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Home » Articoli » In India si rafforza la destra di Modi

In India si rafforza la destra di Modi

I comunisti sconfitti nel Kerala, per anni loro roccaforte, dal centrosinistra del Congresso nazionale

8 Maggio 2026 Marco Santopadre  628

I risultati delle elezioni, per il rinnovo dei parlamenti di quattro importanti Stati dell’Unione indiana – quelli dell’Assam, del Bengala occidentale, del Kerala e del Tamil Nadu – e del territorio di Puducherry, avranno importanti ripercussioni non solo a livello locale, ma anche sugli equilibri politici generali. In generale, è evidente che il voto di aprile – ma lo spoglio delle schede si è svolto nei giorni scorsi – segna un ulteriore rafforzamento dell’Alleanza democratica nazionale, la coalizione guidata dal Bharatiya Janata Party (Bjp) del primo ministro indiano, Narendra Modi, al potere ormai dal 2014. Fondato nel 1980, il Partito del popolo indiano è una formazione di destra, nazionalista e religiosa, che difende l’affermazione dell’identità induista a scapito delle altre componenti etniche, religiose e linguistiche della popolazione. Il partito e i suoi alleati crescono soprattutto nei due Stati settentrionali, permettendo ora a Modi di controllare ventidue dei ventotto Stati dell’Unione, e due dei tre “territori”, anche grazie a un piglio autoritario, allo strapotere sui media e alle politiche populiste e clientelari.

In Assam, Stato al confine con il Bangladesh, i nazionalisti indù hanno vinto nettamente riuscendo a conquistare il governo locale per la seconda volta consecutiva. Anche nel territorio federato di Puduchetty – l’ex Pondicherry – l’Alleanza democratica nazionale ha consolidato il potere. Ma la vittoria più significativa, e influente, il Bjp di Modi l’ha incassata nel Bengala occidentale, dove si è registrata un’incredibile affluenza, superiore al 90%. Nello Stato dell’India nord-orientale, abitato da più di novanta milioni di persone, la destra induista ha raddoppiato i voti ottenuti cinque anni fa, riuscendo a sbaragliare il Trinamool Congress, al potere per quindici anni consecutivi. La formazione di centrosinistra, collegata al Congresso nazionale indiano, conserva poche decine di seggi, mentre il Bjp e i suoi alleati se ne accaparrano i due terzi, estromettendo dal governo la carismatica premier Mamata Banerjee.

Il trionfo della destra induista, nel Bengala occidentale, è un’impresa storica, considerando che lo Stato è stato governato per decenni dai comunisti, fino al 2011, quando si affermò l’esordiente Mamata Banerjee, divenuta la voce femminile più influente dell’opposizione a livello federale. La progressione dei nazionalisti è stata rapidissima: nel 2011, il Bjp non aveva conquistato neanche un seggio, e dieci anni fa ne aveva ottenuti solo tre, mentre ora domina il parlamento locale in uno Stato dove il 27% circa della popolazione si professa musulmano. Per conquistare un territorio – per decenni modello di convivenza e di multiculturalità – la formazione nazionalista indù non ha fatto ricorso soltanto a misure di tipo demagogico e assistenziale, corteggiando soprattutto l’elettorato femminile al quale Modi ha promesso sussidi e protezione contro la criminalità, il Bjp ha calcato la mano soprattutto sulla propaganda anti-islamica, additando i cittadini musulmani come un problema, un corpo estraneo. La classica strategia del capro espiatorio, alla fine, ha fatto breccia anche in questo Stato atipico e periferico, dopo avere conquistato da tempo i territori centrali dell’Unione indiana. I vari scandali per corruzione, che hanno coinvolto alcuni collaboratori di Banerjee, hanno fatto il resto.

L’ex premier bengalese, che non è riuscita neanche a riconfermare il proprio seggio, accusa la destra di avere barato, annunciando una sfilza di ricorsi alla Commissione elettorale. Secondo Banerjee, il Bjp – approfittando di una nuova legge varata per ripulire le liste elettorali da doppioni, defunti e residenti trasferitisi altrove – avrebbe rimosso dall’elenco degli aventi diritto al voto tra i sette e i nove milioni di persone, concentrate soprattutto nelle città e nei villaggi a maggioranza musulmana.

Un’altra piccola rivoluzione elettorale è avvenuta in Kerala, questa volta, però, non a opera dei nazionalisti indù, ma dal Congresso nazionale indiano, il principale partito di centrosinistra del Paese, che è riuscito a sbaragliare i comunisti conquistando la maggioranza assoluta nel parlamento locale. Nello Stato dell’estremo sud dell’India, il Bjp ha ottenuto solo tre seggi, ma si tratta comunque di un risultato considerevole, visto che finora il partito non era mai riuscito a ottenere rappresentanti nel parlamento di Thiruvananthapuram. Dal 1977, almeno uno Stato indiano era sempre stato governato dalla sinistra, e il Kerala era l’ultimo Stato dell’India ad avere un governo a guida comunista; il complessivo spostamento a destra dell’elettorato ha messo fine a questa anomalia. Il declino delle sinistre si è manifestato anche nel parlamento federale: se nel 2004, alla Lok Sabha (la Camera del popolo federale), i comunisti e i loro alleati potevano contare su 62 seggi, questi si sono ridotti ormai a otto. Il Fronte democratico unito, la coalizione guidata dal partito della dinastia dei Gandhi, ha conquistato due terzi dei seggi che compongono l’assemblea legislativa statale, mentre il Fronte democratico di sinistra – l’alleanza composta dal Partito comunista (marxista), dal Partito comunista dell’India e da altre forze progressiste minori – si è aggiudicato soltanto 35 seggi, rispetto ai 99 ottenuti nel 2021 sui 140 a disposizione.

I comunisti avevano governato il Kerala già da qualche anno dopo l’indipendenza del Paese, dall’aprile 1957 al luglio 1959, quando il primo ministro federale, Jawaharlal Nehru, leader del Congresso nazionale indiano, destituì il premier locale, reo di avere varato una riforma agraria e una riforma del sistema scolastico considerate “estremiste”, contestate sia dalla borghesia sia dalla Chiesa cattolica. Alle elezioni successive, il Partito comunista indiano venne sconfitto, e, nel 1960, si frammentò in diverse formazioni, che comunque, a partire dagli anni Settanta, avevano iniziato a collaborare. Da allora, in Kerala, gli schieramenti di sinistra e di centrosinistra si erano più volte alternati al potere: i comunisti avevano vinto nel 1980, nel 1987, nel 1996 e nel 2016, per affermarsi di nuovo nel 2021, portando a casa la prima rielezione in quarant’anni. I comunisti hanno cercato di utilizzare il potere locale per ridurre le diseguaglianze, assicurare servizi sociali e lavoro, e per modernizzare le infrastrutture, ottenendo discreti risultati anche a detta di osservatori neutrali.

In Kerala, il governo uscente del premier, Pinarayi Vijayan, si è concentrato sul miglioramento delle infrastrutture e dei programmi di welfare. Durante la pandemia, la strategia del suo governo è stata trasversalmente elogiata come modello per il contenimento della propagazione del virus, mentre altri territori del Paese vivevano situazioni molto più difficili, dal punto di vista sanitario, economico e sociale. Nel novembre del 2025, dopo avere portato a termine il suo progetto quadriennale per la riduzione della povertà estrema (Epep), Vijayan ha dichiarato il Kerala libero appunto dalla povertà estrema, diventando il primo Stato indiano a raggiungere questo traguardo. Ma, secondo alcuni osservatori, negli ultimi anni, la credibilità del Fronte democratico di sinistra come forza antagonista si sarebbe erosa: molti dei suoi elettori avrebbero deciso di mandare un segnale alla dirigenza astenendosi o votando per il centrosinistra, mentre una minoranza sarebbe stata attirata dalla propaganda sciovinista della destra.

Anche l’ultimo Stato in cui si è votato – il confinante Tamil Nadu – ha subìto un terremoto elettorale. Ma in questo caso a trionfare è stato un nuovo partito – il Tamilaga Vettri Kazhagam (Tvk) – che ha surclassato i due principali, storici partiti locali. La formazione, fondata e guidata dal noto attore Joseph Vijay, ha ottenuto il 35% e 108 seggi su 234, arrivando a soli dieci rappresentanti dalla maggioranza assoluta. Il partito al potere, il Dravida Munnetra Kazhagam, è crollato a 59 seggi, e il capo del governo uscente, M.K. Stalin, non è neanche riuscito a farsi rieleggere. L’altro partito locale ha ottenuto solo 47 seggi, mentre il partito di Modi si è dovuto accontentare di un solo seggio. La mappa elettorale mostra come lo Stato meridionale continui a differenziarsi totalmente da quella del resto della federazione, e l’affermazione di Vijay manifesta la stanchezza della popolazione, in particolare dei giovani, per il duopolio formato dai “partiti dravidici”, espressione della lotta della minoranza Tamil per la difesa della propria identità culturale, politica e linguistica contro il dominio della casta brahminica e contro l’aggressiva influenza dell’India settentrionale. Ma anche il Tvk della star del cinema locale si rifà all’identità Tamil, che il Thalapathy – “il comandante”, come i fan chiamano l’attore – ha saputo rimodellare, utilizzando anche alcuni film a sfondo sociale.

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