Tredicimila e cinquanta voti di differenza sono stati l’inattesa ondata che ha travolto le speranze del centrosinistra veneziano di poter riconquistare la città, dopo undici anni di dominio padronale di Luigi Brugnaro. Una doccia fredda, che ha repentinamente cambiato l’umore prevalente, al momento della diffusione del primo exit poll poco dopo la chiusura dei seggi, lunedì scorso. Con le prime proiezioni che hanno poi definitivamente spento ogni speranza di andare al ballottaggio.
A questa tornata elettorale, il composito “campo largo” veneziano aveva lavorato a lungo, avviando per tempo un processo di costruzione di un progetto comune che aveva visto la confluenza di tutti. O, almeno, di quasi tutti. Qualcosa che aveva fatto ben sperare – anche sulla base dei dati delle ultime regionali e del referendum sulla separazione delle carriere – in un possibile cambio del governo cittadino, peraltro coinvolto in scandali, che hanno portato alla condanna definitiva di un suo assessore, e a procedimenti giudiziari (la cosiddetta inchiesta Palude) contro lo stesso sindaco e alcuni suoi stretti collaboratori. Dopo i lunghi anni di Brugnaro – la cui preoccupazione era stata quella di privilegiare lo sviluppo economico, mettendo in secondo piano il diritto di cittadinanza, sua la frase con cui invitava chi vive a Rialto e non tollera i turisti a trasferirsi in terraferma –, sembrava finalmente giunto il momento di voltare pagina. Tanto più che la percezione generale era quella di una città allo sbando, preda di un overtourism incontrollato in centro storico, che sta espellendo i suoi abitanti, e di una terraferma mestrina trasformata nel regno dello spaccio, divenuta la città dormitorio low-cost per i turisti che non si possono permettere di pernottare a Venezia.
Di fronte a quello che appariva il fallimento dell’imprenditore di successo prestato alla politica – il quale, all’inizio del mandato, aveva promesso che avrebbe ripopolato la città insulare con trentamila nuovi cittadini, quando invece, durante il suo governo, la popolazione veneziana è andata perdendo mille abitanti all’anno – il centrosinistra si è attrezzato, e anziché coinvolgere la città in un dibattito che portasse all’individuazione di un candidato sindaco, si è affidato alle alchimie delle segrete stanze della mediazione, da cui è uscito il nome di Andrea Martella, politico di lungo corso e segretario regionale del Pd. Uomo di partito e carattere pacato, in campagna elettorale non è quasi mai passato all’attacco, rimanendo nel vago su questioni sostanziali. A partire dal turismo, su cui non si capiva davvero cosa si ripromettesse di fare, una volta eletto. Persona gentile ed educata, a qualcuno è apparso una figura scialba, un rispettabile bollito. Sul cui nome, il Pd ha fatto quadrato al momento della scelta, nonostante fosse sconosciuto ai più.
La scelta di Martella aveva da subito suscitato più di qualche perplessità, perché non era il frutto di un processo popolare, e perché il Pd, in città, è visto ancora come il responsabile degli errori delle giunte precedenti. Vivo, infatti, è il ricordo di Giorgio Orsoni, ai domiciliari nel 2014 per mazzette ricevute dal Consorzio Venezia Nuova, quello dello scandalo Mose, che aveva proiettato Venezia sulle prime pagine di tutta la stampa mondiale. La creatura di Giovanni Mazzacurati, che ha finanziato la politica, Martella compreso, che da parte sua ha almeno dichiarato quanto preso. Eppure, facce nuove, o almeno spendibili, non ne mancavano, come anche nuove visioni di città che avessero il respiro di un progetto pensato per dare vita a una sindacatura.
Nei mesi che hanno preceduto la tornata elettorale, la città ha visto emergere proposte più o meno articolate. Una era il lavoro collettivo raccolto nel libretto I futuri di Venezia, coordinato da un ex assessore di Cacciari, l’avvocato Alessio Vianello, un uomo con forti entrature nel mondo cattolico, un moderato, che tuttavia aveva presentato un progetto che aveva il vantaggio di offrire una visione radicale per la soluzione dei problemi di Venezia. E che proponeva di mettere fine ai troppi tentennamenti – da parte della sinistra cittadina, per lo più di confessione Pd – su questioni la cui soluzione sarebbe urgente, ma è frenata dagli interessi economici in gioco, che, troppo spesso e da tanto tempo, si evita di toccare. Un’ altra era Ri-pensare Venezia della Fondazione Gianni Pellicani, un percorso di ricerca partecipata, culminato nella raccolta 100 idee per Venezia, per rilanciare la città oltre la monocultura turistica, mettendo un freno alla desertificazione commerciale a favore di una diversificazione economica. Con misure pensate per contrastare lo spopolamento e l’emergenza abitativa; per la gestione dei flussi turistici e per una città più sicura.
Insomma, idee non ne mancavano. Quanto ai propugnatori delle due principali proposte, con il trascorrere delle settimane, Vianello ha dissipato il patrimonio di autorevolezza acquisito, ed è finito per essere emarginato dal processo elettorale. L’altro, Nicola Pellicani, è l’anima della Fondazione intestata al padre, una realtà che organizza anche il Festival della politica, una kermesse che invita normalmente la compagnia di giro degli ospiti dei talk show televisivi. Protégé dell’ex sindaco Cacciari, ha trovato un posto di capolista del Pd, a sostegno di Martella. Il che gli ha aperto un ritorno a Ca’ Farsetti, dopo una candidatura a sindaco andata a male, e un intermezzo consolatorio, per una sola legislatura, come deputato in parlamento.
Con il conforto di almeno cinque sondaggi che davano Martella favorito, secondo alcuni addirittura vincente al primo turno, la campagna ha visto la calata in città dei big del “campo largo” nazionale, Renzi incluso, che non hanno perso l’occasione per tentare di dare una spallata a un governo in oggettiva difficoltà dopo il referendum. La scelta di conferire un peso nazionale a un’elezione che, di fatto, era un evento locale non ha però favorito il candidato progressista. Mentre il suo avversario si è fatto fotografare con esponenti del governo, dai quali ha ricevuto promesse di finanziamenti e di interventi sul territorio.
Come poi è andata, è qualcosa al di là di ogni previsione, che nemmeno a destra avrebbero osato sperare. Grazie alla sorpresa e alla grancassa dei giornali, il risultato in laguna ha avuto un effetto politico nazionale, e ha dato un po’ di respiro a un governo che, dopo il referendum, appariva in panne. Mentre ha penalizzato il “campo largo”, che – sbagliando ancora una volta i conti – già vedeva la vittoria del 2027 a portata di mano.
Tornando alle elezioni veneziane, la mappa elettorale conferma, anzi peggiora, una realtà che già da tempo si è andata delineando, con la destra che ha la maggioranza in tutte le aree di terraferma del Comune e nelle isole della laguna, eccetto nel ridotto di Venezia centro storico, dove Martella supera con il 51,40% Simone Venturini, fermo al 34,83%. Ciò si riflette anche nelle sei municipalità in cui il Comune è suddiviso, con il centrosinistra che vince solo in quella di Venezia, lasciando alla destra le restanti cinque. Venturini dunque passa, ma con oltre diecimila voti in meno rispetto al Brugnaro del 2020. Martella perde, ma recupera oltre settemila voti rispetto a Gianpaolo Baretta, nella sua sfida con Brugnaro. Alleanza Verdi-sinistra, Terra e Acqua, Movimento 5 Stelle, considerati insieme, perdono oltre settemila voti; l’astensione sottrae più di undicimila elettori, in netta controtendenza rispetto al sorprendente risultato del referendum.
Gira in questi giorni in rete, l’immagine di una Venezia tutta rossa, difesa da una palizzata come un villaggio gallico, circondata dalla terraferma e dalle isole tutte gialle, il colore scelto da Venturini per la sua civica. Dalla Venezia assediata si alza il grido: “Sono pazzi questi mestrini!”. Infatti è venuto da loro, in gran parte, il voto che ha fatto stravincere il trentottenne Simone Venturini, proveniente dal mondo delle parrocchie e dallo scoutismo, che ha conquistato tutto il conquistabile, con percentuali bulgare, in particolare nella sua Marghera. Ancora prima della laurea in giurisprudenza, arriva alla politica nelle file dell’Unione di centro di Pier Ferdinando Casini e di Ugo Bergamo. E mentre Bergamo fa l’assessore alla mobilità di Giorgio Orsoni, Simone fa il consigliere comunale di maggioranza, votando quei bilanci che in seguito, passato nella successiva stagione politica a fianco di Brugnaro, riterrà responsabili di avere portato le casse comunali alla bancarotta. Per Brugnaro (presentatosi all’inizio come un civico con appoggio a destra, dopo avere chiesto in precedenza al Pd, senza successo, di fare il sindaco per il centrosinistra, evitando di passare per le primarie), Venturini assume, dapprima, l’incarico di assessore alla Coesione sociale, e, nel secondo mandato, quello al Turismo e alla casa. Con il tempo, riesce a stringere un sodalizio che lo lega al sindaco, che lo vede come il suo vice di fatto. Tra i due crescono la simpatia e il rapporto personale, al punto da presentarsi, in un carnevale di qualche anno fa, travestiti Brugnaro da Batman e Venturini da Robin, il “ragazzo meraviglia”, entrambi protettori di una Venezia che le inchieste giudiziarie successive – ancora non concluse – riveleranno assomigliare, almeno un po’, a Gotham City. Perché Simone – come ha chiesto di essere chiamato dai suoi concittadini la sera della vittoria, un po’ alla maniera di Francesco, che a chi scrive aveva confessato di considerare un comunista – è ubbidiente e sa muoversi bene, e ha utilizzato gli undici anni del mandato per consolidare la sua immagine di ragazzo pulito, beniamino delle vecchiette degli ospizi, con cui spesso si fa fotografare: insomma di giovane in carriera che ogni madre vorrebbe avere come figlio. Con la sua assidua presenza sul territorio – dove non fa mai mancare il suo eterno sorriso a ogni apertura di negozio –, si è guadagnato il soprannome di “taglia nastri”. Del che poco si cura, dato che il lavoro “porta a porta” alla fine lo ha premiato, al di là di quello che poteva immaginare. Al punto che, come ha rivelato Youtrend, perfino il 50% degli elettori che alle europee, nel 2024, avevano scelto i 5 Stelle, l’hanno preferito. E con il loro voto l’hanno incoronato. Interprete perfetto della strategia comunicativa di Brugnaro – da cui pubblicamente non ha mai preso le distanze, e sulle cui vicende giudiziarie si è ben guardato dall’intervenire –, Simone porta a casa un risultato straordinario, con la sua civica primo partito, con il 30,10%, seguito a distanza dal Pd, con il 24,84%; terzo partito Fratelli d’Italia al 12,89%, mentre tutti gli altri soffrono.
Dei suoi undici anni da assessore, non ha lasciato pressoché nulla che sia meritevole di ricordo. Ha galleggiato, come il suo datore di lavoro, in una campagna elettorale lunga due mandati, cercando di dare meno fastidio possibile al laissez faire concesso alle categorie economiche che vivono di Venezia, e ne mettono a rischio sempre più la sopravvivenza. Ha fatto ricorso, quando era il caso, a provvedimenti farlocchi, come il contributo d’accesso, che non serve a contenere l’invasione turistica, privo, com’è, di un tetto giornaliero di entrata (vedi qui). Mentre ha rinnovato, con il neopresidente regionale Stefani, il patto scellerato già sottoscritto dai predecessori, Brugnaro e Zaia. Il tacito accordo che fa della città lagunare l’occasione di business per tutta la regione.
A Venezia, le scorse elezioni sono state vissute come l’ultima possibilità di cambiare governo prima della probabile sparizione della città, ormai abitata da 48mila residenti, a causa dell’impatto delle speculazioni legate al turismo. Questa stessa realtà penalizza del resto anche Mestre, che sta vivendo un fenomeno di espulsione dei suoi cittadini, costretti a lasciare le proprie case alle più redditizie affittanze turistiche. Mentre la città di terraferma è diventata emblema del fallimento delle politiche securitarie messe in atto da Brugnaro, con le cifre record dei decessi e ricoveri per overdose, che la posiziona subito dopo Roma. L’economia turistica incontrollata è avanzata, nell’era brugnariana, come una metastasi. Salvo sorprese che il nuovo sindaco potrebbe avere in serbo – con la forza della sua civica potrebbe far piovere o far splendere il sole a piacimento –, nulla lascia presagire che la musica cambi per una civitas sempre più sotto minaccia. Rimarrà l’urbs, quella ovviamente sì finché sarà possibile, a beneficio degli speculatori e dei gitanti.








