Partiamo dalla Francia. Qualche mese fa scrivevamo, forse con qualche eccesso di ottimismo, che ritornavano le lotte di classe nel Paese bloccato dalla crisi politica (vedi qui). Bene, a che punto è l’impasse? Il premier Lecornu, controfigura di Macron, dopo avere promesso che non avrebbe approvato il budget statale per il 2026 passando come i suoi predecessori grazie al 49.3 – un codicillo della Costituzione francese, che permette al governo di approvare un provvedimento senza un voto dell’Assemblea nazionale –, ha dovuto ricorrere proprio al 49.3, in mancanza di un accordo parlamentare dopo settimane e settimane di dibattito. Il Partito socialista si è impegnato a non votare una successiva “censura” (che avrebbe fatto cadere il governo, e dunque cancellato la legge di Bilancio), avendo ottenuto in cambio la sospensione e il rinvio al 2027 della contestatissima riforma delle pensioni, e un aumento della imposizione fiscale sulle grandi imprese, che è però molto meno della tassa Zucman sui patrimoni dei più ricchi, richiesta iniziale della sinistra. I socialisti, pur restando all’opposizione, hanno rotto il fronte anti-Macron, lasciando passare il governo – non votando cioè una sfiducia che avrebbe rafforzato l’impasse, e condotto forse a delle avventurose nuove elezioni anticipate –, guidati da quello che possiamo chiamare un riformismo costruttivo. Hanno contrattato un paio di punti qualificanti, in controtendenza rispetto alla “politica dell’offerta” di Macron, consistita in tutti questi anni nel presumere (sulla base della perversa teoria dello “sgocciolamento”) che, con i favori fiscali ai più ricchi, l’intera economia ne avrebbe tratto giovamento. Con il risultato, tra le altre cose, di un pauroso aumento del deficit statale.
Andiamo adesso in Spagna. Qui il premier socialista Sánchez – nonostante le difficoltà con cui è alle prese, tra scandali e risultati elettorali regionali negativi – qualche giorno fa ha annunciato una misura di regolarizzazione di oltre cinquecentomila immigrati senza permesso di soggiorno, spiegando che il loro contributo è essenziale all’economia spagnola, che peraltro sta realizzando delle performance notevoli (nel 2025 c’è stata una crescita del 2,9%), in un momento in cui, invece, l’intera zona euro non brilla. Ecco che cosa si intende, qui, per riformismo: governare un Paese non nel segno della paura identitaria, anzi sfidando la destra proprio sul delicato terreno dell’immigrazione, e spingendo al tempo stesso sia verso lo sviluppo sia verso una maggiore giustizia sociale.
Certo, il riformismo socialista in passato è stato anche altro. Un progetto di superamento graduale del sistema capitalistico attraverso la proprietà pubblica dei principali mezzi di produzione. Ancora nella seconda metà del Novecento, con Olof Palme in Svezia, era questo l’obiettivo: una società sempre più democratica, in cui la democrazia non si fermasse sulla soglia dei luoghi di lavoro dove da sempre comandano i padroni. Non v’è dubbio che siamo oggi parecchio lontani da questa tematica complessivamente liberatrice; ciò non toglie, tuttavia, che in Europa (dopo un’inconcepibile parentesi centrista, sotto l’influenza dell’egemonia neoliberista) il socialismo stia tornando ai fondamentali, cioè alla difesa degli interessi dei più deboli.
Precari, tecnici e insegnanti mal pagati, immigrati e figli di immigrati impiegati nei servizi, piccole partite Iva, operai dell’industria e agricoltori refrattari al sovranismo antieuropeista (quello dei trattori mobilitati contro l’accordo tra l’Unione e il Mercosur), sono i gruppi sociali a cui rivolgersi, traendoli fuori dalla sfiducia e dalla passività elettorale, per costituire una massa critica capace di sostenere una politica di progresso che metta al centro il problema dell’indebolimento generale dei redditi falcidiati dall’inflazione e, in modo particolare in Italia, da anni e anni di austerità. Una politica come quella del governo Draghi, per dirne una – con i berlusconiani e addirittura la Lega al suo interno –, mai avrebbe dovuto essere sostenuta da forze che si dicono progressiste. E ciò anche senza tenere conto di che cosa veramente sia il riformismo socialista. Non bisognava infatti essere dei geni della politica per capire che quel governo avrebbe aperto la strada al destra-centro che oggi ci governa. E piuttosto si doveva, nel momento in cui Renzi fece mancare la maggioranza parlamentare che sosteneva il governo Conte 2, andare direttamente alle urne.
Sánchez ha forzato la situazione più di una volta. Non si è lasciato intimorire da congiunture elettorali insoddisfacenti ed è andato a consultazioni generali anticipate, ottenendo dei risultati. Ha galvanizzato il suo elettorato mettendolo dinanzi all’alternativa secca: volete voi essere governati da una coalizione di sinistra, o da una destra conservatrice alleata a un’estrema destra reazionaria? È esattamente la domanda da porre prossimamente al popolo italiano. Con l’aggravante che da noi la destra a l’estrema destra sono già al governo.







