Dopo l’approvazione parlamentare, lo scorso ottobre, della legge costituzionale che manomette il riparto costituzionale dei poteri, il governo si è mosso per fare il referendum il prima possibile, contando su un gioco facile. Come risultato di tanto zelo, sono stati individuati i giorni del 22 e 23 marzo. Con Natale di mezzo, e a poca distanza dall’ultimo passaggio in parlamento. In un’alacre mobilitazione per il “sì” – che coinvolge tutto l’arco della destra e del mondo conservatore, insieme con una parte della sinistra moderata –, anche un piccolo grande comitato del “no” si è mosso. Quindici persone, non di più, ma di quelle che ci vanno di fioretto. Con una nuova richiesta referendaria sulla stessa legge, hanno iniziato la raccolta di firme il 22 dicembre, praticamente sotto l’albero di Natale. A qualcuno l’iniziativa sembrava disperata. Li hanno chiamati “nessuno”, eppure in tre settimane hanno superato di slancio il mezzo milione di firme (“terzogiornale” ha fatto la sua parte, per esempio qui).
Questo successo grida la voglia di fermare col “no” lo stravolgimento della Costituzione. Si sente il bisogno di impedire una brutta svolta, un passo decisivo sulla strada dei “pieni poteri”. L’ottima raccolta delle firme raggiunge anche un altro effetto, più immediato: l’ufficializzazione di un gruppo che adesso può avere precisi diritti riconosciuti dalla legge, un finanziamento pubblico e una posizione più evidente anche a livello politico. Con le spalle irrobustite da un consenso così ampio (la quantità di firme è solo la punta di un iceberg), il comitato ha chiesto al Tar del Lazio di annullare la fissazione della consultazione a marzo. L’altroieri, 28 gennaio, la decisione sfavorevole.
Senza entrare negli aspetti più tecnici della motivazione, ci limitiamo a segnalare qualche gomito stretto e certe implicazioni che si possono leggere fra le righe. Il Tar ammette che la fissazione della data del referendum è un atto di alta amministrazione, non un atto politico, e dice questo per affermare la sindacabilità della decisione governativa. Giusto (peccato che l’esito del sindacato sia infausto), ma vediamo la stranezza: vero dibattito politico nelle Camere non ce n’è stato, l’atto successivo del governo non è politico, la discussione politica popolare è strozzata nei tempi. Un caso di scuola in cui un’applicazione formalistica di norme, senza tenere conto delle conseguenze e delle prospettive d’insieme, porta dove non si deve andare: di politico cos’è rimasto in questa storia triste, in cui nessuno discute e pochi decidono?
La sentenza del Tar mette a confronto le diverse teorie politico-giuridiche sul referendum costituzionale, e lo vede come un “istituto di garanzia” per verificare la volontà popolare e garantire “l’esercizio dell’eventuale dissenso del corpo elettorale”. Benissimo, però. Partita col piede giusto, di colpo la sentenza ci delude, perché non vede che la pluralità di richieste referendarie impone, appunto, di permettere il dissenso: cos’è, il diritto al dissenso, senza il tempo di discutere? Ancora, la motivazione prende una piega strana quando teme il ritardo, l’incertezza, ciò che chiama “precarietà effettuale” e “stato di incertezza” della riforma che il parlamento ha approvato. Qui c’è da sbigottire: chi l’avrebbe mai detto. Il Consiglio superiore della magistratura funziona, com’è adesso, dalla fine degli anni Cinquanta, e ora non si può fare il referendum qualche settimana dopo il marzo 2026? La Costituzione scritta nel 1947 scotta forse tra le mani?
La richiesta dei quindici piccoli Ulisse è da ricondurre alla necessità di aggiungere informazione, discussione, partecipazione democratica. Il problema è rimediare al fatto che la modifica della Costituzione, l’anno scorso, è stata portata in bozza alle Camere e poi fatta uscire identica, approvata senza la minima modifica, caso atroce nella storia della Repubblica. È chiaro, insomma, che ci sono l’afasia politica e l’ubbidienza del parlamento, negli antefatti della consapevole richiesta di differire la consultazione. Questa realtà grossa, ingombrante, il Tar sembra non vederla: mettere le posizioni del comitato dei quindici sullo stesso piano di quelle del governo – e dei cinque comitati per il “sì”, che al governo si sono affiancati intervenendo nel processo – significa non avere capito sino in fondo i rapporti di forza.
Pensiamoci. Il governo e alcuni robusti comitati, di fronte al Tar del Lazio, uniti a far muro contro quindici cittadini (evidentemente assai temibili, si direbbe). Il fatto che basti la presenza dei “nessuno” a scatenare questo fuoco di sbarramento contro di loro, ci dice subito da che parte sta la ragione. Mettere questi contendenti sullo stesso piano, invece, vuol dire mettere nel nulla il fatto che il governo e i suoi alleati proseguono tenaci nella linea di mancata discussione condivisa. È la linea che condiziona negativamente questa manovra sin dall’inizio. Ed è il colmo che i sostenitori del “sì” chiedano di votare presto per “dare la parola al popolo”. Il popolo gradito è un popolo che parla senza ragionare, cioè senza dire niente.
Stando a certe tendenze pericolose, il popolo deve conoscere solo parole di due lettere, ma che cominciano con “esse” e finiscono con “i”. A questi pieni poteri, a questo quesito che propone di scompaginare la magistratura, è sempre più necessario rispondere “no”.







