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Home » Opinioni » I giovani e la loro prudenza attiva

I giovani e la loro prudenza attiva

Le nuove generazioni si mobilitano quando la posta in gioco è chiara

26 Marzo 2026 Stefania Tirini  884

I risultati del referendum sulla giustizia hanno smentito l’immagine dei giovani “sdraiati”, evocata da Michele Serra: tutt’altro che disinteressati, si sono rivelati protagonisti attivi, contribuendo in modo decisivo all’esito finale. Molti giovani hanno partecipato attivamente, e hanno difeso la Costituzione votando per il “no”. Non è solo una questione di numeri, anche se i numeri aiutano a orientarsi. Il voto dei giovani, in questa consultazione, è stato netto. Ma fermarsi alle percentuali rischia di essere fuorviante. La questione è un’altra: perché?

Una prima risposta riguarda il rapporto tra questa generazione e la politica. A differenza delle generazioni precedenti, i più giovani non sembrano legati a un’appartenenza stabile. Non votano “per tradizione”, né per fedeltà a uno schieramento. Il loro comportamento è più mobile, ma non per questo superficiale. Al contrario, è selettivo. Si attivano quando percepiscono che la posta in gioco è concreta, quando una decisione tocca princìpi che ritengono non negoziabili. 

In questo caso, il tema ha funzionato da catalizzatore. Non per la sua tecnicalità, quanto piuttosto per ciò che rappresentava. L’idea che alcune modifiche potessero incidere sull’equilibrio dei poteri e sulla garanzia dei diritti ha reso il voto meno astratto. Per una generazione cresciuta in un contesto di incertezza, il tema della tutela diventa centrale: tutela di sé, ma anche delle regole comuni. C’è qui un elemento esperienziale. I giovani di oggi sono abituati a muoversi dentro crisi successive, economiche, sociali, internazionali, e hanno sviluppato una sensibilità particolare verso ciò che può alterare ulteriormente un equilibrio già fragile. Non si tratta necessariamente di una visione ideologica, ma di una forma di prudenza attiva: intervenire prima che un cambiamento negativo diventi irreversibile.

Un altro fattore riguarda la dimensione collettiva. Negli ultimi anni, le nuove generazioni hanno riscoperto forme di partecipazione che passano dalle piazze, dalle mobilitazioni tematiche, dalle reti informali. Non una partecipazione continua, ma intensa. Quando si attiva, tende a essere rapida e diffusa. Il voto, in questo senso, diventa la prosecuzione di un’attitudine già sperimentata altrove: non un gesto isolato, ma parte di un processo.

È qui che si inserisce anche il fenomeno dei fuorisede. Il fatto che migliaia di studenti e lavoratori abbiano cercato soluzioni per poter votare, nonostante le difficoltà, segnala un cambiamento di approccio. Non è la politica ad “andare da loro”: sono loro, in alcuni casi, ad andare verso il voto. È una differenza sottile, ma significativa, perché indica un’assunzione di responsabilità. E pensare che il governo ce l’ha messa tutta per non farli votare. 

Sul versante opposto, la risposta della politica è apparsa scarsamente efficace e molto imbarazzante. Il tentativo più evidente di accorciare le distanze si è visto quando Giorgia Meloni ha scelto il confronto con Fedez, entrando in un territorio comunicativo non suo. Un’operazione rapida, chiaramente pensata per intercettare i più giovani. Ma proprio per questo è apparsa poco convincente. Più un passaggio tattico che un confronto reale. Non c’è stata una vera adesione a quel linguaggio, quanto piuttosto il tentativo di utilizzarlo. E questo, agli occhi di un elettorato capace di riconoscere l’autenticità, è bastato ad ampliare la distanza.

Infine, c’è un aspetto più profondo, che riguarda il modo in cui le nuove generazioni interpretano il voto. Per molti anni si è parlato di disaffezione, di distanza crescente dalle urne. In una certa misura è stato vero. Ma questo passaggio suggerisce adesso qualcosa di diverso: non un rifiuto della partecipazione, bensì una sua ridefinizione. Il voto non è più un automatismo, è una scelta. Proprio per questo, quando avviene, tende a essere più consapevole.

In sintesi, i giovani hanno votato perché hanno riconosciuto una posta in gioco chiara, non sentendosi vincolati a logiche di appartenenza. Hanno scelto di informarsi, confrontare fonti diverse e approfondire i temi in gioco. Hanno compreso che, di fronte a questioni complesse, è fondamentale affidarsi a informazioni verificate e autorevoli, sviluppando così quello spirito critico indispensabile per partecipare attivamente alla vita democratica. In molte scuole sono stati organizzati incontri con esperti, giuristi, avvocati. Una generazione che ha fatto ricerca e decide con responsabilità.

Non è detto che questo comportamento si riproduca automaticamente in futuro. Però indica una direzione, quella di un elettorato meno prevedibile e più esigente. Ora è certo che il governo finirà la legislatura da “anatra zoppa”. Il referendum è stato, per loro, un voto di midterm, e l’hanno perso. L’elettorato giovanile ha dimostrato una crescente maturità civica. E forse anche le ore di educazione civica a scuola hanno lasciato un segno.

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