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Home » Articoli » In Bangladesh e in Nepal è finito il Novecento

In Bangladesh e in Nepal è finito il Novecento

Le rivolte dei giovani chiedono giustizia e libertà, al di fuori dei vecchi schemi

30 Gennaio 2026 Vittorio Bonanni  884

Il futuro del Bangladesh e del Nepal è nelle mani dei giovani. Ambedue repubbliche parlamentari, e tra i Paesi più poveri del mondo, sono stati scossi, nel corso degli ultimi due anni, da violente proteste giovanili, che hanno avuto il merito di avere aperto fasi nuove, il cui sbocco si potrà osservare in occasione dei due prossimi appuntamenti elettorali. Nell’ex Pakistan orientale (il Bangladesh), le consultazioni si terranno il 12 febbraio in un clima di tensione permanente. Lo scorso 18 dicembre, gravi scontri si sono verificati nella capitale Dacca dopo la notizia della morte, in un ospedale di Singapore, di Sharif Osman Hadi, 32 anni, uno dei leader della rivolta studentesca del 2024 (vedi qui), che il 15 dicembre era stato gravemente ferito da un gruppo di uomini armati a volto coperto.

Ricordiamo che la rivolta di un anno e mezzo fa del movimento Students Against Discrimination, capeggiato da Nahid Islam, aveva costretto alla fuga in India la potente e autoritaria premier, Sheikh Hasina. Al suo posto, con grande sorpresa, era stato nominato il virtuoso economista e Nobel per la pace, Muhammad Yunus, sostenuto dagli studenti e dallo stesso esercito. Il voto sarà il primo passo di una transizione molto complicata. Se Yunus, che parla di “traguardo democratico”, uscirà di scena, e lo farà come annunciato, lo stesso dovrebbe fare verosimilmente il capo dello Stato, Mohammed Shahabuddin, che costituzionalmente non ha un ruolo decisionale, ma è pur sempre espressione dell’Awami League, partito fondato nel 1949, che ebbe un ruolo di primo piano nella lotta per l’indipendenza del Paese. Il presidente è anche il comandante in capo delle forze armate. Una decisione, quella di Shahabuddin, motivata dall’isolamento politico in cui si è trovato. Nota positiva, comunque, è la decisione delle forze armate di non intervenire in alcun modo, mettendo così in un angolo eventuali scenari autoritari.

E tuttavia è evidente che, nel futuro, nulla è da escludere: molto dipenderà dalla stabilità politica del Paese. Le mancate riforme, e la frustrazione di pezzi storicamente rilevanti ma in crisi della politica bangladese, rendono incerti gli anni a venire dell’ex colonia britannica. I cittadini e le cittadine di uno dei Paesi più popolosi del mondo (circa 150 milioni di abitanti in 140mila chilometri quadrati) saranno chiamati a esprimersi anche sulle cosiddette “Carte di luglio”: un pacchetto di riforme che prevede una limitazione dei poteri dell’esecutivo, un rafforzamento della magistratura e delle autorità elettorali, freni agli abusi delle forze dell’ordine, una maggiore rappresentanza femminile e diritti fondamentali più tutelati. Se approvate, si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione istituzionale nella storia bangladese.

Dicevamo del ruolo centrale dei giovani, che hanno guidato questo processo di cambiamento attraverso la loro organizzazione Students Against Discrimination. La scintilla della rivolta fu la decisione del governo di riservare il 30% dei posti di lavoro a veterani della guerra d’indipendenza. La protesta costò la vita a seicento manifestanti, e le scuole rimasero chiuse per un mese, con gravi ripercussioni sull’andamento scolastico dei giovani – e soprattutto delle ragazze, che hanno maggiori difficoltà ad accedere all’istruzione.

Quale sponda politica possa avere questa grande richiesta di cambiamento, rafforzata qualora venisse confermata dalla consultazione referendaria, è difficile a dirsi. Favorito è lo storico Partito nazionalista del Bangladesh di Khaleda Zia, scomparsa lo scorso 30 dicembre, e, a seguire, Jamaat-e-Islami, tornato alla vita politica il 29 agosto del 2025, dopo anni di messa al bando per le sue posizioni allora avverse all’indipendenza dal Pakistan. Più interessante è il National Citizen Party, fondato il 28 febbraio scorso, direttamente dagli studenti. Si tratta di una realtà con poche risorse, ma che potrebbe comunque conseguire un risultato importante, anche perché presente in tutto il Paese. Il Ncp nasce infatti dopo l’istituzione di comitati organizzati in tutti gli upazila, le realtà amministrative nelle quali è suddiviso il Paese. In occasione delle prossime elezioni, la nuova formazione ha annunciato un’alleanza con Jaamat-Islam e altri partiti minori. Si tratta quindi di una realtà plurale e aperta, che si batterà per la nascita di una seconda Repubblica e la promulgazione di una nuova Costituzione. L’ingresso nelle istituzioni, dopo due anni di battaglie di strada, sarebbe comunque un bel risultato.

Scenario relativamente simile in Nepal. Lo scorso settembre (vedi qui), il bando imposto sui social aveva scatenato una rivolta dei giovani della cosiddetta generazione Z, che aveva provocato settantasei morti e 2.300 feriti, con le sedi istituzionali prese d’assalto. Una reazione che aveva poi costretto il governo a fare marcia indietro, con le dimissioni del primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli, già presidente del Partito comunista nepalese e quattro volte premier, senza che ciò riportasse la calma, essendo nel mirino dei manifestanti l’intera classe politica nata dopo l’abbattimento della monarchia, nel 2007, accusata di nepotismo e di corruzione.

Va sottolineato come le ragioni della protesta siano da ricercare anche in un contesto economico e sociale problematico: secondo la Banca mondiale, l’82% della forza lavoro nepalese è impiegata nel settore informale, e il prodotto interno lordo pro capite è fermo a 1.447 dollari, secondo i dati del 2024. La crisi provocata dalle rivolte giovanili ha portato alla creazione di un governo presieduto da Sushila Karki, ex presidente della Corte suprema, la cui politica, pur essendo decisamente contro il nepotismo e la corruzione, non ha prodotto il rinnovamento atteso, sebbene forse non potesse essere altrimenti, vista l’assenza di un vero programma politico di rinnovamento, come una nuova Costituzione, e lo stato di carcerazione dei politici del passato.

Intanto, in attesa del voto del prossimo 5 marzo, arrivano le prime candidature. A partire da quella dell’ex sindaco, di Kathmandu, il rapper Balendra Shah, che sfiderà Sharma Oli, intenzionato a restare a galla nonostante le dimissioni. Shah, 35 anni, avrebbe le caratteristiche per rappresentare i giovani nepalesi contro l’esponente della vecchia guardia, che, a rigor di logica, non dovrebbe avere grandi possibilità di successo. L’ex musicista ha deciso di candidarsi scegliendo come base di partenza non la capitale, sua roccaforte naturale, ma il distretto rurale diJhapa-5, da sempre feudo di Oli.

“Balendra Shah – riferisce la testata “Asianews” – è stato eletto per la prima volta nel 2022, dopo avere lanciato una serie di campagne social contro l’evasione fiscale, la congestione del traffico e la gestione dei rifiuti urbani. A dicembre – informa ancora l’agenzia promossa dai missionari del Pime (Pontificio istituto missioni estere) – Shah si è unito al Rastriya Swatantra Party (Rsp), partito centrista che negli ultimi anni ha sfidato i partiti tradizionali, arrivando a essere la quarta formazione politica all’interno del parlamento nepalese. Shah ha detto di sostenere un sistema economico liberale accompagnato da misure di giustizia sociale, come istruzione e assistenza sanitaria gratuite per i poveri”.

Altro possibile interlocutore dei giovani è Gagan Thapa, esponente di una fazione dello storico Congress nepalese, già al governo con i comunisti, contro Sher Bahadur Deuba, ex premier e leader del partito dal 2016. Relativamente giovane – ha 49 anni – Thapa avrebbe le caratteristiche per fare suo un pezzo di elettorato giovanile. Va altresì aggiunto che, dopo l’ondata di proteste, sono nati venticinque nuovi partiti, e più di novecentomila persone si sono registrate come nuovi elettori ed elettrici. Un segnale importante in un Paese che, tra disillusione e speranza, cerca di voltare pagina, così come i cugini bangladesi. E ciò grazie a dei movimenti che potremmo definire post-ideologici, al di fuori degli schemi novecenteschi, che nella testa dei partecipanti hanno però la libertà e la giustizia sociale.

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