Nella virologia, come in politica, sono considerate indispensabili due capacità: il riconoscimento dell’avversario e la memorizzazione dei comportamenti reciproci. La partita dei vaccini si gioca in base a queste due funzioni. Così come la costruzione di una bussola geopolitica per i vertici statali. L’eccezione che modifica e rende complicato il gioco sta nell’imprevedibilità e instabilità dello scenario, qualora i soggetti in campo non rispondano più alle caratteristiche definite.

Ci troviamo così nel novero di quel caos autogovernato, di cui parla il premio Nobel Giorgio Parisi nel suo pamphlet In un volo di storni (Rizzoli), quando ci spiega che “il mondo reale è disordinato e (…) molte situazioni del mondo reale possono essere descritte da un numero elevato di agenti elementari che agiscono fra di loro”. In questo scenario diventa difficile pretendere una conseguenzialità rigida fra decisioni e risultati; ma diventa anche rischioso non avere modelli organizzativi e capacità di adattamento per governare questa nuova fase della convivenza umana.

Oggi, nella pandemia e nella sua diffusione, avviene qualcosa di sempre diverso nella sua struttura e nei suoi effetti. Si modificano continuamente le due funzioni dell’attività sia biologica sia istituzionale: riconoscimento e memorizzazione. Diventa allora indispensabile, per tutti i grandi protagonisti sulla scena – istituzioni, scienza e comunità civile –, la velocità di reazione.

Proprio in questi giorni, con il deposito della perizia di Andrea Crisanti alla procura di Bergamo, che sta indagando sulla prima fase della pandemia in Lombardia, si è discusso del modo in cui, in quel momento, si reagì a eventi che si stavano delineando a livello globale, sia da parte dei vertici politici e amministrativi, sia da parte di quella folta schiera di esperti che già stava assumendo il comando delle operazioni.

In questi giorni si ripropone uno snodo decisionale che influenzerà il nostro futuro: considerare ormai Omicron come la forma prevalente di Covid-19, e dunque adattarsi  ai due gradini di protezione – vaccinazione multipla e saturazione dei contagi –, che sembrano ormai  in grado di neutralizzare gli aspetti più minacciosi della malattia, come per esempio sta accadendo in Gran Bretagna, o invece contrastare la circolazione del virus limitando ancora il contatto fra i portatori, e attendere vaccini più mirati e riprogrammabili?

È una scelta politica che influenzerà il nostro futuro decretando la scala di valori su cui ci attesteremo nelle prossime evoluzioni della pandemia.

Proprio in questi giorni il filosofo Roberto Esposito ha pubblicato un libro, Immunità comune. Biopolitica al tempo della pandemia (Einaudi), che coglie il tratto peculiare di questo nostro tempo “immunizzato”. L’immunizzazione, dice Esposito, è oggi una forza autonoma, come la tecnologia intelligente, che dà volto a una nuova marca di capitalismo, sorprendendo e aggirando ogni cautela o interferenza dell’antagonismo di sinistra. Oggi possiamo contemplare come, dietro alle nostre relazioni e forme di civilizzazione, ci sia un capitale cognitivo che sta riprogrammando la stessa evoluzione della specie, mediando una riproduzione algoritmica dell’evoluzione genetica.

Proprio il combinato disposto di virus più algoritmi ci dà oggi il quadro della gerarchia dei poteri in campo. Le discussioni sul Quirinale, le minacce al quadro economico, i rischi persino di guerra in Europa, per la crisi ucraina, sbiadiscono di fronte a un precipitare dell’intera dinamica pandemica. I numeri che vengono sciorinati dai media – quasi nove milioni e ottocentomila contagiati, 143mila morti, e circa sette milioni di guariti – vengono considerati assolutamente indicativi, approssimati per difetto, sostanzialmente inattendibili.

I contagiati sarebbero almeno il doppio, se non di più, così come i decessi sarebbero largamente sottostimati, e lo stesso varrebbe per i guariti. In sostanza non abbiamo dinanzi una situazione su cui ponderare strategie e risposte. Stiamo misurando, in questo scorcio di inizio anno, una leggera flessione del fatidico Rt, dopo averne largamente contestato il valore; e ci stiamo continuamente trastullando con i dati sui vaccinati che rimangono bassi – siamo a poco più del 50% della popolazione per la terza dose –, mentre lo scorrere delle settimane ci avvicina velocemente a un momento in cui, anche per coloro che si sono sottoposti alle tre iniezioni, si tratterà di capire quale grado di copertura ancora mantengono.

In tutto questo rimane del tutto scoperto il quadro delle reti di assistenza territoriale. Il tracciamento delle varianti è un mito di cui si parla, ma che non si vede. Così come quel mistero sul sequenziamento dei tamponi. Si continua ad affermare che i laboratori che eseguono gli esami notificano solo all’Istituto superiore di sanità il tipo di variante per coloro che sono riscontrati positivi. Non si capisce dove e come questi dati siano raccolti ed elaborati. E tanto meno sarebbe chiaro perché non viene notificato all’interessato quale variante lo ha contagiato, informazione essenziale anche per seguire il decorso del contagio.

La sensazione è quella di un allentamento progressivo della gestione pubblica dell’emergenza, gradualmente lasciata a un laissez faire che vedrà come centrali, nella riorganizzazione della sanità, le case farmaceutiche che programmeranno i nuovi vaccini e i centri tecnologici che stanno già pianificando le modalità della prossima telemedicina. È questo un epilogo inevitabile di un processo che ha visto, fin dall’inizio, la pandemia come una dinamica esclusivamente gestibile e contendibile da apparati amministrativi – ministero e Regioni – e sistemi di competenze privati.

Si tratta ora di capire se davvero Omicron segni una automitigazione del virus, che si limiterebbe ad assicurarsi la sopravvivenza non uccidendo i suoi ospiti, o se invece siamo all’ennesima vigilia di nuove varianti, il che riproporrebbe il tema di una sicurezza sociale come terreno di conflitto politico. In tal caso, come chiede Roberto Esposito, bisogna che sul nodo pandemia e scienza si ricostruisca una dialettica organizzata da parte degli interessi sociali, rimettendo la politica al centro della scena.