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Fascisti col vento in poppa nella penisola iberica

Alle presidenziali portoghesi vince il socialista Seguro, ma l’estrema destra di Chega! si profila come il primo partito. In Spagna sconfitta del Psoe in Aragona

11 Febbraio 2026 Vittorio Bonanni  742

Il Portogallo come la Francia? Un confronto che si può azzardare. Nel 2002, al ballottaggio per le presidenziali tra il gollista Jacques Chirac e il nazifascista Jean-Marie Le Pen, i francesi non ebbero dubbi su chi votare, premiando il presidente uscente Chirac. Ancora, nelle ultime legislative del 2024, sinistra e macroniani sono riusciti a mettere in un angolo, almeno per il momento, il Rassemblement national di Marine Le Pen. Domenica scorsa, qualcosa di simile si è ripetuto nel Paese iberico in occasione delle elezioni presidenziali. L’unità, tra il Partito socialista di José Luís Carneiro e i conservatori socialdemocratici del premier Luís Montenegro, ha condotto il socialista António José Seguro alla vittoria, con il 66,8%, contro quello che continua a essere lo spauracchio della democrazia lusitana, Chega! (vedi qui), che significa “Basta!”, guidato da André Ventura, che ha conseguito il 33,2% dei consensi, diventando così – se questa percentuale venisse confermata alle legislative – il leader del primo tra i partiti portoghesi.

Secondo una ricerca della Ong americana Global Project Against Hate and Extremism (Gpahe), Chega! è un partito apertamente razzista e anti-immigrati, omofobo, contro il diritto all’interruzione di gravidanza e a favore di una totale subalternità della donna nei confronti dell’uomo, sia all’interno della famiglia sia nei luoghi di lavoro, da cui le donne dovrebbero tenersi alla larga. Naturalmente Ventura e i suoi camerati non hanno mai nascosto la nostalgia per il vecchio dittatore Antonio de Oliveira Salazar, al quale successe Marcelo Caetano, il cui regime fu abbattuto dall’esercito portoghese, il 25 aprile 1974, con quella che fu detta la “rivoluzione dei garofani” che aprì la strada alla democrazia.

Tornando alla lieta novella della vittoria socialista, Seguro ha superato nelle preferenze lo scomparso leader del Ps, Mario Soares, che nel 1991 ottenne il record dei consensi. Il nuovo capo dello Stato dovrà convivere con il Partito socialdemocratico nell’ambito di una repubblica semipresidenziale, in cui il presidente nomina il premier, e nomina e revoca i ministri su indicazione dello stesso presidente del Consiglio.

“La vittoria di Seguro – dice Elena Marisol Brandolini, economista e collaboratrice della Cgil in un saggio pubblicato dall’Ispi (Istituto studi politica internazionale) – rappresenta il ritorno dei socialisti alla presidenza della Repubblica dopo vent’anni in cui si sono succeduti alla più alta carica dello Stato i conservatori Aníbal Cavaco Silva e Marcelo Rebelo de Sousa. Una boccata d’ossigeno per il Partito socialista, che nelle elezioni del 2025 ha subìto lo smacco di venire superato al secondo posto nel parlamento da Chega!. Ma – aggiunge Brandolini – è in primo luogo una sua vittoria personale, per il gradimento che è riuscito a riscuotere sulla sua persona, per avere saputo contrapporre un linguaggio pacato e un’attitudine dialogante al discorso arrabbiato ed escludente dell’estrema destra e per avere creduto in una seconda opportunità, forzando il partito ad accettare la sua candidatura”.

A differenza di António Costa, che lo aveva battuto nelle primarie del 2014, dando vita successivamente alla geringonça (l’alleanza progressista con il Blocco di sinistra, con i comunisti e altre formazioni) che durò otto anni, la politica del nuovo inquilino del palazzo di Belém sarà all’insegna della moderazione, contrariamente a quello che sta succedendo in Francia e in Spagna (vedi qui). E, a proposito della Spagna, arriviamo al voto aragonese: chi non finisce di tribolare e di vivere “pericolosamente” è Pedro Sánchez, il cui partito, nelle elezioni appunto in Aragona, tenutesi anch’esse domenica scorsa, ha perso in modo netto a favore della destra. Il Partito popolare, pur subendo un lieve calo, ha conseguito il risultato più alto tra le forze politiche in lizza, con il 34,2%, mentre il Psoe non ha superato il 24,2%, scontando ben dieci punti di distacco. Tradotte in seggi, queste cifre significano che le due forze politiche ne hanno conseguiti rispettivamente 26 e 18 su un totale di 67 seggi, mentre l’estrema destra di Vox ne ha conquistati 14, il doppio rispetto all’ultima consultazione elettorale. Risultati che confermano quelli precedenti – l’Aragona era già governata dalla destra, ma i neofranchisti avevano un numero minore di consensi –, in un contesto nazionale dove gli ottimi risultati conseguiti dal governo di sinistra in termini socio-economici non bastano, oscurati probabilmente dagli scandali che hanno colpito uomini di fiducia di Sánchez, e per via di una sorta di avanzata ineluttabile delle forze reazionarie e fasciste, anche a prescindere – si direbbe – da quello che succede nel Paese.

Ora la destra spera in un analogo risultato in Castilla y León e in Andalusia, per mettere ulteriormente in difficoltà Sánchez, in vista delle elezioni generali del 2027. Ad alleviare le preoccupazioni del premier sono i rapporti comunque complicati tra i popolari e Vox, con quest’ultima formazione sempre più desiderosa di acquisire visibilità. Un’altra ipotesi sarebbe l’uscita di scena di Sánchez e la nascita di un governo di unità nazionale tra i due principali partiti, in cui esistono personaggi interessati a questa prospettiva, che assomiglierebbe a quella portoghese. “Messi insieme – dice Enrico Rossi, già presidente della Regione Toscana e membro del Comitato europeo delle regioni –, Portogallo e Aragona dicono la stessa cosa: cambiano i rapporti di forza, ma la direzione è comune. La destra estrema e neofascista cresce come forza di sistema, condiziona le agende, sposta il baricentro del dibattito pubblico su sicurezza, identità, autoritarismo, razzismo contro i migranti e regressione dei diritti. La destra estrema intercetta rabbia, paura, senso di declino, frustrazione sociale. Offre risposte semplici, identitarie, autoritarie. Ha costruito una vera egemonia culturale e politica nella società”. Qualcosa che, come dicevamo, prescinde dai dati macro-economici che caratterizzano positivamente le economie dei due Paesi iberici. E se per il momento a Lisbona si può tirare un sospiro di sollievo, non si può dire lo stesso per la Spagna.

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