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Nepal, dopo la rivolta intervengono i militari

Contro la corruzione e il nepotismo, prese d’assalto le sedi istituzionali. Molti manifestanti chiedono il ritorno della monarchia e il ripristino dell’induismo come religione di Stato

11 Settembre 2025 Marco Santopadre  1153

Venticinque morti e centinaia di feriti, le sedi istituzionali prese d’assalto dai manifestanti, in alcuni casi dati alle fiamme. Nonostante la marcia indietro del governo e le dimissioni del primo ministro, non si è placata la rabbia di chi non protesta più solo contro il bando imposto ai social – e del resto rapidamente ritirato dall’esecutivo nepalese dopo le prime grandi manifestazioni –, ma denuncia la corruzione e il nepotismo imperanti a tutti i livelli del sistema politico nato dall’abolizione della monarchia e dalla creazione di una fragile repubblica.

La mobilitazione ha visto una vera e propria escalation, con il moltiplicarsi degli attacchi anche ad alcuni esponenti politici. L’ex primo ministro, Sher Bahadur Deuba, e sua moglie, la ministra degli Esteri, Arzu Rana Deuba, sono stati aggrediti nella loro residenza, e si sono salvati solo grazie all’intervento di un elicottero dell’esercito. Invece Rajyalaxmi Chitrakar, moglie dell’ex primo ministro, Jhalanath Khanal, è morta a causa delle ustioni dopo che la sua casa, nella capitale, era stata data alle fiamme dai manifestanti.

Le immagini hanno mostrato una città scossa dagli scontri tra i manifestanti e la polizia – che, oltre ai lacrimogeni e alle pallottole di gomma, ha da subito sparato sulla folla dei giovani, provocando, già lunedì 8 settembre, una ventina di vittime, obbligando il ministro degli Interni a rassegnare le dimissioni – e avvolta dalle colonne di fumo che si levavano dagli edifici istituzionali presi di mira dalla furia della protesta. La folla ha preso d’assalto il complesso di Singha Durbar, sventolando bandiere dal tetto e incendiando il parlamento, l’ufficio presidenziale e la sede della Corte suprema. È stato appiccato il fuoco anche alle residenze di almeno due dozzine di esponenti del governo attuale, o di quelli precedenti, tra cui quella del presidente, del primo ministro e del ministro degli Interni, nonché agli uffici del Kantipur Media Group, il più grande conglomerato editoriale del Paese. Gli incendiari hanno inoltre preso di mira alcuni hotel di lusso, in particolare l’Hilton di Katmandu, la sede centrale della compagnia telefonica nazionale Ncell, e varie sedi politiche, compresa quella del Nepali Congress, il Partito del congresso (di centrosinistra) gemellato con l’omonima forza politica indiana. Le manifestazioni hanno interessato, oltre alla capitale, anche altre città. Scontri si sono verificati a Bhairawa, dov’è stato incendiato il nuovo aeroporto internazionale, mentre lo scalo di Katmandu è stato chiuso dalle autorità per motivi di sicurezza. Anche diverse prigioni, in tutto il Paese, sono state prese d’assalto e, secondo la stampa locale, circa novecento detenuti sono evasi.

La situazione è esplosiva: nessuna forza politica sembra in grado di placare gli animi, tanta è la sfiducia sociale, soprattutto tra i giovani, nei confronti dei partiti. Uno dei pochi esponenti politici che potrebbe esercitare un certo appeal sui rivoltosi potrebbe essere l’ex rapper Balendra Shah, sindaco indipendente di Katmandu, che ha invitato la cosiddetta “generazione Z” a rientrare nei ranghi e a prepararsi a “guidare il Paese”, oltre che a “discutere col capo delle forze armate”. Il suo, più che un invito ai manifestanti, suona come un’autocandidatura alla guida del Paese. Però l’esercito ha già iniziato a intervenire, considerata la virulenza delle proteste e l’incapacità delle forze di polizia di ristabilire l’ordine. I comandi delle forze armate avevano avvisato che, se la rivolta non si fosse fermata, sarebbero intervenuti per prendere in mano la situazione. Nella mattinata di mercoledì 10, diversi veicoli militari hanno preso posizione in vari quartieri di Katmandu, mentre scuole, negozi e uffici sono rimasti chiusi e le strade rimaste deserte.

Non è chiaro se potrà essere ricomposta la frattura tra le giovani generazioni e la classe politica che ha governato il Nepal negli ultimi venti anni. Non sono servite le dimissioni del primo ministro, Khadga Prasad Sharma Oli, noto per il suo stile conflittuale e per la capacità di sopravvivere a innumerevoli crisi parlamentari, formatosi nella lotta contro la monarchia a causa della quale aveva trascorso quattordici anni in prigione. Era stato proprio lui, esponente del Partito comunista del Nepal (marxista-leninista), a imporre, il 4 settembre, il blocco di ventisei social – compresi i popolarissimi Facebook, Whatsapp, X, Instagram, Youtube –, in nome della necessità di combattere la diffusione delle fake news e delle truffe online, obbligando le piattaforme che vogliano operare nel Paese a registrarsi, come hanno velocemente fatto la cinese TikTok e la cipriota Viber.

La misura ha avuto come conseguenza l’immediata protesta di varie associazioni e organizzazioni giovanili, che hanno deciso di partecipare alla manifestazione di lunedì 8 mattina, organizzata a Katmandu dall’Ong Hami Nepal. I protagonisti del corteo – pacifico e apartitico, contraddistinto dalla presenza di tante bandiere nazionali e dagli slogan contro la corruzione e l’inettitudine della classe politica – sono stati soprattutto gli studenti e le studentesse delle scuole superiori e dell’università, scesi in piazza con le loro divise. Ma la situazione è subito degenerata in violenti scontri tra una parte del corteo, formata da manifestanti più in là con l’età, spesso a bordo di motociclette, e le forze di sicurezza in assetto antisommossa, che hanno fatto ricorso a una dura repressione contro coloro che tentavano di fare irruzione all’interno del parlamento.

Il ritiro del blocco dei social, le dimissioni del ministro degli Interni e del premier, non hanno riportato a casa i manifestanti, anzi probabilmente hanno rafforzato la sensazione che la spallata contro un governo debole sia a portata di mano, sull’onda delle violente proteste di qualche giorno fa in Indonesia, e dei moti popolari che hanno scosso lo Sri Lanka (2022) e il Bangladesh (2024), rovesciandone i regimi (vedi qui, qui e qui).

La rabbia dei manifestanti è rivolta, in generale, contro l’establishment politico ed economico, e in particolare contro i partiti che hanno governato il Paese dopo la rivoluzione antimonarchica di due decenni fa: cioè il Partito comunista (marxista-leninista), un secondo Partito comunista (maoista) e il Partito del congresso. Nonostante alcuni riforme sociali e politiche che, nei primi anni di vita della repubblica, hanno democratizzato la società e rimosso alcuni dei residui feudali fossilizzati del regime monarchico, il Paese è alle prese con forti diseguaglianze, le stesse che del resto contraddistinguono i Paesi vicini, aggravate dal devastante terremoto del 2015 e poi dal blocco del turismo, causato nel 2020-21 dalla pandemia.

La disoccupazione giovanile supera il 20%, obbligando molti giovani a cercare lavoro all’estero; i redditi della maggior parte della popolazione rimangono molto bassi (quello medio pro-capite non arriva a 1300 euro), mentre, sul fronte opposto, la casta politica ed economica non perde occasione per ostentare la propria vita agiata. Pesano, poi, una corruzione insostenibile e la concentrazione del potere e della grande ricchezza nelle mani di una ristretta oligarchia. In un Paese dove la metà della popolazione ha meno di venticinque anni, lo scontento e la disillusione hanno trasformato la protesta in una rivolta, che potrebbe però essere influenzata dal ritorno in voga della monarchia, considerata ormai anche da molti giovani un’alternativa auspicabile alla litigiosità e all’inefficienza dei governi repubblicani. Negli ultimi mesi, infatti, ha preso piede in Nepal una diffusa nostalgia per la dinastia reale che ha dominato il Paese fino al 2008, quando la cosiddetta “alleanza dei sette partiti” – comprendente la guerriglia maoista, che aveva condotto per anni la lotta armata contro il regime – mise fine al potere assoluto del re Gyanendra.

Lo scorso 9 marzo, diecimila persone sfilarono vicino all’aeroporto di Katmandu al grido di “lunga vita al nostro re”, celebrando l’arrivo in città dell’ex sovrano. La nostalgia monarchica si somma con la richiesta, da parte di crescenti settori sociali conservatori, di ripristinare la fede induista come religione di Stato, e con l’opposizione, da parte di molti nazionalisti, alla trasformazione dello Stato unitario in una repubblica federale composta da sette Stati ciascuno con il suo premier e con una sua legislazione specifica, oltre che alla concessione di diritti politici e tutele particolari alle minoranze etniche. Da considerare, inoltre, la diffusa ostilità nei confronti della scelta dei governi di coalizione, tra i due maggiori partiti comunisti e altre forze minori, di dare la priorità alle relazioni economiche e commerciali con la Cina, facendo passare in secondo piano quelle con l’India. La firma, nel gennaio scorso da parte del governo, per l’ingresso del Nepal nella Belt and Road Initiative di Pechino aveva provocato, già a fine marzo, cortei e scontri a Katmandu, con una parte dei manifestanti che inneggiavano al ritorno del re. I morti, allora, furono solo due, ma il malcontento sociale e politico ha continuato a covare sotto la cenere scatenando la rivolta generalizzata che oggi ha incendiato il Nepal.

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