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Intelligenza artificiale: Meloni travestita da Oppenheimer

“Facciamo l’Iri digitale”. Dopo il Piano Mattei, continua il revival degli anni Sessanta

13 Marzo 2024 Michele Mezza  958

Appena smaltita l’abbuffata di arrosticini abruzzesi per festeggiare il camerata che l’ha spuntata alle regionali, la premier si è travestita da Oppenheimer, e ha lanciato il suo progetto Manhattan sull’intelligenza artificiale, facendo tremare la Silicon Valley. Con il fido sottosegretario Butti – ma con l’assenza roboante del ministro al Made in Italy Urso, e di Roberto Cingolani, capo di Leonardo, il gruppo industriale pubblico più tecnologico, che non appare nella strategia del governo – Meloni non si è limitata nelle promesse. Investimenti e norme ad hoc per favorire i campioni italiani dell’intelligenza artificiale.

Perché dipendere dall’estero – si chiede Butti in un’intervista a “Repubblica” – “quando possiamo farci in casa le soluzioni tecnologiche”. Davvero una grande idea, strano che nessuno ci avesse pensato finora. Perché non dedicarci all’autoproduzione di chat bot, così come facciamo vino e moda? A soccorso dei cervelloni dell’esecutivo è arrivato l’amministratore delegato di Cdp Venture Capital, Agostino Scornajenchi, avventuratosi in una dichiarazione esilarante: “Declineremo questa strategia attraverso investimenti per un miliardo di euro, attraverso i fondi di Cdp Venture Capital, che genereranno un effetto di attrazione sul mercato di altri due miliardi”. Arriveremmo così alla fantastica cifra di tre miliardi: più o meno quanto Cina e Stati Uniti spendono per l’acqua minerale nei centri di ricerca.

Siamo davanti a uno stato di vera e propria allucinazione, direbbe ChatGPT. Procedendo con grande pacatezza, e bandendo inutili ironie, proviamo a spiegarci.

L’intelligenza artificiale è un primato che poggia su due requisiti: risorse inesauribili e traino militare. In aggiunta, una robusta schiera di cervelli, nell’ordine delle decine di migliaia, selezionati in tutto il mondo. Al di sotto di questi valori, c’è il totale fallimento. Lo abbiamo visto nell’informatica, sia quella più commerciale sia quella più avanzata, dove in circa un secolo, e nonostante l’Italia sia stata il Paese di Adriano Olivetti, un vero pioniere, siamo stati desertificati. Non solo noi italiani, l’intera Europa. E il salto verso le nuove forme di automazione generativa alza ulteriormente l’asticella, vanificando ogni strategia che non possa disporre di migliaia di miliardi e di un supporto governativo imponente, indotto dalle necessità della difesa. In Europa mancano entrambe le condizioni. E nonostante noi si sia stati la sede di innovazione del web, che nasce nel Cern di Ginevra, la commercializzazione di queste piattaforme ci ha messo fuori gioco.

Ora invece Meloni ha avuto un’idea: facciamo l’Iri digitale. Usiamo lo Stato per dare nerbo alle aziende nazionali del settore. Dopo il Piano Mattei, continua il revival degli anni Sessanta, con il governo che spericolatamente cerca di riciclare vecchie ricette sui nuovi temi dell’intelligenza artificiale. Si parla di un investimento di nientepopodimeno di un miliardo per una “via italiana all’autonomia computazionale”.

Alla premier dobbiamo dare atto che almeno ha subodorato che si tratta di una materia fondamentale per il futuro, e, avendo visto che le opposizioni le lasciano campo libero, sembra decisa a mettersi in vetrina. Peccato che, mentre lei ipotizza cabina di regia e strategia programmate, un pezzo dei più delicati apparati statali abbia già deciso di mettersi in proprio.

Nei mesi scorsi, infatti, nell’indifferenza generale, e nella massima distrazione di Pd e 5 Stelle, che non hanno ritenuto di sprecare nemmeno un’interrogazione parlamentare, l’Agenzia delle entrate, la Consob e l’Agenzia nazionale degli appalti – ciascuno rigorosamente per proprio conto – hanno fatto sapere che stanno integrando risorse di intelligenza artificiale per espletare le rispettive missioni. Stiamo parlando non certo di bruscolini, ma degli accertamenti fiscali, del controllo del mercato di borsa, e delle vitali attività operative della pubblica amministrazione mediante gli appalti.

Ebbene, mentre su una circolare o un codicillo che modifica la disciplina fiscale di dentisti o idraulici scoppia l’inferno, sul fatto che, da settembre, si proceda con automazioni nello scannerizzare i comportamenti fiscali dei contribuenti nessuno ha detto “beh”. Chi sono i fornitori di questi sistemi di calcolo? In base a quali istruzioni è stato disegnato l’apparato tecnologico? Chi ha addestrato e come i dispositivi? Tutto questo non interessa né il governo, che sfida la Silicon Valley con mance domenicali, né l’opposizione, che snobba completamente l’intera materia.

Ora si attende la reazione al roboante annuncio della premier. Per esempio, qualcuno troverà il tempo di chiedere a Meloni e a Butti come mai Mistral – la start up francese su cui puntava l’Eliseo, tanto da frenare ogni normativa europea per non intralciarne il lancio – dopo solo sei mesi di attività sia rifluita sotto le ospitali e caritatevoli ali di Microsoft, diventando poco più di una consociata?

La pista dei campioni nazionali, come quarant’anni di informatica ci hanno duramente insegnato, è del tutto priva di senso. Solo con una bolsa retorica si può pensare che un Paese come l’Italia possa sfidare la Silicon Valley, senza un’economia di scala adeguata – OpenAI, l’azienda proprietaria di ChatGPT, sta raccogliendo qualcosa come settemila miliardi per la sua strategia verso l’intelligenza artificiale generale –, senza nemmeno il traino delle commesse militari. Il punto sarebbe invece quello di una vera via europea, in cui l’Unione, facendo massa critica e mettendo sul tavolo qualcosa come cinquecento miliardi, potrebbe rovesciare il modello di business americano (e cinese) puntando sull’orchestrazione di quel pulviscolo di open source che si sta rivelando competitivo nei processi di addestramento di secondo livello, il cosiddetto fine tuning, dei sistemi di automazione generativa.

In questa prospettiva, il nostro Paese avrebbe dei primati da giocare: pensiamo al sistema dei beni artistici e archeologici, degli archivi storici, dell’intero patrimonio iconografico medioevale e rinascimentale. Si tratta di linguaggi di base che potrebbero creare formati inediti di intelligenza artificiale, specializzati nel ciclo culturale, e nelle relazioni sociali. Ma chi lo chiede? Chi spinge il network museale italiano a diventare un grande committente? E la Rai non potrebbe trovare qui una missione da servizio pubblico, diventando, con il Cineca di Bologna, un grande addestratore dei chatbot intelligenti.

Nell’acronimo GPT (Generative Pretrained Transformer) è P la lettera chiave, su cui giocare una strategia di autonomia e sovranità culturale. Ma anche la T sarebbe indispensabile, applicata in particolare alle forze politiche.

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