La destra vuole a tutti i costi riscrivere la legge elettorale, e lo farà: la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha deciso, ieri 27 maggio, che l’Aula inizierà l’esame del testo il 26 giugno, entro luglio sarà terminata la prima lettura, non senza l’imposizione di tagliole e bavagli, per ottenere l’ok definitivo al Senato addirittura, forse, entro la pausa estiva. Riusciranno nel loro intento? Non sembra ci siano ostacoli, visti gli schiaccianti numeri della maggioranza, che ha superato i contrasti interni – invano negati ma sono emersi – giungendo al secondo testo base (cioè quello che sarà oggetto di emendanti e di voto finale), depositato ieri nella commissione Affari costituzionali. Dunque, quali norme ha “cucinato” la destra?
I seggi per l’elezione alla Camera dei deputati – si legge nel nuovo testo – “sono ripartiti tra le liste e le coalizioni di liste con metodo proporzionale, con l’eventuale attribuzione di un premio di governabilità pari a 70 seggi complessivi, da assegnare a liste presentate a livello circoscrizionale, in favore della coalizione o della lista singola che abbia ottenuto il maggior numero di voti validi a livello nazionale in entrambe le Camere e che abbia conseguito almeno il 42% di voti validi in ciascuna di esse”. Resta dunque invariato il premio di 70 seggi alla Camera, attribuendolo però solo al di sopra della soglia del 42% delle preferenze, e solo nel caso in cui tale soglia sia raggiunta in entrambe le Camere. Quanto al Senato, il premio resta di 35 seggi, sempre nel rispetto della soglia del 42%. “In caso di mancato raggiungimento della soglia – scrivono gli sherpa della maggioranza – i seggi vengono attribuiti con metodo proporzionale. Ciascuna circoscrizione regionale per il Senato è ripartita nei collegi plurinominali. L’assegnazione dei seggi alle liste e alle coalizioni di liste nei collegi plurinominali è effettuata con metodo proporzionale, con l’eventuale attribuzione di un premio di governabilità pari a 35 seggi complessivi da assegnare a liste presentate a livello regionale, in favore della lista singola o della coalizione di liste che abbia conseguito il maggior numero di voti validi a livello nazionale in entrambe le Camere e che abbia conseguito almeno il 42% di voti validi in ciascuna di esse”.
Cambia leggermente il tetto massimo dei seggi raggiungibili da una singola coalizione: da 230 a 220 alla Camera, e da 114 a 113 al Senato. Alla Camera sono esclusi dal computo i seggi assegnati alla circoscrizione Estero e quelli assegnati secondo le disposizioni speciali per il collegio Valle D’Aosta; al Senato quelli dei collegi uninominali delle Regioni Valle d’Aosta-Vallée d’Aoste e Trentino Alto Adige-Südtirol. Per quanto riguarda gli italiani all’estero, si prevede l’introduzione di una sorta di meccanismo anticontraffazione, affidando al governo il compito di aggiornare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, regolamento attuativo della legge del 2001: in sostanza, la legge elettorale prevede per la prima volta su questa materia solo un principio, affidandone l’attuazione a una delega al governo. Ovviamente, resta il doppio listino bloccato di partito per la competizione proporzionale e di coalizione per il premio di maggioranza – possibile obiettivo di più sostanziosi rilievi eventuali della Corte costituzionale –, escluso, ma sin dalla prima ora e in modo trasversale, il ritorno delle preferenze: lo chiede solo Vannacci che si fa bello così, sapendo che non accadrà, anche se Fratelli d’Italia e Noi Moderati dicono che presenteranno in Aula un emendamento in questa direzione: del resto, se lo faranno, il voto segreto porterà alla sua bocciatura.
Questo, insomma, il testo su cui la destra procederà senza esitazioni, assicurano i suoi esponenti. Il 3 giugno si prevede, in Commissione Affari costituzionali, una giornata di nuove audizioni sulle nuove parti, gli esperti avranno pochissimo tempo per portare le loro valutazioni e analisi. È una folle corsa, che non può evitare di destare sospetti: l’uomo di punta di Giorgia Meloni, Giovanni Donzelli, approdato in Commissione proprio per assicurare un sicuro iter alle nuove norme, prova a darsi un tono serioso, dicendo che la maggioranza intende farsi carico di evitare che, in prossimità della scadenza naturale della legislatura, ci si affoghi per fare la legge elettorale insieme agli altri provvedimenti non rinviabili: ma l’affidabilità di Donzelli è ovviamente assai bassa.
Non c’è dubbio che la destra stia dando una forte accelerazione a questa partita: sanno che non potranno evitare un giudizio della Consulta, perché i ricorsi saranno di sicuro presentati – durante le audizioni una lunga sfilza di esperti ha demolito le loro proposte, anche se esprimendo valutazioni sul primo testo base, che tuttavia si differenzia bene poco dal successivo. Dietro questa frenesia, è chiaro il progetto di anticipare il voto, incamerando norme che possano consentire alla destra di schivare la crisi di popolarità. L’idea basica, che domina nei partiti che hanno più voti, è stata ormai oscurata da un dibattito politico intossicato, nel quale risuona fastidiosamente la parola “governabilità”, mai quella di “rappresentanza”.








