nel senso di un governo suo proprio. La legge elettorale, che è un misto di proporzionale e di maggioritario, è congegnata in modo tale che il risultato più probabile che ne possa venire fuori è quello di coalizioni da costruire in parlamento. In questo caso, ammesso che il Pd risulti il primo partito, con chi mai potrà fare il suo governo? È la domanda a cui Letta dovrebbe rispondere. E la risposta non può che essere: anzitutto con il Movimento 5 Stelle (a meno che questo non precipiti ulteriormente), e poi con i berlusconiani e la parte centrista del cartello delle destre. Punto.

Berlusconi al Quirinale, una “boutade” da seguire attentamente

Sembra una boutade a giorni alterni. Davvero il Cavaliere aspira al Quirinale? Davvero mancano una ventina di voti per raggiungere l’obiettivo? E i grandi elettori sono a maggioranza un suo esercito? Da non credere che il politico, pregiudicato, imprenditore, piduista, speculatore, affarista, frequentatore di prostitute più divisivo della storia dell’Italia repubblicana, aspiri a rappresentare il Paese nato dalla Resistenza.

E, dunque, sembra davvero una boutade. È vero che Silvio Berlusconi si ritiene l’“Immortale”, che con un suo amico medico napoletano trapiantato a Catania, “scambista”, Umberto Scapagnini, sul finire del secolo scorso, fece da cavia ingurgitando mix di farmaci che riteneva che magicamente si trasformassero in un elisir di lunga vita. Ma davvero il Quirinale potrebbe trasformarsi in una sala per i “bunga bunga”? C’è qualcosa che non torna.

A che punto siamo con i populismi?

D’accordo, Trump ha perso le elezioni negli Stati Uniti; Bolsonaro è in serie difficoltà in Brasile; e in Europa, dopo la pandemia, è diventato...