È vero, è più importante l’appuntamento di mercoledì prossimo a Milano, quando i giudici della Corte d’appello dovranno decidere se sospendere i procedimenti di fermata del ciclo dell’area a caldo della ex Ilva di Taranto. Ma come si può cancellare quel numero presente nella memoria dei legali dell’Ilva, nel loro ricorso alla Corte d’appello di Milano? Sembra un particolare irrilevante. Ma invece è sconvolgente: “Dal 2012 a oggi, le risorse pubbliche dirottate sull’acciaieria hanno superato abbondantemente 1.000.000.000 di euro”. Un miliardo!
Nel 2012, la magistratura tarantina sequestrò gli impianti e arrestò i proprietari e i dirigenti dell’acciaieria per disastro ambientale e altro. Da allora a oggi, sotto la guida di governi di tutti i colori e tutte le combinazioni, si è fatto ben poco o quasi nulla per “sanare” l’ambiente e rendere gli impianti almeno non una bomba ecologica, cosa che continuano a essere oggi. Viene lo sconforto a pensare che quel miliardo e più speso non abbia prodotto il cambiamento necessario. Ma c’è di più nella memoria dei legali ex Ilva depositata a Milano. È il manifesto ideologico della destra, ai primi passi di una campagna elettorale che si annuncia durissima.
Torniamo a mercoledì. Sempre alla Corte d’appello di Milano. Sempre per chiedere la sospensione della chiusura dell’area a caldo. Questa volta, perché poi il 20 ottobre le Sezioni unite della Cassazione discuteranno la vicenda. Siamo al gioco dell’oca. Si ritorna sempre al punto di partenza. La vicenda ex Ilva si perde sempre più in un labirinto di inganni, promesse e illusioni. Le Sezioni unite della Cassazione, il 20 ottobre, non dovranno decidere se sia giusta o meno la chiusura dell’area a caldo del centro siderurgico tarantino, così come sia in primo grado sia in appello hanno decretato i giudici milanesi, ritenendo che l’accertata presenza di amianto e di emissioni di polveri sottili sia in contrasto con il diritto alla salute. I giudici del “Palazzaccio” dovranno valutare se il decreto della Corte d’appello di Milano – conforme alla pronuncia della Corte di giustizia della Unione europea, che in precedenza aveva dichiarato applicabile la normativa europea al caso Ilva – ha invaso il campo dei poteri del giudice amministrativo.
Ostacolo dopo ostacolo, i diversi attori della vicenda, i lavoratori e i cittadini di Taranto, avvertono di essere finiti nel classico cul de sac. Insomma, senza via di uscita. L’un contro l’altro armati, loro malgrado, da un governo cinico che pensa di addossare le colpe alla magistratura, nel caso in cui confermasse la chiusura dell’area a caldo. E dunque ai sindacati e agli ambientalisti. La linea di difesa di Acciaierie d’Italia e di palazzo Chigi è quella che la denuncia dei cittadini tarantini, la vertenza sindacale, le decisioni della magistratura hanno “osato” disturbare il manovratore, cioè il governo. E fanno del terrorismo mediatico, i difensori dell’ex Ilva. Parlano del decreto della Corte d’appello di Milano come di “un provvedimento illegittimo e dalle conseguenze gravissime e irreversibili”. Mentono sapendo di mentire. “Sono irreversibili perché essendo altiforni a ciclo continuo, non possono essere riavviati se non a costo del loro sostanziale rifacimento”. E poi, per non smentirsi, provano a insinuare nelle coscienze dei magistrati, sindacati, cittadini, il senso di colpa: “La stima dei costi necessari per il riavvio degli impianti? Per la ricostruzione delle cokerie, quattrocento milioni di euro. Per gli altifori Afo2, centocinquanta milioni; per Afo4, 140; per Afo1 centoquaranta milioni”. Insomma, manca poco e siamo a un ennesimo miliardo di euro.
Mentono sapendo di mentire, scrivono, nelle loro deduzioni, i legali degli undici cittadini tarantini che hanno presentato l’esposto a Milano. Le riassume l’avvocato Ascanio Amenduni, che fa una premessa. La Corte d’appello di Milano, “non ha definito le modalità dello spegnimento”. Modalità che sostanzialmente sono due, una a caldo e l’altra a freddo. Prosegue il legale: “La modalità a caldo sostanzialmente significa che gli impianti vengono tenuti in stand by, cioè in ‘preriscaldo’ per consentire una dilatazione termica controllata in cui il materiale refrattario si espande lentamente e in modo uniforme, salvaguardando l’integrità strutturale degli altiforni che sono pronti a essere riavviati in qualunque momento”. Nel caso dello spegnimento a freddo – prosegue Amenduni – “gli impianti vengono fermati o perché dismessi o per interventi di manutenzione straordinaria e strutturale”.
Spiega un amministratore locale: “Gli altiforni possono essere fermati dal punto di vista produttivo ma mantenuti a ‘carica calda’ attraverso i cowper, che sono grandi accumulatori di calore utilizzati per preriscaldare l’aria calda che viene immessa nell’altoforno a temperature superiori a mille gradi. Se si procede alla fermata senza carica calda si determina il progressivo distacco dei refrattari”. Perché allora mentono i legali ex Ilva? “Nell’ultimo rapporto dell’Ispra, che è una autorità di controllo, si riporta il resoconto delle fermate e dei riavvii di Afo1,2,4 mentre Afo3 e 5 sono stati dismessi ed è in corso l’ultimazione della rimozione dell’amianto”.
Nella loro memoria, i legali dei cittadini di Taranto riportano la cronologia: “Afo1 è stato fermato nel dicembre 2012. Riavviato dopo l’ambientalizzazione nell’agosto del 2015. Fermato ancora una volta nell’agosto del 2023 e il 7 maggio del 2025 è stato fermato e posto sotto sequestro dell’autorità giudiziaria dopo un grave incidente”. “Afo2, fermato per un adeguamento dei sistemi di sicurezza, è ripartito nel febbraio del 2021. Fermato un’altra volta nel luglio del 2022. Ripartito nel maggio del 23, ed ecco che il nuovo stop è arrivato nel dicembre del 2023”. “Afo4 è stato fermato nel marzo del 2021, riavviato nel marzo del 2022. Adesso è fermo mentre l’unico altoforno funzionante è Afo2”.
Insomma, tutte le ripetute fermate degli altiforni sono state fatte “in costanza di carica calda”. E fino alla decisione delle Sezioni unite della Cassazione l’unico altoforno attivo viene riscaldato con i cowper. Se questa è la realtà, perché mercoledì quella stessa Corte d’appello di Milano, che ha rigettato una prima richiesta di sospensiva, dovrebbe accogliere la nuova richiesta? Perché si è scoperta l’esistenza di un influente parere della procura generale di Milano contrario alla sospensiva? Per i legali dei cittadini tarantini “dopo i decreti di primo e secondo grado non sono intervenuti fatti nuovi rilevanti rispetto ai motivi posti a base del rigetto della sospensione della chiusura dell’area a caldo”.
Ma non dimentichiamoci che siamo nel vivo del gioco dell’oca.







