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Incubo primarie

27 Marzo 2026 Vittorio Bonanni  774

Non potevano cominciare peggio la riflessione e l’agire politico della sinistra – del centrosinistra o del “campo largo”, chiamiamolo come più ci piace – all’indomani della straordinaria vittoria del “no” al referendum sulla giustizia. La vittoria è stata schiacciante, oltre il 53% contro poco più del 46%, con una affluenza che ha sfiorato il 60% degli aventi diritto al voto e con una determinante quanto inedita partecipazione dei giovani tra i 18 e i 34 anni. Tutto questo avrebbe dovuto implicare, oltre alla naturale soddisfazione per un successo che la sinistra a livello nazionale non conseguiva da tempo, anche riprendere un po’ il fiato per capire “che fare”, senza mettersi subito in pista per vedere chi arriva prima al traguardo della leadership della coalizione.

Si può dire che la reazione al risultato sia stata per lo più penosa, all’insegna dell’interesse personale o di partito: il tutto condito dall’indifferenza nei confronti di quell’elettorato che ha vinto le resistenze all’urna, perché l’oggetto del contendere non era preferire o meno una forza politica, magari ripiegata su se stessa, ma dire “no” a uno sciagurato tentativo di stravolgere la Carta costituzionale. Non erano passati cinque minuti, dall’arrivo dei risultati definitivi, che il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, imbeccato dai media, ha parlato di primarie, sulla base di sondaggi – ovviamente tutti da verificare – che lo darebbero in vantaggio rispetto alla segretaria del Pd, Elly Schlein. Che, anziché frenare il suo alleato-avversario, sostenendo per esempio l’urgenza di redigere un programma con dei convincenti punti in comune tra le forze di opposizione, si è detta disponibile, sia pure senza tanta convinzione, consapevole che i rischi per lei non sono pochi.

La reazione più saggia è stata quella dell’Alleanza verdi-sinistra, per bocca di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. I due hanno sottolineato come le primarie non siano certo un elemento attrattivo per chi ha scelto di far rispettare la Carta redatta dai padri e dalle madri costituenti, e ancora una volta per i giovani. Ma questo non sembra interessare molto neppure gli altri personaggi improbabili (di cui abbiamo lungamente parlato su “terzogiornale”) che si sono risvegliati non appena hanno subodorato la possibilità di verificare i propri consensi, con l’obiettivo di guadagnare qualcosa e potere condizionare la linea politica. Ecco allora riemergere l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate, il prodiano Ernesto Maria Ruffini, cattolico moderato (peraltro lontanissimo dai messaggi che arrivano dalla Santa Sede, ieri come oggi), preoccupato soltanto di evitare che la coalizione si sposti troppo a sinistra. Da tempo taluni pensano a lui come possibile “federatore”: parola il cui significato resta però ignoto, visto che di leader ce ne sono fin troppi, e che certo sia Schlein sia Conte non farebbero posto a qualcuno completamente estraneo all’alleanza, oltre a essere sconosciuto ai più.

Accanto a lui, di nuovo l’assessore capitolino Alessandro Onorato, con il suo Progetto civico, anch’esso risvegliato grazie alle campane della vittoria referendaria. L’uomo “vuole colmare un vuoto”, che penalizza le solite partite Iva e le piccole e medie imprese, oltre che parlare di sicurezza, secondo lui tema inviso alla sinistra. Quest’area politica moderata non può non confrontarsi con quei “riformisti” del Pd, sostenitori del “sì”, che dal voto sono usciti con le ossa rotte, e che con la leadership del Nazareno non hanno più nulla a che fare, ammesso che abbiano avuto qualcosa da condividere prima. In dissenso praticamente su tutto – Gaza, referendum sul lavoro, contrari anche al più piccolo aggiustamento sul tema Ucraina-riarmo e ora alla posizione sulla giustizia – non avrebbero più alcuna ragione per restare nel partito. Personaggi come quelli che abbiamo citato potrebbero essere, tutt’al più, dei compagni di viaggio occasionali.

Senza dimenticare Matteo Renzi e la sua Casa riformista, che dovrebbe sostituire Italia viva. Anche l’ex premier stravede per le primarie. Improbabile che si presenti lui, già sconfitto e stagionato com’è, ma un suo alter ego non è da escludere – e chissà che non venga pescato proprio nel variegato quanto poco esaltante mondo che abbiamo descritto, pessima copia della vecchia Democrazia cristiana.

Com’è chiaro, questi competitori non hanno possibilità di affermarsi alle prossime ipotetiche primarie, che dovranno essere rigorosamente aperte, come accadde con quelle che consentirono a Elly Schlein di vincere contro Stefano Bonaccini. A loro questo strumento servirebbe per “contarsi”, cercando così, nel caso di qualche risultato, di ricavarne una poltrona. Non possiamo evitare, a corredo di questo ragionamento, di richiamare un’eventualità che sarebbe quasi letale per la sinistra: quella in cui Schlein perdesse a favore di Conte. Lecito chiedersi che cosa succederebbe al Nazareno, dove, da quando fu eletta, non pochi la vorrebbero politicamente “morta”. Difficile pensare che, a pochi mesi dal voto, possa dimettersi – cosa che magari sciaguratamente le chiederebbero. Così si andrebbe al voto con una coalizione disastrata, in cui il principale partito avrebbe una segretaria appena battuta da Conte, con alti rischi di una sconfitta a fronte di una destra che troverebbe nuova linfa dagli errori altrui.

Ipotetico scenario catastrofico? Può essere. Ma già il fatto che, da alcuni giorni, si discuta di primarie – sinonimo di lotte intestine e di scontro tra esponenti politici che si battono per lo stesso fine, come giustamente ha ricordato la sindaca di Genova, Silvia Salis – è un pessimo segno. Speriamo che qualcuno se ne accorga prima di arrivare a un punto di non ritorno.

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Tagscampo largo Elly Schlein Giuseppe Conte primarie Vittorio Bonanni

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