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Referendum, il “sì” con il fiato corto (e i “quindici” stappano una bottiglia)

10 Febbraio 2026 Luca Baiada  1519

“Questo referendum s’ha da fare subito”, dissero i bravi. È il sunto della nuova puntata nella battaglia referendaria sulla manomissione della Costituzione. “Terzogiornale” la segue marcando stretto (per esempio qui). Diciamo subito che nel “sì” è evidente una certa agitazione. Come si prevedeva, visto che una raccolta lampo partita da pochi cittadini ha messo insieme più di mezzo milione di firme in tre settimane, la Cassazione ha dichiarato l’ammissibilità della nuova richiesta referendaria. Non solo. Si è dovuto prendere atto che il quesito dei cittadini ha un perimetro diverso e più completo, rispetto a prima. E poi, in un certo senso, quello che è successo è anche un raddrizzamento delle cose, una rimessa in carreggiata.

Sulle modifiche costituzionali, quando il parlamento le approva senza il voto dei due terzi, si può chiedere il referendum per impedirle. Stavolta la maggioranza, sentendosi forte, ha voluto esagerare e ha fatto una sua richiesta, sul testo che aveva scritto e imposto. Così la destra ha stravolto il referendum usandolo come un plebiscito, una clava. A ruota, anche l’opposizione ha fatto la stessa richiesta, ma a buon diritto e per inserirsi nel gioco. Invece un gruppo di cittadini determinati, il piccolo grande comitato dei quindici – “Quindici uomini sulla cassa del morto…”, era il ritornello della canzone dei pirati nella vecchia serie televisiva tratta dall’Isola del tesoro di Stevenson – ha posto mano al referendum rispettando la sua natura, senza clava e porgendo la matita. Cioè ha usato la richiesta di referendum in senso oppositivo contro la modifica, e l’ha anche strutturata meglio. L’ammissione ha comportato l’ovvia necessità di dare tempo alla discussione e alla partecipazione: se il quesito cambia, rispetto a prima, ci vuole più tempo per ragionare, per discutere e soprattutto per permettere davvero che il popolo partecipi alla scelta.

Forse si può dire che, dando ragione al comitato, che voleva anche un differimento, ci fosse il rischio di perdere dei mesi? La richiesta di spostare la data era una melina scorretta, un basso gioco di attendisti? Proprio no: a conti fatti, per rispettare le regole bastava rinviare di pochi giorni. Ma qualcosa deve aver fatto perdere la misura a chi ha abbracciato il “sì” anima e corpo. Così, sin da poche ore dopo la decisione della Cassazione, apriti cielo.

Si è sentita persino una rampogna dell’Unione camere penali contro la Suprema corte. C’è stato anche un attacco personale contro alcuni dei suoi magistrati, “colpevoli” di avere idee e di non tenersele a bocca chiusa. Assurdo, se si considera che l’ammissione è un atto tecnico, con postulati praticamente senza alternative. E poi: non ci raccontano che la modifica della Costituzione è innocua per la separazione dei poteri, che rispetta l’indipendenza dei giudici? La rispetta così bene che, se non rigano dritto, prendono subito rabbuffi. È il clima con cui comincia questa riforma. Persino la prima presidente emerita della Cassazione, Margherita Cassano, si è dichiarata per il “no” (ha spiegato qui il perché nei dettagli ad Articolo 21).

A proposito. Ricordiamo la Dichiarazione di Riga del giugno 2025 dell’Encj (European Network of Councils for the Judiciary); la rete europea dei consigli di giustizia (una sorta di network di Csm nazionali) ha chiarito che, se è in pericolo la rule of law, i magistrati non hanno il dovere del riserbo. E allora, se i magistrati possono e anzi devono schierarsi su temi epocali, poi non si può pretendere che si tengano fuori dalle decisioni che riguardano quegli stessi temi. La Cassazione ha dimostrato un profilo europeo, il fronte del “sì” ha finito per chiudersi in prospettive corte, strapaesane. Ma aspettarsi dalla destra l’attenzione alle regole eurounitarie è davvero troppo: cosa conta l’Europa, per chi ha come modello l’Ungheria?

A stretto giro, il governo ha rettificato il quesito, seguendo la Cassazione, e ha ribadito le date fissate, 22 e 23 marzo. Come se la sovrapposizione di più richieste non contasse niente, come se quell’oltre mezzo milione di firme non esistesse, come se il quesito fosse lo stesso di prima. Eppure, chi riparerebbe un’auto difettosa mentre è in corsa, senza fermarsi? Nell’insieme le notizie sono buone: il blocco del “sì” ha fretta di chiudere, qualcosa gli scotta fra le mani. I quindici del comitato hanno fatto molto, chissà se faranno altre mosse tecniche. Vedremo. Di certo saranno con noi, col popolo del “no”. Come comitato riconosciuto hanno solidi diritti e finanziamenti preziosi per la campagna referendaria, che si annuncia combattuta. Per forza: è in gioco l’avvenire del Paese.

Insomma, si sa: quando il gioco si fa duro… Infatti, a proposito dei quindici, il seguito di quella canzone dei pirati era: “…e una bottiglia di rum!”.

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Tagsagitazione nel "sì" ammesso quesito comitato attacco alla magistratura Luca Baiada referendum giustizia sentenza Cassazione

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