Domenica 24 maggio 2026, la polizia antisommossa turca ha fatto irruzione nella sede centrale del Partito popolare repubblicano (Chp) ad Ankara, utilizzando gas lacrimogeni e proiettili di gomma per evacuare forzatamente i locali della formazione guidata da Ozgur Ozel. Le immagini degli agenti – che abbattevano le barricate interne, per imporre l’allontanamento dei dirigenti eletti – sono solo l’ennesima rappresentazione di un potere che lotta per garantirsi la propria sopravvivenza, ammantandosi ipocritamente di democrazia.
Il raid è avvenuto tre giorni dopo la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Ankara. Il 21 maggio, i giudici avevano infatti annullato i risultati del congresso nazionale del Chp, del novembre 2023, citando presunte irregolarità nella compravendita di voti tra i delegati. L’effetto immediato del verdetto è stato il reintegro d’ufficio dell’ex segretario, Kemal Kilicdaroglu, figura che aveva guidato il partito per tredici anni (vedi qui), fino alla sconfitta contro Erdogan nelle presidenziali del 2023. L’annullamento del congresso, e il successivo assalto alla sede, si inseriscono in un processo di transizione verso un sistema in cui le elezioni continuano a esistere come rituale, ma i loro effetti politici vengono neutralizzati in anticipo dal potere centrale. Il governo di Recep Tayyip Erdogan ha superato la fase della semplice repressione del dissenso, per approdare a una strategia di “ristrutturazione” dell’opposizione. L’obiettivo non è più solo quello di mettere a tacere i rivali, ma di modellarli, affinché la forma democratica rimanga formalmente intatta – con sedi, parlamentari e simboli –, mentre la leadership viene sostituita con profili percepiti come meno minacciosi per il regime. In questo quadro, il reinsediamento di Kilicdaroglu appare funzionale: Erdogan stesso, anni addietro, aveva pubblicamente ironizzato sulla facilità di battere un avversario come l’ex segretario del Chp.
Questa strategia di rimodellamento ha seguito tappe precise, iniziando con la neutralizzazione delle figure più competitive. Il caso più emblematico è quello di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul, considerato il principale sfidante di Erdogan per le presidenziali del 2028. Nel marzo 2025, Imamoglu è stato arrestato con accuse di corruzione e sostegno al terrorismo (vedi qui). Un espediente sovrautilizzato da Erdogan e dal suo entourage contro gli avversari politici. Ma il colpo di grazia alla sua carriera politica è arrivato attraverso un’operazione burocratica: il giorno precedente l’arresto, l’Università di Istanbul aveva annullato il suo diploma di laurea conseguito trent’anni prima, privandolo del requisito legale necessario per candidarsi alla presidenza. Ciò ha permesso di rimuovere il rivale più pericoloso, senza dover vietare formalmente la partecipazione del suo partito alle elezioni. Il controllo sistematico si è poi esteso alla rete di potere locale che il Chp aveva consolidato dopo lo shock delle amministrative del 2024, quando, per la prima volta dal 2002, l’Akp di Erdogan aveva subìto una sconfitta su scala nazionale. Nel luglio 2025, una vasta ondata di arresti ha colpito i sindaci di città strategiche: Muhittin Bocek ad Antalya, Abdurrahman Tutdere ad Adiyaman, e Zeydan Karalar ad Adana sono stati incarcerati con accuse che vanno dalla corruzione, all’appartenenza alla criminalità organizzata. Pochi giorni prima, l’ex sindaco di Smirne, Tunc Soyer, era stato arrestato insieme a 137 funzionari comunali. Queste operazioni hanno permesso al governo di sostituire gli eletti con amministratori fiduciari, estendendo al Chp un commissariamento precedentemente riservato quasi esclusivamente ai partiti filocurdi come l’Hdp o il Dem.
L’efficacia di questa strategia poggia interamente sulla magistratura, che, dopo centinaia di arresti, trasferimenti, licenziamenti e nomine, è diventata nient’altro che il braccio armato del potere esecutivo. Il controllo politico sui giudici ha trasformato il sistema legale in maniera da garantirne il potere ben oltre la sua giurisdizione, fino all’utilizzo retroattivo di termini come “nullità assoluta” per cancellare congressi di partito sgraditi. Parallelamente, il regime ha agito per desertificare la garanzia della difesa legale. Le vicende degli avvocati turchi rivelano una realtà di persecuzione sistematica contro chi assiste gli oppositori. Avvocati come Aytaç Ünsal si trovano detenuti in carceri di massima sicurezza (Tipo-F), progettate per l’isolamento dei dissidenti politici, dove subiscono censure feroci e restrizioni disciplinari, che impediscono anche i colloqui minimi. In Turchia, i legali vengono spesso accusati degli stessi reati imputati ai loro assistiti, rendendo di fatto impossibile l’esercizio del diritto alla difesa.
Il contesto è aggravato da una profonda crisi economica. Il programma neoliberista “Simsek”, lanciato nel 2023 per frenare l’inflazione, ha prodotto un crollo del potere di acquisto, con l’inflazione che ha toccato il 68% nel marzo 2024. È proprio questa sofferenza sociale che aveva alimentato la crescita del Chp sotto la guida più aggressiva di Ozel. Intervenendo sulla leadership del partito, Erdogan punta a disinnescare una bomba potenziale, garantendosi un’opposizione che canalizzi il malcontento, senza però trasformarlo in una reale sfida per le elezioni.
Non sono mancate le reazioni interne, tentativi di opporsi alla violenza del potere ventennale di Erdogan. Il partito filocurdo Dem ha definito l’operazione alla sede del Chp una “vergogna per la democrazia”, sottolineando come il destino dei partiti non possa essere deciso dai tribunali ma dagli elettori. Anche l’Unione europea ha espresso preoccupazione per l’indipendenza giudiziaria e il pluralismo; ma Ankara non intende dare alcuna attenzione a critiche e obiezioni, forte di una magistratura asservita e di una repressione senza pietà. Circa due milioni di cittadini sono stati indagati o processati, nell’ultimo decennio, con accuse di terrorismo o reati contro l’ordine costituzionale. Solo le inchieste legate ai presunti legami con la rete di Gülen superano i settecentomila indagati. Dal cosiddetto “colpo di Stato” del 2016, grazie alle leggi speciali antiterrorismo, sono stati messi in prigione circa 95.000 cittadini comuni accusati di dissidenza, a cui si aggiungono migliaia di figure chiave delle istituzioni e della società civile: oltre quattromila, tra magistrati, giudici e pubblici ministeri, più di sessantamila esponenti delle forze di polizia e dell’esercito, centinaia di giornalisti, oltre seicento avvocati, e circa cinquemila membri del partito filocurdo Hdp, inclusi parlamentari e sindaci.
Attraverso l’arresto preventivo dei candidati, l’annullamento dei titoli di studio, la carcerazione dei sindaci e il controllo diretto sulle nomine dei leader avversari, il sistema turco si è evoluto – o meglio involuto – in una forma di gestione autoritaria, in cui il voto popolare non ha più il potere di determinare il cambio della guardia. La posizione del Chp, ora diviso tra la leadership parlamentare di Ozel e quella “giudiziaria” di Kilicdaroglu, riflette il successo di questo piano di frammentazione e indebolimento delle forze alternative.







