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Perù, contesa elettorale all’ultimo voto

Tra la candidata della destra e il candidato della sinistra, nel ballottaggio delle presidenziali, il risultato è incerto

10 Giugno 2026 Claudio Madricardo  1114

Il candidato di sinistra Roberto Sánchez è passato in testa nel conteggio dei voti del secondo turno elettorale, superando di poco Keiko Fujimori, in una contesa il cui esito appare ancora incerto. Con poco più del 96,437% dei verbali scrutinati al momento in cui scriviamo, i dati dell’Ufficio nazionale dei processi elettorali (Onpe) mostrano che Sánchez ha un vantaggio di 40.978 voti, con il 50,115%, contro il 49,885% di Fujimori. La candidata di destra era precedentemente in testa, ma man mano che sono stati scrutinati i seggi delle zone rurali, Sánchez ha guadagnato posizioni. La situazione si è leggermente modificata in seguito, con lo spoglio del voto all’estero, dove Keiko prende due voti ogni tre. Finché, martedì sera, la giustizia elettorale peruviana ha fatto sapere che le operazioni di controllo dureranno un mese, dato che dovranno essere esaminati anche i verbali contestati, che contengono circa 450.000 voti.

Il conteggio reale conferma la proiezione di Ipsos, resa nota subito dopo la chiusura dei seggi, che dava Roberto Sánchez in leggero vantaggio con il 50,3% sulla candidata di destra, Keiko Fujimori, con il 49,7%. Per quanto la legge elettorale peruviana non lo contempli, si tratta di un pareggio tecnico, ed è un risultato che può essere invertito, al punto che non si può ancora parlare di vincitore o vincitrice. Tanto è vero che Sánchez, ai giornalisti, ha detto di essere ottimista e di rispettare i risultati che verranno al cento per cento, mentre Fujimori ha esortato alla calma, affermando: “Dobbiamo aspettare fino alla fine. Ciò che è necessario in questo momento è pazienza e serenità. Rispetteremo il risultato qualunque esso sia”. Prese di posizione ispirate al buonsenso, mentre la situazione che si è venuta a creare replica e aumenta l’incertezza che ha caratterizzato il primo turno (vedi qui). Ne esce un Paese fortemente polarizzato, al punto che il problema sarà capire quale margine di governabilità avrà quello dei due contendenti che avrà la meglio.

Sicurezza e instabilità istituzionale sono stati i due temi che hanno caratterizzato la campagna per l’elezione del nono presidente peruviano in dieci anni. È la quarta volta consecutiva che la cinquantunenne Keiko, figlia maggiore dell’autoritario Alberto Fujimori, la cui figura divisiva ha plasmato la politica del Paese negli ultimi decenni, arriva a un secondo turno presidenziale. Con lo slogan “Torna Fujimori, ritorna l’ordine”, si è presentata come l’unica in grado di battere un’altra strada con le sue proposte in materia di sicurezza, tra cui quella che i detenuti si guadagnino il proprio cibo in prigione, e ha promesso di espellere “immediatamente” tutti “i migranti illegali che commettono crimini”, e di mettere “poliziotti e militari ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, sugli autobus delle aree metropolitane”. Come suo padre, nel 1990, aveva fatto fronte all’iperinflazione e, con misure straordinarie, al terrorismo di Sendero luminoso (il gruppo maoista che conduceva una lotta armata senza quartiere), “lo stesso faremo per combattere la criminalità ora”. Ma se molti in Perù giudicano ancora oggi lodevole l’operato del “Chino”, per tanti altri il suo governo è sinonimo di corruzione e di gravi violazioni dei diritti umani. Condannato a venticinque anni di carcere, era stato graziato poco prima di morire di cancro. Queste appena concluse sono state le prime elezioni senza la sua figura ingombrante, mentre sulla figlia si è largamente diffusa l’idea che, attraverso il suo partito, Fuerza popular, controlli il Congresso, un organismo largamente screditato, dalla maggioranza dei peruviani considerato in balia dei mercanteggiamenti e della corruzione. Il controllo di cui Keiko ha goduto, le ha permesso di esercitare un potere fuori misura sull’esecutivo, al punto da far dipendere dalla sua decisione persino il destino di un presidente. Nel nuovo legislativo, non esiste una maggioranza assoluta che controlli il parlamento, anche se il gruppo di Keiko rimane pur sempre il più consistente. Ciò potrà favorire la permanenza dell’instabilità politica in un Paese dove la governabilità dipendeva più dalla capacità del presidente di costruire alleanze, in un Congresso altamente mutevole, che dal risultato elettorale. Da luglio, però, si torna al sistema bicamerale: il che potrebbe rendere più difficile fare approvare mozioni di vacanza contro il presidente in carica, dato che ora dovranno essere votate dai due rami del legislativo.

Per la dama di ferro della destra peruviana, le ultime elezioni sono state non solo un’occasione per riscattare la memoria del padre, ma anche l’opportunità di ripulire la sua immagine, sporcata dalle accuse di finanziamento irregolare delle sue campagne elettorali che, tra il 2018 e il 2020, le sono costate mesi di custodia cautelare. Durante i quali Keiko si è fortemente avvicinata alla religione, al punto che nei suoi discorsi pubblici accenna spesso al sostegno che la volontà divina le avrebbe accordato. Donna e divorziata, in un Paese misogino e razzista come il Perù, la sua strada era in salita e per nulla scontata, visto il processo di regressione che il Perù sta vivendo anche grazie al suo partito, che si è battuto, con le altre formazioni della destra, contro la legge sull’uguaglianza di genere. Quanto all’aborto, altro tema che, con la parità uomo-donna, ha avuto scarso peso in campagna elettorale, Fujimori ha affermato di essere contraria all’interruzione di gravidanza per le ragazze vittime di stupro. Mentre vigorose proteste ha scatenato la legge promossa dal suo partito, che prevede l’amnistia per i militari e i poliziotti accusati di crimini contro l’umanità commessi durante la lotta contro il terrorismo, tra il 1980 e il 2000. Una scelta che, tra l’altro, pone il Paese in rotta di collisione con la Corte interamericana dei diritti umani. Una sua vittoria confermerebbe lo spostamento a destra dell’elettorato latinoamericano, dopo i risultati di Ecuador, Argentina, Cile, Bolivia e Honduras, e il primo turno colombiano, con l’ultra-destro Abelardo de la Espriella (vedi qui).

La vocazione all’autoritarismo, sulla scia del padre, l’impunità di cui anche Keiko sembra godere, le accuse di corruzione, le posizioni reazionarie in tema di aborto e sessualità, sono stati tutti elementi di una potente spinta al “voto contro”, che di fatto ha spaccato il Paese. Ciò ha premiato, nei sondaggi della vigilia, l’avversario Roberto Sánchez, candidato della sinistra, che è riuscito a sorpassare, anche se di poco, la portabandiera delle destre. Il Perù è un Paese in cui i partiti tradizionali si sono dissolti negli ultimi decenni, e dove il sentimento anti-Fujimori è spesso descritto come il movimento politico più durevole, in grado persino di cambiare l’esito di un’elezione all’ultimo momento. Una presenza carsica, che riemerge ogniqualvolta il fujimorismo sembra essere a un passo dal prendere il potere.

Deputato di 57 anni e psicologo di formazione, Sánchez ha fondato Juntos por el Perú nel 2008, un gruppo politico di sinistra democratica, critico del capitalismo, che propugna una nuova Costituzione. Quando inaspettatamente è arrivato al ballottaggio, il mondo delle imprese è entrato in allarme, facendogli capire che, per vincere, non gli sarebbe bastato indossare il sombrero originario di Chota, nel dipartimento di Cajamarca, quello portato da Pedro Castillo (vedi qui), e dichiararsi suo erede. A sei giorni dal voto, d’accordo con la coalizione che lo sostiene, ha deciso di annacquare le sue ricette in economia, per renderle più digeribili al capitale e maggiormente potabili al mondo degli investitori. Anche per sventare le uscite di Keiko che lo accusava di voler prendere la strada per Caracas e L’Avana, ha promesso di preservare la stabilità macroeconomica, di rispettare l’autonomia della Banca centrale, la proprietà privata, e gli accordi internazionali di libero scambio. Inoltre, ha dichiarato di voler promuovere l’industrializzazione, per smettere di esportare soltanto materie prime, avanzando verso un’economia con un maggiore valore aggiunto.

Come già Keiko, che ha avuto i suoi problemi per i finanziamenti nel quadro dello scandalo della brasiliana Odebrecht, anche Sánchez potrebbe essere processato per presunti fondi elettorali non dichiarati, corrispondenti alle elezioni regionali tenutesi tra il 2018 e il 2020. Il candidato di sinistra respinge le accuse, e si prevede che presenterà appello contro la decisione del giudice resa nota venerdì scorso, poco prima dell’apertura dei seggi.

In campagna elettorale, Sánchez ha chiesto la libertà dell’ex presidente Pedro Castillo, che sta scontando undici anni, cinque mesi e quindici giorni di carcere, per il fallito colpo di Stato del dicembre 2022. Castillo è rinchiuso nel Penale del Barbadillo, noto come il “carcere dei presidenti”, che ospita anche un altro ex capo di Stato, Alejandro Toledo, mentre precedentemente sono stati lì carcerati Ollanta Humala, Martín Vizcarra e Alberto Fujimori. Sánchez ha capitalizzato il malcontento di coloro che sono convinti che le élite abbiano fatto crollare il governo di Castillo, del primo campesino che era riuscito a conquistare il Palacio. A lui, in campagna elettorale, Sánchez ha promesso il perdono, per saldare il suo debito di riconoscenza per l’appoggio ricevuto, e per avere ereditato gran parte del voto di protesta contro le classi dominanti urbane e quello del sud andino. In effetti, con l’eccezione del 2006, Puno, Cusco, Ayacucho, Apurímac e Huancavelica, il cosiddetto sud andino, sono riusciti a fare arrivare al Palacio del gobierno Alejandro Toledo, Ollanta Humala, Pedro Pablo Kuczynski e, appunto, Pedro Castillo. A eccezione del limegno Kuczynski, gli altri condividevano un’identità legata al mondo andino, il cui voto, più che esprimere una filiazione di sinistra, ha un valore anticentralista e di cambiamento.

Al primo turno, Roberto Sánchez si era classificato primo nelle cinque regioni del sud delle Ande, mentre Keiko non ha superato il quarto posto, e a Puno è arrivata ottava, con appena il 3,9%. Il voto del sud è diventato l’altra grande forza che, storicamente, ha fatto argine al fujimorismo. Ma mentre l’antifujimorismo è il rifiuto di un governo, il voto del sud andino va visto come la contrapposizione a un modo di intendere il Paese, dove le decisioni continuano a essere prese a Lima, mentre le regioni hanno qualche possibilità di ascolto solo quando scatenano delle proteste.

Originario della costa, Sánchez è figlio di un barbiere e di una casalinga, è nato a Huaral, una provincia agricola a nord di Lima, dove, nella piazza principale, ha fatto il lustrascarpe dai sette ai tredici anni. Da quei tempi, ne ha fatta di strada, e ora ha casa a San Borja, uno dei quartieri più agiati della capitale. Catechista della parrocchia di San Juan Bautista a Huaral, inizialmente aveva deciso di farsi prete, ma non ha concluso gli studi in seminario, laureandosi in psicologia e avvicinandosi alla teologia della liberazione. L’antifujimorismo, nel suo caso, è stato decisivo ancora una volta. Per distanziarsi dalle posizioni di Keiko e della destra, ha adottato una posizione morbida, e ha affrontato il tema dei diritti delle donne e delle persone Lgbtq+. Si è dichiarato favorevole all’aborto in caso di violenza, anche se ha subito precisato di considerarsi pro-vita e solo a favore dell’aborto terapeutico, l’unico consentito in Perù, quando la vita della madre sia a rischio. Ha anche difeso le unioni omosessuali, vietate nel Paese.

Durante lo scorso anno, il Perù ha vissuto le proteste della generazione Z, mobilitatasi contro l’incapacità del governo di risolvere i problemi della sicurezza e della crisi politica che affligge il Paese. I giovani under 30 rappresentano circa un quarto dell’elettorato peruviano. Ma in pochi pensano che chi avrà la meglio tra i due candidati – la cui prima preoccupazione sarà quella di concludere il mandato senza essere fatto fuori per “incapacità morale permanente”, formula con cui le variabili maggioranze parlamentari votano la destituzione dei presidenti – potrà essere portatore di un reale cambiamento.

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