Il 36esimo vertice della Nato si è concluso ad Ankara con miliardi di dollari destinati all’acquisto di armi, nuovi impianti industriali, linee di produzione congiunte tra Stati Uniti ed Europa e riconversioni aziendali orientate alla costruzione di missili, sistemi antiaerei e munizioni. Il punto di arrivo resta l’obiettivo imposto da Washington: portare entro il 2035 la spesa militare degli alleati al 5% del prodotto interno lordo. Una parte consistente di questo denaro dovrà tornare negli Stati Uniti sotto forma di ordini alle aziende americane.
Ma, nonostante l’impegno a trasferire una quota sempre più grande di denaro pubblico verso l’industria bellica, il presidente statunitense non è soddisfatto. Vuole più soldi, più acquisti americani e soprattutto più obbedienza politica. Ad Ankara ha rimproverato Regno Unito, Germania, Francia e Italia per non avere sostenuto la guerra contro l’Iran. Alla Germania, già impegnata in un riarmo senza precedenti (vedi qui) e dipendente dalle forniture americane per alcune delle capacità più costose, Washington continua a chiedere nuovi assegni. Eppure, proprio Berlino ha dovuto assistere alla sospensione dei programmi per la consegna dei Tomahawk (missili da crociera a lungo raggio).
Tra tutti gli “alleati”, la Spagna è stata quella più duramente colpita. Trump l’ha definita un “partner terribile” e, davanti al segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha ordinato al segretario al Tesoro di interrompere ogni rapporto commerciale con Madrid. Le agenzie federali sono state incaricate di preparare un elenco di prodotti spagnoli da sottoporre a embargo. La minaccia è arrivata perché il governo di Pedro Sánchez non ha accettato l’obiettivo del 5%, e non ha concesso agli Stati Uniti l’uso delle basi e dello spazio aereo spagnolo per la guerra contro l’Iran. È la seconda volta che Trump ordina una misura simile: dopo la prima minaccia, formulata a marzo, gli scambi erano proseguiti normalmente. Anche questa volta, nonostante gli annunci sbraitanti, l’applicazione sarebbe complessa, perché la politica commerciale è competenza dell’Unione europea, e Washington non potrebbe facilmente isolare un singolo Stato membro. Madrid non è peraltro rimasta sorda alle richieste americane. La spesa militare spagnola è passata dallo 0,98% del prodotto interno lordo, nel 2017, a quasi 33 miliardi di euro, raggiungendo, nel 2026, il precedente obiettivo Nato del 2%. Sánchez ha però rifiutato il nuovo traguardo del 5%, sostenendo che aumentare il bilancio militare per rispettare una percentuale astratta imporrebbe tagli allo Stato sociale. Dopo essere stato informato delle cifre spagnole, Trump ha improvvisamente cambiato tono e, durante il volo di ritorno, ha definito la Spagna “molto generosa”. Anche se la minaccia dell’embargo non è stata formalmente ritirata.
È stato questo il metodo politico che ha dominato il summit: aggressione pubblica, minaccia economica o militare, umiliazione dell’interlocutore, successiva concessione di un gesto di benevolenza. L’Europa è fragile, divisa, spaventata, sottomessa all’umore volubile del tycoon, che si comporta come un eccentrico e capriccioso anziano viziato, più che come il presidente degli Stati Uniti d’America. La priorità dei diplomatici non è stata discutere una strategia comune, ma gestire Trump. Il solito fedele e asservito Rutte gli ha attribuito il merito di avere “salvato” e trasformato la Nato, invitandolo esplicitamente a intestarsi l’aumento delle spese: “Prenditi la vittoria. È lì. L’hai ottenuta”. Trump ha poi raccontato che presidenti e primi ministri gli avrebbero detto: “Signore, la amiamo”. Dichiarando che l’adulazione ha funzionato. Farneticazioni che non si allontanano dalla realtà sostanziale dei fatti.
Al suo arrivo, aveva dichiarato di essere “molto deluso dalla Nato”, aveva riaperto la pretesa di annettere la Groenlandia, e aveva detto che la guerra tra la Russia e l’Ucraina “non ci riguarda”. Poche ore più tardi, ha descritto la riunione come un incontro pieno di “amore” e “unità”, elogiando gli stessi leader che aveva appena insultato. Sul volo di ritorno, subito dopo aver celebrato la compattezza dell’Alleanza, ha nuovamente minacciato di ritirare altre truppe statunitensi dall’Europa. La Nato conserva circa ottantamila militari americani sul continente, ma la continuità della garanzia statunitense è ormai legata agli sbalzi d’umore di un uomo che rivendica apertamente il piacere di tenere gli altri sotto pressione.
La deferenza dei leader europei non nasce da una particolare abilità strategica di Trump, ma dalla paura di ciò che potrebbe fare quando non ottiene quello che vuole. Il suo potere deriva dalla disponibilità a violare regole, trattati e consuetudini, che gli altri continuano invece a rispettare. In questo squilibrio, chi rompe per primo le norme incassa il vantaggio, mentre agli altri resta il costo di ricostruire la fiducia e proteggersi dalle violazioni successive. Le gaffe fanno peraltro sempre più riflettere sul suo reale stato mentale. Durante il bilaterale con Volodymyr Zelensky, Trump ha chiamato l’Iran “Repubblica islamica del Giappone”. Poco dopo, ha indicato il presidente ucraino come “presidente Putin”. L’arsenale più grande del mondo e la principale alleanza militare occidentale dipendono dalle decisioni di un presidente che confonde Paesi e interlocutori, mentre passa nel giro di poche ore dalla minaccia alla dichiarazione d’amore. Ma l’Europa continua a scodinzolare intorno alle sue gambe arcuate, impegnandosi a comprare armi che gli Stati Uniti potrebbero non essere in grado di consegnare. Washington ha già rinviato o cancellato forniture di missili da crociera Tomahawk, sistemi di artiglieria mobile Himars e intercettori Patriot Pac-3. Entro aprile, gli Stati Uniti avevano consumato nella guerra contro l’Iran circa la metà delle scorte disponibili di Pac-3. Circa venti Paesi sono in coda per ricevere i Patriot, e potrebbero servire quarantadue mesi soltanto per ricostituire l’arsenale americano, stimato, prima della guerra, in 2.330 intercettori. Le scorte ricostituite vengono indirizzate prioritariamente verso Israele, mentre altre risorse sono trasferite dall’Europa all’Asia.
Il risultato è una contraddizione industriale e militare. Trump pretende che gli alleati aumentino la spesa e acquistino negli Stati Uniti, mentre l’apparato produttivo statunitense non riesce a soddisfare gli ordini già ricevuti. Gli europei firmano contratti per conservare la protezione americana, proprio mentre quella protezione diventa materialmente meno disponibile e politicamente meno affidabile. La competizione non è soltanto tra alleati, ma tra diversi fronti delle guerre condotte, sostenute o alimentate dagli Stati Uniti. Del resto, anche gli alleati del Golfo hanno ormai compreso di non poter considerare inesauribili le forniture americane e di non essere la priorità della Casa Bianca. Solo l’Europa continua a comportarsi come se fosse il partner principale, quando è chiaro che non si avvicina nemmeno al vertice della lista.
In patria, intanto, Trump presenta il denaro degli alleati come una politica industriale americana: nuovi stabilimenti, linee di montaggio e posti di lavoro. Esiste però anche un interesse molto più personale. Secondo l’analisi di Responsible Statecraft sulla dichiarazione finanziaria del presidente, nel 2025 i suoi intermediari hanno acquistato tra 9,7 e 24,3 milioni di dollari in azioni di dodici produttori di armi e aziende legate al Pentagono. Il portafoglio comprende Palantir, Lockheed Martin, General Dynamics, Rtx, Ge Aerospace e Boeing, tutte beneficiarie dirette dell’aumento delle spese militari, della guerra contro l’Iran e della necessità di ricostituire gli arsenali. I gestori del patrimonio di Trump non possono ricevere direttamente ordini dal presidente o dalla sua famiglia, ma il capo della Casa Bianca può conoscere le aziende di cui possiede azioni, adottando decisioni che ne aumentino il valore. Nel 2025, Palantir è cresciuta del 135%, Kratos del 188, Ge Aerospace dell’84 e Raytheon del 61. Il reddito complessivo di Trump è quadruplicato rispetto all’anno precedente. Mentre chiede agli europei di finanziare l’industria militare americana, il suo patrimonio è esposto agli stessi gruppi che ricevono contratti pubblici e che guadagnano dalle sue guerre.
In ogni caso, la vera vincitrice del vertice Nato è stata la Turchia. Trump ha dichiarato che probabilmente non sarebbe neppure andato ad Ankara se il summit non fosse stato ospitato da Recep Tayyip Erdoğan, descritto come un leader “molto forte” e un amico. Ha aggiunto che la Turchia è stata “molto più leale” di altri alleati. La relazione personale con Erdoğan, al potere da ventitré anni, ha contribuito secondo gli analisti a modificare l’umore del presidente statunitense e a impedire che le sue aggressioni verbali facessero saltare la riunione. Nonostante l’amicizia non faccia felice Israele.
Ankara ha anche riaperto la partita degli F-35. La Turchia era stata esclusa dal programma dopo l’acquisto del sistema antiaereo russo S-400: il Congresso statunitense vieta la vendita dei caccia finché quei sistemi restano in suo possesso. Trump ha tuttavia rilanciato pubblicamente la possibilità di autorizzare l’operazione. Tra le ipotesi discusse, c’è il trasferimento degli S-400 in un Paese terzo, soluzione che richiederebbe probabilmente il consenso russo. Prima del summit, Washington aveva già annunciato la vendita alla Turchia di motori avanzati per settecento milioni di dollari. Inoltre, Erdoğan ha utilizzato il vertice come vetrina dell’industria bellica nazionale. A ogni leader ha regalato un revolver turco con inciso il nome del destinatario, accompagnato da munizioni vere. Keir Starmer ne ha ricevute cinquecento. Tra il 2019 e il 2024 la Turchia è diventata il terzo esportatore mondiale di armi leggere, dietro Stati Uniti e Italia, con vendite per circa tre miliardi di dollari.
Tornato a casa con le tasche piene di promesse di soldi in armi e macchine di distruzione, Trump ha subito individuato il nemico necessario ad allargare in patria e all’estero il controllo sulle popolazioni e sul dissenso. Dal 23 giugno ha utilizzato la parola “comunismo” almeno ottantuno volte, definendolo una minaccia superiore alle due guerre mondiali e agli attentati dell’11 settembre. In casa i bersagli sono i candidati progressisti, che chiedono tasse più alte sui grandi patrimoni, una riduzione della spesa militare, la fine degli aiuti a Israele, il rafforzamento del welfare e l’abolizione dell’agenzia federale per l’immigrazione Ice. Ma il percorso guarda anche al di fuori dei confini nazionali. Pochi giorni fa, il segretario di Stato, Marco Rubio, ha invitato infatti sessanta Paesi a un incontro che servirebbe a combattere la “rinascita del terrorismo di sinistra”, definita una “minaccia transnazionale”. L’Italia sarà presente.
In definitiva, il vertice di Ankara restituisce la fotografia del mondo che già ci troviamo dinanzi: violenza protetta dall’impunità, denaro trasformato in armi e viceversa, territori trattati come proprietà e rapimenti elevati a strumenti di Stato. Per difendere quest’ordine, serve ora soltanto la costruzione di un “nemico”: qualcuno che, mettendo “pericolosamente” in discussione il terribile status quo, possa essere utilizzato per soffocare la protesta e il dissenso.









