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Taiwan a un bivio

L’isola cinese è entrata in una delle fasi più difficili della sua esistenza, stretta tra le minacce di Pechino e le pressioni di Trump. E lo scontro tra il presidente Lai e i nazionalisti blocca il Paese

29 Gennaio 2026 Marco Santopadre  1003

Tempi duri per “l’altra Cina”, che si trova di fronte al blocco politico e istituzionale più grave degli ultimi anni. Il presidente Lai Ching-te, del Partito democratico progressista (Dpp), vuole aumentare drasticamente la spesa militare: per questo ha deciso di spendere quaranta miliardi di dollari in armi nei prossimi otto anni. Il leader del partito più filoamericano del panorama politico di Taiwan vuole portare la spesa militare al 3% del Pil, già quest’anno, e al 5% entro il 2030. Ma i partiti di opposizione – il Partito nazionalista “Kuomintang” e il più piccolo Partito popolare –, che controllano la maggioranza del parlamento, hanno bloccato il provvedimento.

La conflittualità politica nell’isola – che Pechino considera un territorio secessionista da reintegrare nella Repubblica Popolare, ma che dal 1949 agisce come uno Stato indipendente, seppure riconosciuto da pochissimi Paesi al mondo – non è mai stata così alta; mentre l’Asia orientale è scossa da nuove tensioni tra la Cina e il Giappone, dopo l’ascesa al potere a Tokyo della nazionalista e conservatrice Sanae Takaichi.

Il primo ministro Cho Jung-tai, appartenente al partito del presidente Lai, si è rifiutato di accettare una legge approvata dal parlamento, controllato dall’opposizione, che avrebbe trasferito una parte delle entrate fiscali generali agli enti locali. I deputati nazionalisti e popolari hanno denunciato la mossa del premier come anticostituzionale, accusando Lai di essere un dittatore, e ne hanno chiesto l’impeachment. A sua volta, il Dpp accusa l’opposizione di volere paralizzare il governo e di agire per conto di Pechino, mettendo a repentaglio la sicurezza di Taiwan. Nei mesi scorsi, il partito del presidente ha condotto un’aggressiva campagna, mirata all’estromissione di decine di parlamentari del Partito nazionalista, che però alla fine è fallita. Intanto, mentre l’approvazione della legge di Bilancio è ferma, la Corte costituzionale di Taipei è bloccata dalla mancata nomina di un consistente numero di membri.

All’origine dello scontro, due posizioni molto diverse riguardo ai rapporti con la Repubblica popolare. Il Partito democratico progressista afferma che i rischi di un’invasione da parte delle forze armate di Pechino non sono mai stati concreti come ora, e che quindi bisogna armare l’isola il più presto possibile e stringere ulteriormente i legami con Washington per disincentivare un eventuale attacco della Cina continentale. Il Kuomintang – il partito nazionalista sconfitto dai comunisti di Mao nella guerra civile, i cui membri, nel 1949, si rifugiarono sull’isola, trasformandola in uno Stato de facto – è invece molto più cauto sull’incremento della spesa militare che – afferma – potrebbe costituire una provocazione nei confronti di Pechino, e anzi auspica un aumento delle relazioni con la Repubblica popolare. A questo scopo, i nazionalisti stanno cercando di organizzare un incontro tra la loro leader, Cheng Li-wen, e il presidente cinese Xi Jinping. A lungo militante del Dpp, Cheng ha aderito al partito nazionalista nel 2005, fino a diventarne leader tre mesi fa; ora vuole accreditarsi come interlocutrice di Pechino, proponendo un raffreddamento dei rapporti con Washington. Il Partito popolare sembra avere una posizione più sfumata, anche se mantiene un’opposizione altrettanto frontale al governo; e sia il presidente Lai sia la Casa Bianca stanno operando forti pressioni sugli alleati del Kuomintang affinché rinuncino alle barricate.

Ad acuire le tensioni interne a Taiwan, ci sono diversi fattori. Uno di questi è il cambiamento di approccio da parte dell’amministrazione statunitense, a partire dall’insediamento di Donald Trump.
Da una parte, il tycoon sprona il governo dell’isola a investire di più in armamenti; dall’altra, tratta l’isola con cinismo. Lo scorso anno, Trump ha innanzitutto imposto dazi del 20% a Taiwan, per poi abbassarli al 15%, dopo che il governo di Taipei ha accettato di investire almeno 250 miliardi di dollari nella produzione di microchip e semiconduttori negli Stati Uniti. La priorità della Casa Bianca, nei rapporti con l’isola, sembra quella di costringerla a spostare in America la sua strategica produzione. Nelle scorse settimane, poi, il governo dell’isola ha annunciato l’acquisto da Washington di otto pacchetti di armi per un totale di 11,1 miliardi di dollari, il maggiore mai realizzato. L’ordine comprende soprattutto lanciarazzi Himars e missili Atacms, missili Javelin e droni, l’occorrente per rafforzare le difese antiaeree di Taiwan e dotare il suo esercito di maggiori capacità per condurre una guerra asimmetrica, fondamentale vista la notevole sproporzione di forze con l’Esercito popolare di Pechino. Lai vorrebbe anche dotare l’isola di un sistema di difesa aerea T-Dome, ispirandosi a Israele, dove si è recato nelle scorse settimane il viceministro degli esteri taiwanese Wu.

Il problema è che, se in passato una parte importante delle forniture militari statunitensi all’isola erano a titolo gratuito, ora Taiwan dovrà pagare fino all’ultimo proiettile. Da qui le proteste del Kuomintang, che accusa Washington di essere più interessata a incrementare le esportazioni di armi, e ad aizzare l’isola contro Pechino – con il rischio di farle fare la fine dell’Ucraina –, che alla sua sicurezza. Per tentare di rassicurare Taiwan, il Senato americano ha approvato una legge diretta ad accelerare la vendita e il trasferimento del materiale bellico all’isola; ma le tensioni con Washington rimangono. Anche perché, se Trump sprona Taipei ad armarsi, d’altra parte ha sfumato il contrasto con Pechino, soprattutto dopo il lungo incontro tra il presidente statunitense e Xi Jinping, andato in scena a Busan (Corea del Sud) alla fine di ottobre, durante il quale i due leader sembrano avere raggiunto una momentanea tregua, almeno sul fronte commerciale. La tregua, per quanto forse solo apparente, preoccupa molto quella parte della popolazione di Taiwan che pensa che i tradizionali protettori americani siano alquanto distratti e poco propensi ad adoperarsi fino in fondo per la difesa dell’isola. Sono lontani i tempi in cui la speaker della Camera dei rappresentanti di Washington, la democratica Nancy Pelosi, visitava Taipei nel 2022, promettendo tutto l’aiuto possibile per evitare che l’isola tornasse a essere una provincia della Repubblica popolare.

Il 29 e il 30 dicembre, dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato il raggiungimento di un accordo con Taipei per la vendita di armi, l’Esercito popolare di liberazione ha lanciato una delle più massicce esercitazioni militari di sempre, simulando lo sbarco dei propri mezzi sulle coste di Taiwan e il blocco navale dell’isola, e spingendo i caccia e le navi da guerra sin dentro le acque territoriali di Taipei (che Pechino ovviamente non riconosce). Le manovre, inoltre, hanno simulato attacchi contro obiettivi terrestri e navali, e l’occupazione di varie località strategiche come i principali porti. Durante il 2025, le autorità taiwanesi avevano comunque già denunciato oltre 3600 sconfinamenti di velivoli e imbarcazioni militari cinesi.

Pochi giorni dopo, quando la Delta Force americana ha sequestrato il presidente venezuelano Maduro con un sanguinoso blitz, i social cinesi si sono riempiti di infervorati appelli al governo di Pechino, affinché faccia lo stesso con il presidente Lai. Certamente le pretese di Washington su Panama, Groenlandia, Canada e Venezuela rafforzano la richiesta cinese di riunificazione con la propria provincia ribelle, anche a costo di usare la forza. Ma non sembra che Pechino sia in procinto di fare scattare l’invasione, e le pur ripetute e pressanti manovre militari lasciano intendere che l’Esercito popolare di liberazione si stia addestrando a condurre un accerchiamento per isolare Taiwan, piuttosto che a un’invasione vera e propria, che avrebbe costi militari, umani e politici molto alti.

Alcuni analisti fanno però notare che Ji Xinping potrebbe voler portare a casa la riunificazione entro la fine del suo mandato presidenziale, sfruttando la (presunta) scarsa propensione di Donald Trump – che sembra ragionare sulla base di un mondo diviso in “sfere d’influenza” – a difendere militarmente l’isola e a imbarcarsi in uno scontro diretto con Pechino. Nell’ultimo anno, d’altronde, la Repubblica popolare, aumentando notevolmente l’attività militare attorno all’isola, ha battuto costantemente sull’inevitabilità e sull’indiscutibilità del ritorno di Taiwan alla madrepatria. Il declino del Partito democratico progressista, e un’eventuale mossa falsa o provocazione da parte del presidente Lai, potrebbero improvvisamente inclinare il piano e convincere la Cina a manifestare apertamente la propria accresciuta potenza militare. Tuttavia, per ora, non ci sono segni visibili di mobilitazione delle truppe, di preparazione logistica o di cambiamenti nelle politiche governative, che indichino un attacco imminente contro “l’altra Cina”, che sta vivendo una crisi interna senza precedenti.

Nella foto: il presidente di Taiwan, Lai Ching-te

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