Vengono descritti come lamentosi, sempre malati, ancora più schizzinosi di quelli che la Fornero stigmatizzava più di dieci anni fa. I giovani della generazione Z avrebbero un particolare atteggiamento verso la questione del lavoro. Sulla scorta di vecchie retoriche – e di controversie che si riaccendono in particolare nel periodo estivo, magari con il ritornello “non si trovano camerieri” – nei giorni scorsi alcuni quotidiani, tra cui il “Corriere”, hanno nuovamente ripreso il tema, dando evidenza alle difficoltà che alcune ditte avrebbero nel trovare manodopera per i turni notturni, di sabato e domenicali. Rimbalzata sui social, la questione è stata oggetto di polemiche interminabili. Tra le accuse mosse alla generazione Z, torna frequentemente quella di essere concentrata solo sul tempo libero, e di rifiutare buone offerte perché ritenute eccessivamente faticose o troppo impegnative in termini di tempo.
È ovvio che si tratta di generalizzazioni e di pregiudizi tanto spesso evocati contro i giovani, quanto non basati su prove empiriche o ricerche sociologiche che li confermino. C’è chi addirittura contesta che esista persino qualcosa che si possa chiamare generazione Z. Nelle scienze sociali, il concetto di generazione è controverso; la definizione fondamentale, utilizzata per lo più ancora oggi, è quella elaborata da Karl Mannheim, che se ne servì, negli anni Trenta, principalmente per contrastare le allora prevalenti teorie biologiche della società. Mannheim si concentrò sulle componenti sociali delle “generazioni”, e circoscrisse così l’utilizzo del concetto limitandolo ad alcuni indicatori significativi in determinati ambiti.
Perciò, quando si parla di divari generazionali nei dibattiti di politica sociale, di solito si parla di un fenomeno piuttosto unidimensionale e circoscritto. E questo perché le questioni distributive, che sono centrali per la politica sociale, non riguardano solo il divario tra generazioni, ma anche tra molti altri gruppi sociali. I supposti conflitti, che investirebbero in maniera astratta la giustizia generazionale, possono dunque avere molteplici sfaccettature. Oltre a fattori puramente demografici, a flussi di distribuzione economica e alla loro valutazione politica, e nonostante le delimitazioni poste all’uso del concetto, esistono anche narrazioni ricorrenti su quelle che sarebbero evidenti differenze sociali o culturali tra le generazioni. A queste viene attribuite una rilevanza sociopolitica, conferendo loro un notevole potenziale di divisione sociale, e connotandole con implicazioni virtualmente esplosive sul piano politico. È interessante perciò riflettere con particolare attenzione quando viene ciclicamente posto l’interrogativo se “i giovani” manchino di una volontà di impegnarsi, siano privi di un’etica del lavoro: il che finirebbe per sottintendere che stiano violando il contratto generazionale. Si sottolineano ripetutamente differenze generazionali nelle prestazioni lavorative, e i giovani vengono ritratti in modo negativo: demotivati al lavoro, interessati solo al tempo libero e alle attività ludiche e ricreative.
Tutto questo si suppone sia vero per le generazioni giovani; e il termine “generazione” è stato utilizzato dalla stampa come categoria di ordine aggregante: una presunta comunità di individui, legati da coorti di nascita ravvicinate, a indicare identificazione e comunanza. Da ciò si traggono spesso conclusioni affrettate su interessi collettivi che si suppone siano la prova di un presunto “carattere generazionale”, di cui vengono sommariamente tracciati profili immaginari: i precisi “boomer”, la “generazione X” attenta alla sicurezza, i “millennial” critici e interrogativi, la “generazione Z” pigra ed egocentrica. Tuttavia, simili “effetti generazionali” semplicemente non esistono sotto il profilo scientifico.
Uno sguardo alle prove empiriche, e agli studi sociologici condotti sul tema, rivela che molti stereotipi sulla generazione Z sono sbagliati. Il termine “generazione Z”, in ultima analisi, distrae dalle reali differenze, che si riscontrano più facilmente in termini di istruzione e di genere. Un recente studio tedesco sulla questione, condotto dalla Fondazione Ebert nel 2023, confuta l’immagine della generazione Z come poco incline al lavoro e interessata solo al tempo libero. In realtà, i giovani contemporanei si trovano in una situazione finanziaria, e in termini di richieste lavorative, simile a quella delle generazioni precedenti. Quello che probabilmente è cambiato è che sono meno inclini ad accettare opportunità lavorative al ribasso, o ritenute troppo vincolanti. Le loro ambizioni di carriera sono più forti di quanto spesso si creda, e le sfide che devono affrontare nel mondo del lavoro non sono specifiche di una generazione, ma interessano tutte le fasce di età in egual misura. Lo studio evidenzia, inoltre, che sono i lavori stressanti e sottopagati a produrre insoddisfazione e allontanamento dal mondo del lavoro, indipendentemente dalla generazione di appartenenza. Ciò dimostra che le sfide poste dal mondo del lavoro contemporaneo trascendono le generazioni. L’attenzione dovrebbe quindi concentrarsi meno sui presunti conflitti generazionali e più sul miglioramento delle condizioni di lavoro per tutti.
Lo studio tedesco ha preso in esame anche l’assenteismo, e ha rilevato che è sufficiente uno sguardo alle statistiche per mostrare come, nel corso dei decenni, il numero di casi e la durata dei congedi per malattia siano rimasti stabili in termini di distribuzione tra le singole fasce di età. Pertanto, i collegamenti con specifiche generazioni, come l’attuale, sono sostanzialmente costruiti in maniera artificiale e voluta. Sebbene il desiderio di migliori opportunità di equilibrio tra lavoro e vita privata, per esempio per quanto riguarda la cura dei figli o l’assistenza agli anziani, vari leggermente in base alla fascia di età, non ci sono tracce di un ritrovato “fourierismo” da parte giovanile, o dell’inseguire una dimensione di vita “fluida” e non stabilizzata, o magari i fantasmi del “lavoro liberato”. Anzi, si tratta di una generazione che – al di là del rifiuto del lavoro spazzatura – non disprezza una certa stabilità occupazionale, divenuta peraltro sempre più merce rara.
Certo, rimangono sullo sfondo quei fenomeni di great resignation – di cui ha parlato, subito dopo la pandemia, Francesca Coin in un bel libro, Le grandi dimissioni. Esiste indubbiamente una tendenza storica a una differente valutazione dell’universo lavorativo, una sorta di delusione collettiva, di cui le nuove forme di rifiuto del lavoro sono un sintomo. Non si può accusare la generazione Z di scarsa etica del lavoro quando è chiara la conclusione dell’epoca in cui regnava la speranza che il lavoro significasse emancipazione, mobilità e riconoscimento sociali. Ma il problema non è riducibile solo a una generazione; c’è una richiesta emergente di maggiore autonomia e autodeterminazione delle proprie traiettorie di vita. Si tratta però di un desiderio profondamente radicato e diffuso in tutti i gruppi di lavoratori, sempre più consapevoli della fine di un mondo e dell’aprirsi di un orizzonte di radicale incertezza, in cui non solo il “posto fisso”, ma persino le pensioni rischiano di diventare un miraggio. E forse proprio questa consapevolezza inquieta e alimenta i titoli dei giornali.








