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Home » Articoli » A Gaza le macerie e il denaro

A Gaza le macerie e il denaro

Un’impresa ciclopica liberare la Striscia dai resti della sua distruzione. Il ruolo delle agenzie dell’Onu e la necessità di uno sforzo internazionale ad alto livello etico

27 Gennaio 2026 Eliana Riva  1003

Secondo le stime delle Nazioni Unite, due anni di distruzioni israeliane a Gaza hanno prodotto circa sessantuno milioni di tonnellate di macerie, una massa che non costituisce soltanto il residuo fisico dei bombardamenti ma uno dei principali ostacoli alla ricostruzione. L’ultima non è stata l’unica “guerra” a Gaza, ma di certo è stata la più sanguinosa e distruttiva operazione militare del nostro tempo. In passato, la rimozione delle macerie fu affidata in larga parte all’United Nations Development Programme (Undp), l’agenzia dell’Onu incaricata di sostenere la ripresa, la ricostruzione e lo sviluppo nei contesti di crisi. A Gaza opera da anni, con un approccio a ciclo completo, che comprende raccolta, frantumazione e riciclo. Agisce spesso insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, come l’United Nations Mine Action Service (Unmas), responsabile dello sminamento e della bonifica dei residuati bellici.

L’obiettivo dell’Undp non è solo eliminare i detriti, ma trasformare le macerie in una risorsa riutilizzabile per la ricostruzione di strade, infrastrutture di base e siti livellati per rifugi temporanei. Il ciclo prevede frantumazione, trattamento e riutilizzo, convertendo i rifiuti della distruzione in materiali funzionali alla fase immediata di ripresa: le macerie lavorate vengono impiegate per livellare e riaprire le strade, consolidare i tracciati di accesso ai servizi essenziali, e creare superfici stabili per rifugi temporanei e infrastrutture di emergenza, riducendo al contempo i rischi ambientali e sanitari legati alla presenza di esplosivi, amianto e scarti industriali, e facendo dello smaltimento dei detriti un ingranaggio della ricostruzione sul terreno.

Non si tratta di interventi inediti: l’Undp ha già guidato programmi di rimozione delle macerie, dopo i bombardamenti israeliani del 2009, 2014 e 2021, eliminando complessivamente oltre 2,8 milioni di tonnellate di detriti. Durante il cessate il fuoco del gennaio 2025, durato meno di due mesi, l’agenzia ha rimosso più di 120mila tonnellate; il lavoro è proseguito anche nei mesi successivi, dopo la firma dell’ultima intesa tra Hamas e Israele, il 10 ottobre 2025, sebbene le operazioni siano rallentate e spesso bloccate dall’assedio israeliano e dal blocco di materiali e mezzi pesanti, il cui ingresso Tel Aviv continua a impedire. La rimozione e lo smaltimento dei detriti restano passaggi preliminari indispensabili per riaprire ospedali e scuole, ripristinare i mezzi di sussistenza, consentire l’accesso umanitario e ridurre i rischi ambientali e sanitari legati alla contaminazione da esplosivi, amianto e rifiuti industriali.

Tuttavia, nonostante l’esperienza maturata, la conoscenza del territorio, l’internazionalità e i meccanismi di controllo pubblico, l’agenzia potrebbe essere sostituita da aziende private a cui gli Stati Uniti possono decidere unilateralmente di affidare la gestione della ricostruzione. È questo, in fondo, lo scopo dichiarato del Board of peace trumpiano (vedi qui), composto da costruttori, immobiliaristi e miliardari. Il piano presentato a Davos – dal genero del presidente Donald Trump, Jared Kushner – non chiarisce però come avverrà lo smaltimento delle macerie, dove vivrà la popolazione durante la ricostruzione, né numerosi altri aspetti tecnici fondamentali. Anche se si fa sempre più concreta una prospettiva che ha allarmato i media occidentali, proposta dall’ex primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), indicato per guidare il comitato tecnocratico di Gaza. L’organismo è stato immaginato dal presidente Trump per la gestione della basilare amministrazione civile della Striscia, all’interno di una rigida catena di controllo con al vertice il Board of peace. Il tycoon resta l’unico decisore del “Comitato di pace”, nel quale non compare alcun palestinese ma un imprenditore israeliano, Yakir Gabay. Secondo Kushner, anch’egli immobiliarista, il piano per la “nuova Gaza” sarebbe proprio un’idea di Gabay, ed è probabilmente dall’interno di questa impostazione che l’ingegnere palestinese Shaath ha tratto l’ipotesi di gettare le macerie nel Mediterraneo: non soltanto per fare pulizia, ma per creare nuova terra, parlando esplicitamente di “isole” destinate alla popolazione.

Il riciclo dei detriti è stato utilizzato in passato anche in altri contesti colpiti dalla guerra, ed esiste un piano dettagliato per la Striscia elaborato dal portavoce del Comune di Gaza, l’ingegnere Asem Alnabih, e descritto a grandi linee da Islam Elhabil, anch’egli ingegnere e palestinese, specializzato in microplastiche e controllo sostenibile dell’inquinamento. Il progetto prevede la selezione dei detriti edilizi, successivamente frantumati e trattati per l’impiego nella pavimentazione stradale, nel riempimento delle fondazioni o nella produzione di materiali da costruzione a bassa resistenza, secondo pratiche già adottate in contesti postbellici, come Mosul e Beirut, dove il riciclaggio dei resti urbani avrebbe consentito la riattivazione di infrastrutture essenziali. Secondo Elhabil, precedenti a Sarajevo e Aleppo indicano che il trattamento delle macerie contribuisce a ridurre polveri e inquinamento, genera occupazione locale e reintegra nella nuova città la materia fisica di quella distrutta, trasformando la ricostruzione in un processo non solo funzionale ma anche simbolico. Alcuni studi propongono di estendere questo approccio alla fascia costiera di Gaza, utilizzando i detriti per il rafforzamento delle aree erose, l’ampliamento controllato della linea di costa e lo sviluppo di infrastrutture portuali. Sul piano terrestre, le macerie potrebbero essere convertite in materiali edilizi a basso impatto ambientale: strati di base stradale, calcestruzzo riciclato, blocchi di pavimentazione. Le proposte oggi in discussione includono stazioni mobili di trattamento dei detriti, laboratori per la verifica della sicurezza dei materiali riciclati e la conservazione selettiva di alcune rovine, come spazi di memoria e documentazione.

Tutte queste ipotesi restano tuttavia subordinate ad alcune condizioni preliminari: nessuna strategia può essere attuata senza accesso pieno a macchinari, materiali e siti operativi, né può produrre effetti duraturi finché Gaza resta sotto assedio, rendendo la ricostruzione dipendente non dall’ingegneria ma dalla volontà dell’esercito occupante. Anche perché la scala della distruzione, la quantità di detriti e di materiale bellico rilasciato fanno della Striscia un caso unico. Qui il disastro ambientale ha assunto una dimensione sistemica, arrivando ben oltre l’inquinamento chimico e investendo i processi vitali del territorio. Sotto i sessanta milioni di tonnellate di detriti potrebbero essere sepolti oltre diecimila corpi, il cui recupero risulta al momento impossibile per l’assenza di macchinari adeguati, personale specializzato e condizioni minime di sicurezza. La degradazione dei resti umani si intreccia con i materiali edilizi distrutti, generando microambienti ad alta carica biologica, in cui proliferano batteri, si sprigionano esalazioni tossiche e percolano liquami nel sottosuolo, con il pericolo concreto di compromettere l’unica falda acquifera disponibile, da cui dipende l’approvvigionamento idrico di circa due milioni di persone.

Parallelamente, il collasso dei servizi di raccolta e smaltimento ha trasformato le aree rase al suolo in depositi incontrollati di rifiuti, dove scarti domestici, industriali e sanitari (inclusi prodotti chimici, medicinali inutilizzabili e residui ospedalieri) si accumulano senza separazione né trattamento. Le ricadute sulla salute collettiva sono enormi, con un aumento esponenziale del rischio di malattie infettive e degenerative. Secondo una valutazione del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, almeno il 15% dei detriti potrebbe contenere amianto, metalli pesanti o residui industriali; le agenzie Onu descrivono l’inquinamento rilevato a Gaza come senza precedenti recenti.

Il futuro della Striscia dipenderà dunque da uno sforzo internazionale condiviso, guidato da princìpi etici elevati e sottoposto a controlli pubblici rigorosi. Affidare una tale operazione alle prospettive di guadagno privato di amici, parenti, colleghi e sostenitori politici del presidente degli Stati Uniti non è accettabile sotto alcun profilo. Eppure, è questa l’impostazione del piano di Trump per Gaza: un progetto che ha ricevuto l’avallo del Consiglio di sicurezza Onu, pur istituzionalizzando, nei fatti, un ordine fondato sul potere personale di un leader e sulla cooptazione di una corte economica, che andrebbe a sostituire, paradossalmente, proprio il sistema multilaterale delle Nazioni Unite.

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