• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Editoriale » Merz e il nuovo disordine europeo

Merz e il nuovo disordine europeo

18 Febbraio 2026 Agostino Petrillo  915

Interpretato dai nostri media per lo più come una sorta di temporaneo bisticcio tra fidanzati, il discorso con cui Friedrich Merz ha aperto la conferenza sulla sicurezza di Monaco, e ha preso le distanze dal mondo trumpiano e da Giorgia Meloni, presenta invece una serie di aspetti importanti. Dal testo del cancelliere emerge come punto fondamentale la distanza “abissale” da quello che Merz ha chiamato il Kulturkampf in corso negli Stati Uniti. Il termine è stato tradotto, da molte testate nostrane, come “cultura”, quando sarebbe più corretto renderne la forza originale: battaglia culturale, guerra tra culture. Dietro la sigla Maga, c’è uno scontro violento, una conflittualità aperta che la Germania ripudia. In pericolo è la libertà di parola, che va dovunque difesa, insieme alla dignità umana, come peraltro afferma il Grundgesetz, la legge costituzionale tedesca.

Sono parole di grande impatto, che, se prendono le distanze dall’ideologia dei sostenitori di Trump, spingono anche per un’Europa più indipendente dagli Stati Uniti, più forte e in grado di muoversi con maggiore libertà nell’ambito di una nuova partnership transatlantica. Il messaggio è chiaro: la Germania e l’Unione non possono più fare affidamento sugli Stati Uniti, pur continuando a dipendere da loro. Con rinnovata chiarezza, il cancelliere ha accusato l’America di avere minore influenza politica globale di un tempo: “La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse smarrita”, ha detto quasi esitante alla sala gremita.

È trascorso solo un anno da quando, dal medesimo palco, il vicepresidente statunitense, J.D. Vance, aveva inveito contro l’Europa sostenendo che “l’immigrazione di massa” e la condanna dei movimenti di estrema destra fossero più pericolosi della guerra in Ucraina. Merz ha respinto l’ideologia dei sostenitori di Trump: “La guerra culturale condotta dal movimento Maga non è nostra”, ha dichiarato. Facile immaginare che abbia ricevuto l’apprezzamento di una parte della delegazione statunitense recatasi a Monaco. Gli americani sono stati infatti rappresentati da un folto gruppo – dal governatore democratico della California, Gavin Newsom, alla stella politica della sinistra, Alexandria Ocasio-Cortez. Entrambi sono stati invitati dal responsabile della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, a partecipare a diversi panel, con lo scopo di riflettere sul progressivo logoramento delle relazioni transatlantiche.

Nella riflessione di Merz, non sono mancate le note di allarme: la nuova fase in cui si trova il pianeta è gravida di pericoli: “Abbiamo varcato la soglia di un’era che è di nuovo apertamente caratterizzata da politiche di potenza”, ha affermato il cancelliere. La Germania non starà a questo gioco – ha aggiunto –, riferendosi ripetutamente agli anni più bui della storia del Paese. Un mondo in cui contano solo le politiche di potenza è un mondo in cui predominano forze distruttive. “Il nostro Paese ha già percorso fino alla fine questa strada amara e malvagia nel ventesimo secolo”, ha detto Merz.  Il cancelliere, nel suo discorso, ha ripetutamente sottolineato la necessità di un ordine internazionale universalmente rispettato, ricordando che, anche in virtù della stabilità di un tempo, gli Stati Uniti hanno raggiunto la loro forza attuale. Ha sostenuto che, per ottenere la stabilità, è necessario il riconoscimento di un fondamento giuridico, e che questo vale anche per la politica tedesca e per quella dell’Unione.

Le dichiarazioni di Merz sollevano interrogativi anche sotto un altro aspetto. Pur respingendo una visione politica che vede una grande potenza tedesca in Europa, egli ha continuato a ribadire che la Bundeswehr deve diventare l’esercito convenzionale più forte del continente. Ha sottolineato, inoltre, che la Germania investirà, nei prossimi anni, “diverse centinaia di miliardi di euro” nella sicurezza, e ha criticato aspramente il ricorso ai dazi, che confligge con la fede tedesca nel libero scambio. Merz ha concluso che l’Europa deve liberarsi dalla dipendenza che si è autoinflitta nei confronti degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, la cancelleria tedesca ha sottolineato che una “nuova partnership transatlantica” (con un’Europa più forte) continuerà ad apportare valore aggiunto per entrambe le parti. Un’Europa più indipendente non significa necessariamente rinunciare alla Nato, ma “costruire un pilastro europeo forte e autosufficiente” – ha affermato Merz –, che ha anche ammesso pubblicamente, per la prima volta, di avere avviato colloqui con la Francia sulla realizzazione di un possibile ombrello nucleare europeo. Egli ha anche sottolineato, tuttavia, che la Germania continuerà a rispettare l’impegno assunto, dopo la Seconda guerra mondiale, di non sviluppare o possedere armi nucleari.

Il discorso di Merz ha avuto vasta eco nazionale e internazionale. In Germania non sono mancate le critiche: da parte della Spd si è giudicato il suo intervento “intempestivo”, anche se alcuni aspetti ne sono stati apprezzati, la vicepresidente del gruppo parlamentare della Spd, Siemtje Möller, ha commentato che “la strategia di adulare e corteggiare il presidente degli Stati Uniti ha raggiunto il suo limite”. Secondo il “New York Times”, il discorso di Merz non è da leggersi come un “inno al vecchio ordine mondiale. Piuttosto, è una duplice critica: agli Stati Uniti, per aver rotto con i valori transatlantici condivisi, e all’Europa per non aver fatto abbastanza per difendere la propria sicurezza e promuovere l’indipendenza economica dall’America”.

È stato inoltre osservato che non solo le relazioni con gli Stati extraeuropei sono in fase di ridefinizione, ma anche quelle all’interno del continente stesso. L’idea che l’Unione possa essere spinta avanti solo dal motore franco-tedesco è una tesi sempre meno condivisa. La Cdu-Csu (il partito di Merz) ha per qualche tempo preso in considerazione la cooperazione con l’Italia, ma ora le strade sembrano divergere, nel momento in cui Meloni sceglie una stretta osservanza trumpiana.

Certo, i rapporti con la Francia appaiono però sempre più complicati. Molti a Berlino considerano Macron un’anatra zoppa, e per due motivi: al presidente francese resta solo poco più di un anno di mandato, e, durante questo periodo, dovrà continuare a fare i conti con maggioranze parlamentari precarie. A questo, si aggiunge l’incertezza del futuro: non è esclusa la possibilità che, nel 2027, vinca un esponente del Rassemblement national, con conseguenze imprevedibili per il ruolo della Francia in Europa. Al confronto, l’Italia è per ora (purtroppo) un modello di stabilità politica. Ma permangono differenze importanti tra i governi dei due Paesi: mentre Merz vede l’alleato statunitense ormai forse irrimediabilmente perduto – e parla di un nuovo assetto delle relazioni transatlantiche –, per Meloni la strada da seguire è un’altra: rafforzare l’integrazione tra le due sponde dell’Atlantico e concentrarsi sugli elementi di convergenza. Si spiega così il “no” di Merz alla partecipazione al Board trumpiano, cui invece il governo Meloni – tra i pochissimi che partecipano – sarà presente.

Il discorso di Merz ripropone dunque, attualizzandola, la questione del destino dell’Europa, che appare congelata in una sorta di animazione sospesa, senza avanzamenti e senza risposte, mentre nel mondo si operano giochi di potere alla ricerca di nuovi equilibri. Si delinea un tema di fondo dell’attuale congiuntura: non solo l’Occidente non sembra più così unito, ma è anche sempre più diviso dal resto del mondo. Si rafforza l’impressione, di cui già parlammo a suo tempo (vedi qui), di trovarci in una situazione caratterizzata da una “transizione egemonica”. Una prospettiva per nulla rassicurante, che getta una luce sinistra sui conflitti del nostro presente e sul moltiplicarsi delle divisioni. Notava Giovanni Arrighi che le transizioni egemoniche, nel capitalismo storico, si sono sempre determinate attraverso il “completo e apparentemente irrimediabile collasso dell’organizzazione del sistema”, nonché attraverso una concatenazione di conflitti.

Questo l’orizzonte su cui si moltiplicano le posizioni divergenti in Europa. L’idea guida degli ultimi anni, da Draghi in poi, che si dovesse “accelerare il processo di integrazione”, procedendo oltre il principio di unanimità, e andando verso decisioni prese a maggioranza qualificata, pare segnare il passo, mentre si ridefiniscono sempre più nettamente interessi nazionali e contrattazioni spicciole, come avvenuto sulla questione dei dazi. Ben lontani dall’ottica di un “federalismo pragmatico”, che vada ad affiancare il “federalismo ideale”, ognuno vorrebbe rifondare l’Unione a modo suo. E c’è il rischio che la rifondazione dell’Unione, con troppi contendenti e prime donne in lizza, finisca per diventare l’anticamera della sua dissoluzione.

914
Archiviato inEditoriale
TagsAgostino Petrillo conferenza sicurezza Monaco Friedrich Merz Unione europea

Articolo precedente

Cuba, la crisi infinita

Articolo successivo

In Africa la legione straniera di Putin

Agostino Petrillo

Seguimi

Articoli correlati

Diventerà caldo l’autunno tiepido?

L’ondata di rivolta giovanile

Questione dell’abitare: l’Italia non è un altro continente

La Spagna verso le elezioni anticipate

Dello stesso autore

Diventerà caldo l’autunno tiepido?

L’ondata di rivolta giovanile

Questione dell’abitare: l’Italia non è un altro continente

La Spagna verso le elezioni anticipate

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Ex Ilva, vince la Costituzione
Guido Ruotolo    29 Ottobre 2026
Una rivolta e il suo capro espiatorio
Rino Genovese    28 Ottobre 2026
Per combattere davvero l’antisemitismo va rigettato un disegno di legge controproducente
Giorgio Graffi    26 Ottobre 2026
Ultimi articoli
Rebus post-elettorale in Israele
Eliana Riva    30 Ottobre 2026
L’insostenibile pesantezza dell’intelligenza artificiale*
Massimo Florio    29 Ottobre 2026
Brasile, Lula fa il miracolo
Claudio Madricardo    29 Ottobre 2026
Ex Ilva, la procura di Taranto di nuovo in campo
Guido Ruotolo    28 Ottobre 2026
Belgrado né con Bruxelles né con Mosca
Vittorio Bonanni    27 Ottobre 2026
Ultime opinioni
I giovani in piazza e il passato che non passa
Paolo Barbieri    2 Novembre 2026
Fermo preventivo per una generazione
Stefania Tirini    2 Novembre 2026
Un buon senso molto Acerbo
Vittorio Bonanni    30 Ottobre 2026
Che bello consumare e non pagare!
Massimo Ilardi    26 Ottobre 2026
Come preservare la figura dell’umano nel nostro tempo?
Mario Pezzella    26 Ottobre 2026
Ultime analisi
Una manovra con le stellette
Paolo Andruccioli    3 Novembre 2026
L’algoritmo del controllo
Marianna Gatta    29 Ottobre 2026
Ultime recensioni
“La coscienza collettiva non sopporta lo specchio”
Luca Baiada    16 Ottobre 2026
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni Giorgio Graffi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA