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5 Stelle, quasi una scissione

L’iniziativa di un’“assemblea costituente”, presa da Conte, dovrebbe sancire la definitiva separazione dal grillismo iniziale del Movimento. Ma il partito-non partito è ormai catturato in una logica politica bipolare che ne rende dubbio il rilancio

4 Settembre 2024 Paolo Barbieri  1705

È in programma il 19 e 20 ottobre prossimi, in formato misto (in presenza e online), l’assemblea costituente del Movimento 5 Stelle, punto di approdo di un processo piuttosto complesso, una sorta di ibrido fra una Leopolda di massa – con i tavoli tematici, gli esperti, i documenti, un congresso politico e statutario – e un processo in Corte d’assise con una giuria popolare, visto che c’è anche la trovata dei trecento delegati “sorteggiati” che animeranno il confronto in una delle fasi intermedie.

L’iniziativa è stata lanciata qualche mese fa dal leader del Movimento, Giuseppe Conte, come risposta a una serie di risultati elettorali negativi, alle europee dove per la prima volta ha solo sfiorato il 10%, ma anche a livello regionale e comunale: il successo della Regione Sardegna, con l’elezione, lo scorso marzo, della candidata pentastellata Alessandra Todde, è rimasto di fatto un evento isolato. Le ultime tornate elettorali hanno confermato la debolezza nel radicamento territoriale dei 5 Stelle, la volatilità dei loro consensi elettorali, l’insostenibilità della scelta di rinunciare all’effetto traino del leader (Conte non si è candidato alle europee).

A quasi quindici anni dalla nascita ufficiale del Movimento, dunque, è lecito chiedersi se questo partito-non partito avrà un futuro di qualche rilievo, dopo avere attraversato come uno tsunami il panorama politico italiano: dalla solitaria battaglia contro tutti fino alla ondivaga stagione delle varie alleanze con tutti (o quasi) i simboli della politica un tempo avversata: leader, partiti e perfino un presidente del Consiglio “tecnico”. Ma è anche doveroso ricordare che il tema della reale durata della meteora politica creata da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, è stato costantemente al centro delle previsioni dei più disparati oracoli che popolano il mondo politico e quello dell’informazione; e che, finora, i non troppo disinteressati profeti di sventura sono stati regolarmente smentiti, quando hanno vaticinato la sua fine imminente. L’ultima volta fu in occasione delle elezioni politiche del settembre 2022 (ne parlammo qui), con la pregiudiziale “draghiana” scelta dal Pd di Enrico Letta per rendere impossibile l’alleanza con il Movimento di Conte. Il quale in estate ballava attorno al 10% nei sondaggi, mentre superò invece il 15%, e, con una serie di inattesi successi nei collegi uninominali meridionali, contribuì a ridimensionare il successo delle destre e la loro maggioranza parlamentare; tanto che chi approverà la riforma costituzionale che istituisce il cosiddetto premierato, salvo colpi di scena oggi inimmaginabili, dovrà passare per un referendum confermativo.

Quasi quindici anni, si diceva: mentre l’onda grillina è nata nel 2007 nelle piazze del “Vaffa-day” che hanno raccolto il grande successo della campagna “Parlamento pulito” lanciata dal comico genovese sul suo storico blog, sul certificato di nascita dell’organizzazione c’è scritto 4 ottobre 2009; data omaggio al poverello di Assisi, santo patrono dell’Italia e “garante” simbolico, nelle intenzioni di Grillo e Casaleggio, della morigeratezza dei costumi del Movimento, che prometteva appunto di ripulire la politica da abusi, eccessi e privilegi della cosiddetta casta.

La piccola ribellione estiva di Beppe Grillo, il primo e storico leader oggi accantonato nel ruolo di garante e di ben pagato consulente per la comunicazione, ha preso le mosse proprio dal tentativo di resuscitare questo carattere originario di ostilità alla politica come professione, come carriera, come creazione di un ceto specializzato destinato all’autoconservazione e all’accumulo di potere. “La politica, nella sua essenza più pura, non deve essere un mestiere ma una nobile missione” – ha scritto in una sorta di appello alla mobilitazione anti-Conte lanciato nello scorso mese di agosto all’indirizzo di iscritti e simpatizzanti. Firmandosi “Garante e custode dei valori fondamentali dell’azione politica del MoVimento 5 Stelle”, Grillo ha proclamato come invalicabili tre linee di confine, tre “pilastri” che “non sono in nessun modo negoziabili”: nome, simbolo e limite dei mandati elettorali. Proprio quest’ultima norma, che ricaccia, dopo due sole tornate legislative o amministrative, tutti gli eletti nell’anonimato – e in qualche caso su un mercato del lavoro non troppo accogliente, dopo che lo si è disertato per due legislature – è la più avversata, comprensibilmente, nei gruppi parlamentari. Ed è quella sotto accusa per i tanti flop soprattutto nelle elezioni locali: la forma personalistica assunta dalle istituzioni, nell’era del maggioritario, richiede per forza di cose candidature di volti noti. “E noi ogni volta ripartiamo dai nostri signori nessuno” – dicono ormai apertamente in tanti fra gli alti dirigenti del Movimento.

Ma se Grillo sperava di spingere, novello Mao, il popolo che fu grillino a sparare sul quartier generale, l’iniziativa non ha avuto il successo che forse l’ex leader si attendeva. Da un lato, sul terreno del dibattito social, le reazioni di tantissimi attivisti, che un tempo lo vedevano come l’unico faro nella notte della politica italiana, sono state negative, a volte sprezzanti se non offensive nei suoi confronti. Dall’altro, nel confronto di vertice, Conte gli ha ribaltato lo schema “populistico” della rivolta della base contro la “casta” degli eletti, accusandolo di voler “porre paletti o predeterminare alcuni risultati” in un processo costituente “dal basso”; e anche sull’ipotesi di ritornare a un Movimento “puro”, non contaminato dalle alleanze, dopo la scelta del campo progressista, sia pure in una dinamica spesso conflittuale con il Pd, Grillo non ha trovato porte aperte. “Grillo stesso – gli ha ricordato gelido l’attuale leader pentastellato – è stato promotore del sostegno al governo Draghi”.

Certo, l’estate dei 5 Stelle è stata contrassegnata dalla crisi e dal conflitto interno, e non è più un tabù neppure l’ipotesi di una nuova scissione promossa dallo stesso fondatore. Quelli che un po’ ci sperano, come l’ex ministro Danilo Toninelli, parlano di “rottura” forse insanabile fra i due protagonisti della contesa. Il clima insomma non è dei più fraterni. Fra le rare voci pro-Grillo, la vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, è stata investita da una tale valanga di insulti sui suoi canali social che, prima è dovuto intervenire per difenderla il capogruppo a palazzo Madama, Stefano Patuanelli (che pure ha idee opposte a quelle del fondatore), poi lei stessa ha annunciato querele a raffica contro gli aggressori virtuali.

Basterà l’arzigogolato sistema che conduce all’assemblea costituente – anche grazie al controllo di Conte sull’intera organizzazione, che appare ancora abbastanza saldo – a sopire le tensioni, ricucire le ferite, restituire ai 5 Stelle la capacità di una discussione non distruttiva sui temi politici e sulle regole interne? In questo momento, non è facile piazzare una scommessa sugli esiti del “similcongresso” lanciato dall’ex presidente del Consiglio.

Forse, la vera data di scadenza del Movimento sta scritta già nel suo certificato di nascita, in quel suo essere una creatura politica fuori dall’ordinario, il cui successo formidabile derivava proprio dall’essere un’eccezione in un panorama politico – quello del sempre meno credibile bipolarismo all’italiana – dal quale tanti elettori speravano di essere liberati. La scelta di Conte di provare a normalizzare il Movimento, di fatto trasformandolo in un soggetto molto più simile a un partito, e contestualmente di ricondurlo nell’alveo del bipolarismo, è probabilmente l’unica possibile, dopo che quella eccezione è stata consumata nelle esperienze di governo più varie, in particolare all’interno di quella guidata da Draghi, la più distruttiva (e non per uno scherzo del destino) per i 5 Stelle. Ma è certamente revocabile in dubbio l’idea, alla quale Conte e i suoi sembrano credere fermamente, che questa ricollocazione di un’eccezione all’interno di una normalità – peraltro quella normalità particolarmente grigia del sistema politico nostrano – basti a garantirne la sopravvivenza, l’uscita dalla crisi, o addirittura un futuro rilancio.

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