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Home » Editoriale » Niente da fare, non si ferma la frana del governo

Niente da fare, non si ferma la frana del governo

29 Aprile 2026 Rino Genovese  690

È il classico scaricabarile: Meloni ha dichiarato che il ministero di Nordio, non avendo a disposizione organi per condurre indagini, si è basato su quanto gli sarebbe stato notificato dalla magistratura, che aveva dato parere favorevole alla grazia per Nicole Minetti. L’obiezione sarebbe: ma è sicuro che il ministero non debba accertarsi – preliminarmente, cioè prima di passare le carte alla presidenza della Repubblica – che le motivazioni per cui si chiede una grazia siano corrispondenti al vero? E non c’è qualcosa di singolare in tutta la vicenda di un’adozione (ammesso poi che si tratti proprio di un’adozione) che sembra fatta apposta per sfuggire al carcere, accampando come pretesto i gravi motivi di salute di un familiare?

In attesa di ulteriori notizie sul caso, ciò che appare certo è che la frana del governo Meloni non si ferma. C’è stato anzitutto quel voto referendario così netto, con cinque milioni di persone, per nulla elettori del “campo largo”, che hanno aggiunto il proprio “no” a quello delle opposizioni; poi la faccenda della mancata uscita dalla procedura d’infrazione europea, a quanto pare per uno sforamento di soli seicento milioni (sarebbe bastato evitare i centri di detenzione per migranti in Albania, per farcela); e ancora, last but not least, la guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran, con l’aumento dei prezzi e la crisi energetica che si profila… Queste, e altre cose, che mostrano come il governo sia in forte difficoltà, incapace di prendere la minima iniziativa. E in effetti c’è poco da fare se si è un’armata Brancaleone più che una compagine governativa.

Lo si vede anche nelle più piccole faccende. A Venezia, per costruire l’agognata egemonia, non bastano un lanciafiamme tardomussoliniano alla testa della Biennale e, alla Fenice, una non troppo dolce direttrice (pardon, direttore) d’orchestra, che, per carattere, sembra una replica della presidente (pardon, del presidente) del Consiglio. Alla fine, nonostante l’occupazione dei posti apicali, qualcosa non torna. Non sarà che un’egemonia si costruisce in altro modo? Per esempio, inventandosi un monopolio televisivo, come fece a suo tempo Berlusconi, di cui pure Giorgia Meloni può essere detta un’erede politica. Per fare questo, tuttavia, bisogna acchiappare gente che se ne intenda, comunicatori alla Mike Bongiorno, comici pronti a tutto ecc.; difficile riuscirci inzeppando le trasmissioni Rai di un’infinità di documentari da Strapaese, glorificanti l’identità nazionale e la cucina dei territori.

Soprattutto, però, c’è la quasi impossibile rincorsa a destra del dissidente Vannacci, una scheggia pressoché impazzita nell’insieme delle brancaleonesche forze della maggioranza di governo, che pone Meloni dinanzi al dilemma: ritornare, in qualche modo, alle origini neofasciste, o proseguire nella ricerca di un consenso al centro? In particolare nei riguardi della postura da tenere in Europa, quest’alternativa rischia per lei di diventare lacerante. Senza quel tre o quattro per cento di cui Vannacci è accreditato diventa un’impresa vana tentare di rivincere le elezioni, dinanzi a un centrosinistra stavolta compatto. Ma, per conquistare il piccolo capitale di voti detenuto dall’ex generale, si finirebbe col buttare a mare tutto il lungo sforzo di dialogo con i popolari europei. Difficilissima quadratura del cerchio per Meloni. Di cui un’opposizione, unita finalmente intorno a un programma, dovrebbe cercare di approfittare.

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Tagsattacco all'Iran caso Minetti governo meloni referendum giustizia Rino Genovese Roberto Vannacci

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