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Ma quella di Emiliano è stata una gaffe?

Dopo l’intervento del presidente della Regione Puglia, esplode il caso politico che coinvolge il sindaco di Bari, Decaro, già al centro delle polemiche intorno alla commissione governativa sulle presunte infiltrazioni mafiose

25 Marzo 2024 Paolo Barbieri  1478

Bari, esterno giorno. Un tale alla guida di una moto non molto vistosa lascia il lungomare ed entra nella città vecchia dal varco alle spalle della Basilica di San Nicola. Il centauro viene seguito e fermato in modo piuttosto brusco da un paio di giovani in sella a dei motorini. Gli intimano di togliersi il casco, che indossa perché dal 1986 è obbligatorio per legge. Quando lo sfila, si accontentano di una semplice ammonizione verbale e lo lasciano andare (col casco appeso al braccio): legge o non legge, a cavallo fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del secolo scorso, a Bari vecchia qualcuno non gradiva la visita di estranei a volto coperto. 

Il sindaco uscente, Antonio Decaro, guida la rivolta di Bari contro le destre che usano un’indagine giudiziaria su presunti rapporti mafia-politica per risolvere qualche imbarazzo (si vota a giugno per il nuovo sindaco, e la coalizione che sostiene il governo nazionale ancora fatica a decidere il suo candidato). I notabili locali dei partiti di destra prima fanno sapere, con tanto di foto ufficiale, di avere “sensibilizzato” il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, sulla necessità di insediare la commissione di accesso che potrebbe suggerire al governo lo scioglimento per mafia del consiglio comunale, poi a distanza di tempo smentiscono (attraverso il capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri) di avere “mai chiesto lo scioglimento”. Il ministro insedia la commissione. E Decaro, figura di spicco del “partito dei sindaci” del Pd e presidente dell’Anci, parla di “atto di guerra” contro la città, convocando una riuscita manifestazione di piazza, lanciata con lo slogan “Giù le mani da Bari!”, rafforzata sui social network con l’hashtag #iostoconDecaro.

Pareva il più classico degli autogol per le forze del destra-centro: in pochi, a Bari, anche fra i suoi avversari, penserebbero di affibbiare al sindaco l’etichetta di mafioso o colluso con i clan, e certamente, per uno che governa da dieci anni, essere acclamato in piazza da migliaia di persone, quando è alla scadenza del mandato, rappresenta uno straordinario successo, non solo di immagine. Ma poi – colpo di scena – ci si mette Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia al secondo mandato, predecessore di Decaro nel palazzo di città, ad azzoppare quello che sembrava l’eroe della storia. Fianco a fianco col primo cittadino, racconta – proprio nel corso della manifestazione, di fronte a telecamere, giornalisti e migliaia di persone – di avere portato, lui ex pm antimafia e sindaco da poco eletto, l’allora assessore Decaro a casa della sorella (incensurata) del boss di Bari vecchia; per “affidare”, parole sue, alle cure della signora lo stesso Decaro, oggetto di una intimidazione proprio nella zona all’epoca sotto il controllo del clan Capriati. Ecco perché riaffiora alla mente del cronista il citato episodio della moto e del casco, reale anche se a distanza di decenni difficile da datare con precisione.

A chi si sorprende nel sentir parlare di rapporti fra mafia e politica nel capoluogo pugliese non si può che rispondere che un certo controllo sul territorio i clan malavitosi baresi lo hanno sempre mantenuto: con alterne fortune, a seconda dell’andamento delle indagini, dei processi, delle confische di beni e delle condanne; anche se, certamente, senza mai eguagliare la capacità di penetrazione ai livelli più alti della società e della gestione della cosa pubblica di mafie più potenti e strutturate di altre regioni italiane. Nel frattempo, postilla dovuta, Bari è cambiata, sotto molti aspetti in meglio, e qualche merito viene riconosciuto, dopo vent’anni di amministrazioni a guida Pd, anche da chi Emiliano e Decaro li ha criticati da sinistra.

Su quella che apparentemente è una clamorosa gaffe di Emiliano, esplode il caso politico; il giorno dopo con imbarazzato ritardo il sindaco smentisce, il presidente precisa, peraltro senza che le due versioni coincidano del tutto. È ancora presto per dire quali potranno essere le conseguenze politiche di medio periodo dell’episodio. Decaro si prepara a candidarsi alle elezioni europee, ma ha anche l’ingrato compito di cercare di piazzare il suo capo di gabinetto, Vito Leccese (in un lontano passato deputato verde, ma da molti anni figura “tecnica” chiave delle amministrazioni di centrosinistra), come candidato sindaco del “campo largo” alla barese, in contrapposizione con il “civico” di sinistra, Michele Laforgia, sostenuto anche dai 5 Stelle. E proprio sulle regole per le primarie, che dovrebbero risolvere la tenzone nel centrosinistra, si è consumato un durissimo scontro nelle scorse settimane, con Laforgia, che chiedeva controlli e restrizioni sui votanti per evitare i rischi di inquinamento, e il Pd che, alla fine, ha imposto il suo modello di primarie “popolari” senza troppi vincoli.

Allora è il caso di tornare all’origine dell’affaire: la clamorosa indagine della Direzione distrettuale antimafia ha portato a centotrenta arresti, sequestri per milioni di euro, ma soprattutto a formulare (e non è la prima volta, nella città adriatica cara alle fiction della Rai) l’ipotesi di reato di scambio elettorale politico-mafioso. Fra gli arrestati, una consigliera comunale, eletta con la destra ma passata alla maggioranza di Decaro, e il marito, ex consigliere regionale, anch’egli esperto di cambi di casacca fra centrodestra e centrosinistra, in passato dichiaratosi fedele a Emiliano. Proprio l’ostinata disinvoltura con la quale Emiliano ha perseguito negli anni la politica di cooptazione di quadri e notabili del centrodestra è, secondo molti osservatori, l’imputato fantasma dell’inchiesta giudiziaria, la causa prima del presunto inquinamento di primarie ed elezioni negli ultimi anni. Ecco perché più di un osservatore legge l’uscita del presidente regionale più come una rivendicazione che come una gaffe: siete tutti figli miei, ho garantito io per tutti, se si processa il metodo Emiliano nessuno, nemmeno Decaro, si può salvare – potrebbe essere il senso del suo raccontino in piazza. Come se il dominus del centrosinistra pugliese avesse fatto suo, in modo obliquo, lo slogan non troppo garantista di un’altra manifestazione che si è tenuta a Bari nei giorni scorsi, promossa addirittura da Rifondazione comunista: “Non potevate non sapere”.

Lo scenario, insomma, negli ultimi giorni, appare un po’ più complicato. Nel polverone che si è sollevato, rischiano di essere dimenticate le parole lusinghiere del capo della procura barese, Roberto Rossi, che qualche settimana fa aveva precisato che “l’amministrazione comunale ha sicuramente dato un grosso contributo in questi anni per la liberazione della città”. Come dire: non è Decaro sotto processo. L’iniziativa governativa è stata vistosamente segnata dall’attivismo delle destre pugliesi: l’immagine è quella di un intervento a gamba tesa di carattere puramente politico; ma che prende spunto da una vicenda giudiziaria molto pesante, che ha scoperchiato gravi fenomeni di malcostume, una gestione a dir poco discutibile della municipalizzata dei trasporti e rapporti, tutt’altro che limpidi, tra funzionari pubblici ed esponenti della malavita, interlocutori privilegiati anche per episodi bagatellari come il furto di una macchina o gli insulti rivolti da un automobilista a due vigili urbani.

Esagera, probabilmente, lo storico Luciano Canfora che ha ricordato il precedente mussoliniano dello scioglimento dei comuni socialisti. Rimane il fatto che, con la commissione di accesso al lavoro, che deve rimanere in attività per almeno tre mesi, il governo si riserva il potere di sciogliere per mafia anche il consiglio comunale che sarà eletto a giugno: la legge lo consente. Paradossalmente, l’inchiesta giudiziaria potrebbe provare che qualcuno nel centrodestra sia stato eletto coi voti dei boss mafiosi, e la commissione nominata da Piantedosi potrebbe suggerire lo scioglimento per mafia del comune, perché quel qualcuno, nel frattempo, era passato armi e bagagli allo schieramento opposto che da vent’anni governa la città. In un quadro nazionale tutt’altro che roseo per le forze del cosiddetto centrosinistra (o “campo largo” che dir si voglia), le mani del governo anche su Bari non contribuiscono comunque a facilitare il cammino di chi vorrebbe opporsi alla stagione vincente di Giorgia Meloni.

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