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Home » Articoli » Ancora sul “Ruby ter”: il desiderio berlusconiano (di vendetta)

Ancora sul “Ruby ter”: il desiderio berlusconiano (di vendetta)

A destra c’è la voglia, però non da tutti condivisa, di una commissione di inchiesta parlamentare sulle presunte malefatte della magistratura. Più preoccupante il tentativo di introdurre quella “separazione delle carriere” che metterebbe i pubblici ministeri sotto controllo politico

27 Febbraio 2023 Stefania Limiti  824

I postumi dell’assoluzione di Silvio Berlusconi e delle sue ospiti alle “cene eleganti” dispiegheranno nel tempo il loro potenziale velenoso. C’è solo da aspettare e vedere. Di sicuro è stata una tappa importante del duello tra la magistratura e il sistema di potere dell’uomo di Arcore – è superficiale parlare di scontro tra magistrati e politici, che non inquadra correttamente il problema, o almeno i suoi protagonisti. Il desiderio di vendetta dei “chierici” berlusconiani si è manifestato nelle dichiarazioni di giubilo per una sentenza che, sia pure assolutoria (abbiamo spiegato qui il punto), non restituisce l’onore al tycoon, che si portava in casa giovani donne, anche ragazzine, e pagava le loro prestazioni sessuali servendosi di un sistema di moderni servi che garantisse l’approvvigionamento della “merce” e lo svolgimento delle feste. 

Tra le affermazioni più impegnative, rispetto a una sorta di resa dei conti, si registrano quelle che promettono una commissione parlamentare d’inchiesta sulla magistratura: dizione tanto generica quanto densamente centrata sullo scontro frontale che si intende ingaggiare per mettere all’angolo un potere giudiziario che, tra errori e superficialità, tra deviazioni e spietata concorrenza interna, ha svolto il suo ruolo di terzo potere dello Stato, dando molto fastidio al Cavalierato (ne abbiamo parlato qui) e alla sua sfrenata tendenza a sganciarsi da controlli e contrappesi istituzionali. Però nella destra la faccenda non è liscia come l’olio: l’uomo di fiducia di Giorgia Meloni, Francesco Lollobrigida, suo cognato e ministro dell’Agricoltura (intento a rivitalizzare il bracconaggio in Italia piuttosto che a fare piani contro la siccità) ha parlato della commissione di inchiesta sulla giustizia in termini molto diplomatici, sostenendo che il parlamento “è legittimato a fare proposte e dare un giudizio su quali strumenti usare”, ma ha anche precisato che un organismo parlamentare inquirente sulla magistratura “non è all’ordine del giorno, non è una priorità, c’è la necessità di intervenire, lo abbiamo scritto anche nel programma del centrodestra. Ma va fatto con un sereno confronto con la magistratura”. Toni smorzati da altri esponenti di Fratelli d’Italia – ma anche, e soprattutto, dalla forzista Licia Ronzulli, che parla per conto di Berlusconi. 

Dunque la faranno o no quella commissione “punitiva”? La partita è aperta, e di certo la commissione d’inchiesta è solo un capitolo di un piano generale di riassetto, forse quello più superficiale e di stampo propagandistico, l’arma per aizzare l’opinione pubblica contro la magistratura: di più potrà il tentativo di introdurre la separazione delle carriere. Riforma di tipo costituzionale, quindi, soggetta a tutti i rafforzamenti della possibilità di intervento che i padri costituenti vollero inserire: è quello il passaggio sostanziale, che potrebbe portare alla rottura dell’unità del sistema giudiziario e allo sganciamento dei pubblici ministeri dall’autogoverno della magistratura, spalancando le porte a un loro controllo da parte della politica. 

Infine, occorre ricordare che la strada giudiziaria di Berlusconi è ancora lastricata di imprevisti: a Bari è in piedi il processo “Escort”, nel quale lui è imputato per induzione a mentire, con l’accusa di avere pagato le bugie dette dall’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini ai pm che indagavano sulle prostitute portate, tra il 2008 e il 2009, nelle residenze dell’allora presidente del Consiglio: un impianto accusatorio simile a quello milanese finito nel nulla per una grave mancanza tecnico-procedurale da parte della procura. Tuttavia, nel processo “Escort”, la presidenza del Consiglio dei ministri resta parte civile: nell’udienza, tenuta lo scorso 17 febbraio, non si è ripetuta la scena di qualche giorno prima a Milano, quando la presidenza del Consiglio ha revocato la propria costituzione di parte civile nel processo “Ruby ter”, facendo sapere platealmente di essere dalla parte dell’eccellente imputato e non certo da quella delle toghe. L’anomalo comportamento potrebbe essere una tappa di un (poco sereno) dialogo all’interno della maggioranza che deciderà anche le sorti degli assetti istituzionali del Paese (presidenzialismo e autonomia differenziata), compresi quelli che riguardano il terzo potere. 

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Tagsassoluzione Commissione parlamentare d'inchiesta Francesco Lollobrigida maggioranza magistratura processo Escort Ruby ter separazione carriere Silvio Berlusconi Stefania Limiti

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