Paolo Rumiz, per il 150° dell’Unità d’Italia, ha attraversato il Paese in cerca di luoghi, persone, storie. In Bella e perduta. Canto dell’Italia garibaldina (Feltrinelli), tira le somme. Ne vien fuori un libro che è un viaggio nello spazio e nel tempo accompagnato dalla tavola, dalla conversazione e dalla compagnia. Può ricordare certe pagine di Corrado Alvaro o, per l’ironia, di Antonio Tabucchi. Il Garibaldi di Rumiz, che parla con toni robusti, anche per endecasillabi (“han trasformato il popolo in ciurmaglia!”), sta con gli oppressi ed è anticonformista: “I chierici e i moderati pieni di veleno ci hanno chiamato assassini, bestemmiatori e dissoluti di mente, taglieggiatori di poveri diavoli, orda selvaggia, lividi marrani, persino sterminatori di vecchi e bambini. E io li ricambio”. Strapazza pure gli intellettuali, non fa sconti e scalcia senza risparmiarsi. Proprio come il Garibaldi vero.
A volte, nel libro, si cede a un patriottismo vago, con parole comprensive per la frequentazione fascista del mito garibaldino. Ma il fascismo poté solo usurpare l’eroe dei due mondi, non averlo con sé. Poi Rumiz si rende conto che i fascisti fecero solo una manipolazione: sul Gianicolo misero persino un monumento ad Anita, dove invece di due pistole ha nelle mani un’arma sola e un bambino, tanto per darle un tocco materno.
In Bella e perduta si galoppa avanti e indietro per l’Italia, seguendo Rumiz e la camicia rossa che si è fatto cucire apposta. In Umbria, c’è l’incontro vivacissimo con una banda, perché l’Unità si fece in musica e l’entusiasmo conta: “Se Garibaldi avesse dovuto decidere l’impresa dei Mille sulla base di sondaggi, non sarebbe partito mai e non avrebbe fatto la storia”. La visita a Comacchio è un pellegrinaggio dell’anima, si sente che tocca il cuore dell’autore e lo fa battere anche a noi: le parole in dialetto di un’anziana, il placido lavoro di un traghettatore sul Po, il ricordo della triste fine di Anita. È qui che a Rumiz viene in mente la leggenda dell’orecchio mozzo di Garibaldi, tanto cara a clericali e a reazionari, e promette: “Giuro che glielo troverò io quel pezzo di cartilagine, ma attaccato al suo testone. A costo di andare in capo al mondo”. Sarà di parola?
C’è un’osteria, a Verona, coi garibaldini di oggi, e l’atmosfera è effervescente: “È così che va ricordata l’Unità: con assemblee sediziose”. E c’è la Sicilia, tutta da godere – però senza pensare solo a cassate e caponate, dimenticando come stanno le cose. Bisogna andare a Bronte, per capire cosa c’è dietro i fatti e le contese storiche; a Bronte, quello che è ricordato dagli antiunitari come un processo penale sommario garibaldino, in realtà è un regolamento di conti reazionario. Si direbbe, se fosse stato oggi, un crimine fascista sotto copertura. Il fatto si svolse nel collegio Capizzi, e Rumiz lo ricorda partendo da una chiesa attigua elegantemente restaurata, perché si accorge che il suo rifacimento è firmato da ambienti Fininvest. Non solo: il Capizzi è stato il collegio di Dell’Utri e di altri berlusconiani, compreso il mediatore tra Berlusconi e Putin. Anche i luoghi parlano.
Non mancano le critiche a un’Italia brutta e chiassosa. Fra l’altro, c’è la Centrale di Milano, “stazione babilonese” piena di negozi, dove si può avere tutto ma non un buon servizio di trasporti e un po’ di quiete. I cellulari trillano, il popolo griffato è anestetizzato al rumore, e per scrivere c’è un solo spazio, cioè una balaustra con lo sporco dei piccioni. Chiunque abbia provato a prendere appunti in luoghi frequentati, in Italia, conosce il problema. E magari il rischio, parola di chi scrive, di dover spiegare a un vigile sospettoso perché stai scrivendo, invece di comprare, bere, fumare, telefonare.
Nel volume, c’è interesse per la musica popolare e gli strumenti insoliti; e qui nuovi incontri, nuove storie. Perché l’Ottocento fu suoni, colori, scritti, insomma: piacere di vivere. Dove se n’è andata quella gioia? Su questo, l’autore, mentre lascia Genova per mare come i Mille, intuisce: “La smemoratezza dell’Italia nasconde una voluttà di autodistruzione. Eppure la memoria è presente ovunque”. Nel peregrinare di Rumiz, al di là dell’importanza delle tappe, quasi sempre originali, questo è il punto più profondo della riflessione. In Italia possiamo contare su una vocazione militante positiva, che puntualmente riaffiora, e su un cupio dissolvi che la opprime.
E anche in punto di memoria, se ci sono libri sul Risorgimento – per lo più freddi, tecnici –, è difficile trovare quelli del Risorgimento: si fatica a trovare le poesie, l’apologetica, i romanzi, i resoconti del tempo. Oppure si cade nell’assurdo. Per esempio. La marcia di Radetzky, composta da Johann Strauss per festeggiare la vittoria sugli italiani, è una musica bulla che si sente nei concerti di capodanno, entra nelle case di tutti con la televisione. Rumiz ci ricorda che Radetzky, per l’eccezionale durezza militare e le rappresaglie, fu l’incubo delle terre occupate dall’impero asburgico, e che fischiettare il suo inno è come cantare una canzone per Kappler, il boia delle Ardeatine.
Niente Radetzky e niente Strauss, allora. Largo a quelli buoni. Giovanni Pantaleo, il frate che si unisce a Garibaldi e si spegne povero. Ippolito Nievo, che sa troppo sulle ruberie intorno all’impresa dei Mille e si spegne giovane, di morte sospetta. Giuseppe Bennici, che combatte con Garibaldi, poi passa all’esercito regolare, poi ci ripensa: diserta e torna da Garibaldi; quando infine è ai lavori forzati medita e scrive: “La reazione in Italia cominciò ad Aspromonte e finirà in Vaticano, quel giorno in cui un legato di Vittorio Emanuele sottoscriverà un concordato col cardinale Antonelli”. Concordati, già. Nel 2029, sarà indigesto, per chi ama l’Italia, il centenario di quello firmato da Mussolini e da un cardinale che si chiamava, pensa un po’, Gasparri.
Tante cose, insomma, tanti spunti calorosi, quando si segue Garibaldi. Amato ma anche odiato, adesso ridicolizzato sino a farne una macchietta. Perché? “Continua a dare fastidio, ci ricorda che l’eroe esiste: quindi irriterà per sempre i cinici e i sottomessi al potere”. E la promessa di Comacchio? Ci riesce, Rumiz, a smentire la leggenda sull’orecchio mozzo? “A costo di andare in capo al mondo”, ha giurato. A chi legge, dunque, scoprirlo.







