C’è chi drammatizza il fenomeno e chi cerca di ridimensionarlo, riportandoci con i piedi per terra: non si ripeteranno gli scenari delle economie degli anni Settanta con quelle impennate dei prezzi a due cifre, dicono gli ottimisti. Ma è evidente che il problema esiste e rischia di essere strumentalizzato a fini politici. Su “terzogiornale” ne ha parlato di recente Paolo Barbieri, che citando il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, ha parlato del rischio che, nel 2022, una famiglia italiana “a causa di questi aumenti irrazionali” possa spendere dai 700 ai 1.200 euro in più sull’anno, fra la bolletta del gas e quella dell’elettricità. Una minaccia che viene legata direttamente ai costi dell’energia, e quindi agli scenari geostrategici che si stanno determinando con il passaggio del testimone dalle Sette Sorelle del petrolio ai padroni del gas (Putin e dintorni). Intanto in Italia, e in altri Paesi europei, il dibattito sull’inflazione viene utilizzato anche a sproposito per rilanciare il nucleare e le trivellazioni del petrolio.

Gli scenari sono molto vasti e in continua trasformazione, visti gli obiettivi della transizione energetica scelti dall’Unione europea e inseriti dall’Italia nel Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma, per evitare divagazioni inutili, in questo articolo ci concentreremo schematicamente sulle posizioni assunte dai sindacati sulla questione prezzi. Un focus che riteniamo interessante in vista delle difficili scelte che si dovranno fare in tema di riconversione industriale (e in generale sviluppo sostenibile dal punto di vista ecologico e sociale) e di rinnovo dei contratti nazionali di lavoro.

Le rilevazioni Istat

L’Istat rileva le variazioni annuali del paniere, con i prezzi dei beni che crescono del 5,5%, mentre i servizi rimangono stabili all’1,7%. L’accelerazione su base annua è dovuta principalmente ad alcune categorie di prezzi. Illuminante la tabella proposta dall’Istituto centrale di statistica: beni alimentari lavorati (+2%), come succhi di frutta, surgelati e insaccati; beni alimentari non lavorati (+3,6), come uova, latte, carne e pesce, frutta e verdura; beni energetici non regolamentati (+22%), ovvero i carburanti come diesel e benzina e il regime del mercato libero per i consumi domestici; beni energetici regolamentati (+41,9%), ovvero i consumi domestici di gas e luce; servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+2,3%), in particolare pesa sul dato il costo di alberghi e altre strutture ricettive; servizi relativi ai trasporti (+3,6%), in particolare a causa del trasporto aereo per motivi stagionali.

Si deve stare però attenti alle facili generalizzazioni e a possibili allarmismi. Chi metteva in guardia in questo senso, prima della fine dell’anno, era stata la Cgil. In una nota del dipartimento economico di Corso Italia si legge che gli aggiornamenti riguardano essenzialmente la dinamica di inflazione tendenziale che in settembre è salita al 2,6%, trainata dai beni energetici regolamentati, mentre l’inflazione di fondo (prezzi al consumo esclusi energetici e alimentari freschi) resta bassa (1,1% in settembre). Sul versante degli energetici – ricorda la Cgil – il governo ha approvato nel mese di settembre un decreto legge che ha introdotto nuovi interventi di riduzione degli oneri fiscali gravanti sulle bollette di gas ed elettricità.

L’altro elemento di novità riguarda il monitoraggio delle entrate che indica che il gettito definitivo, per il 2021, potrà essere superiore alle stime della Nadef per 800 milioni circa e la previsione delle entrate contributive per l’anno in corso è rivista al rialzo per 300 milioni circa. “Innanzitutto occorre spiegare il motivo per cui i prezzi sono cresciuti – ha spiegato Riccardo Sanna, capo area Politiche di sviluppo della Cgil –, c’è stato un rimbalzo della domanda e del commercio estero maggiore rispetto all’offerta, cioè beni e prodotti che prima non venivano comprati hanno ricominciato a essere richiesti in quantità. Dopo le chiusure e le restrizioni causate dalla pandemia, il commercio globale è ripartito, e questo ha fatto aumentare i prezzi. È cresciuta la domanda di materie prime incluse le fonti fossili, anche perché la riconversione verde è ancora indietro”.

La posizione della Cisl e della Uil

Ma dalla fine dell’anno a oggi, lo scenario è già cambiato più volte in un clima – tra l’altro – di generale instabilità politica. Quello che ora spaventa è l’impatto dell’aumento dei costi energetici e dei trasporti globali sulla dinamica generale dei prezzi. Per il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra (a capo di un sindacato che non ha condiviso la scelta dello sciopero generale di Cgil e Uil) “è davvero inaccettabile la previsione di un aumento delle tariffe energetiche e del gas dal 31 al 42%. Sarebbe una stangata, non solo per le famiglie già duramente colpite dalle conseguenze del Covid, ma anche per la competitività delle imprese e per tutto il sistema paese. Il governo deve fermare questi aumenti, il balzo non può scaricarsi sulle fasce più deboli. Al presidente Draghi chiediamo di non vanificare gli sforzi di lavoratori e pensionati”. “Dobbiamo lavorare insieme a un nuovo Patto che rilanci gli investimenti pubblici e privati, la produttività e i salari, la partecipazione e la democrazia, politiche attive e formazione delle nuove competenze – ha spiegato Sbarra – negoziare un nuovo Patto sociale per impegnare le tante risorse nazionali ed europee con misure anticicliche che rafforzino e consolidino la timida ripresa economica in atto.”

“Eravamo stati tra i primi a lanciare l’idea di un’extra-tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche per intervenire sul caro bollette”, gli fa eco Pierpaolo Bombardieri, segretario generale della Uil. “A pagare il caro energia sono innanzitutto le famiglie, il costo delle bollette per le famiglie è raddoppiato, serve un intervento di natura emergenziale e uno strutturale, non possiamo lasciare che il mercato si regoli da solo, anche perché c’è un’altra variabile, l’inflazione”, ha detto il leader della Uil in tv, durante una puntata di “Restart-l’Italia ricomincia da te”. “Ci sono in atto anche alcune speculazioni non legate al costo del gas – ha spiegato Bombardieri – come sta avvenendo sul prezzo del caffè”.

Regole da rivedere

Non c’è quindi niente di magico nelle dinamiche economiche dei prezzi. Ci sono scelte e meccanismi su cui è necessario intervenire. Ne è convinto – a proposito di aumenti dei prezzi e delle tariffe energetiche – il segretario confederale della Cgil, Emilio Miceli, secondo il quale “è ormai chiaro che, con questo tipo di regolazione, si rischia di determinare una frattura sociale irreversibile. Il prezzo delle materie prime è sempre cresciuto anche quando il petrolio era a trenta dollari. Queste sono le stranezze della regolazione. E l’aumento che si prospetta oggi è sicuramente ingiusto. Anzi, è pure sbagliato definirlo aumento. Qui si tratta di una grandissima stangata che piomberà su milioni di famiglie italiane”. “Parliamo di stangata – ha spiegato Miceli in una intervista – senza alcuna esagerazione, perché sono in arrivo aumenti di tre volte il costo dell’energia elettrica e di cinque volte quello della bolletta del gas, al netto dell’aumento delle quote Ets (scambi di emissioni in Europa). È necessario quindi evitare la stangata e contemporaneamente mettere mano al cambiamento del modello di regolazione”. “L’energia non è un bene di lusso e non può aumentare del 40%. Deve esserci un limite. Perché, oltre questo limite, c’è il rischio di una grave frattura sociale e dell’apertura di una pericolosa fase di depressione di tutta l’economia”.

Per la Cgil, “è giunto dunque il tempo di cambiare a partire dalla struttura della bolletta elettrica che è gravata di costi non pertinenti, non legati all’energia, che ricadono tutti sulle famiglie. Lo Stato, in questi anni, ha scaricato sulle bollette elettriche tutte le sue inefficienze. Sarà bene che la bolletta torni a essere quello che è: un misuratore del consumo di energia, ma continuando a farsi carico delle fasce più deboli del Paese. Una regolazione tutta legata alle sole dinamiche di mercato, soprattutto in una situazione di transizione come questa, rischia di essere esplosiva”.

La transizione possibile

I sindacati vengono spesso accusati di conservatorismo e di scelte non sostenibili dal punto di vista ambientale. Il dramma del conflitto lavoro/ambiente ha preso diversi nomi in questi anni, tra cui il più famoso è forse quello dell’Ilva. In realtà il dibattito all’interno delle varie categorie sindacali è più avanzato di quello che si racconta sui media. Da uno dei sindacati considerati nella vulgata più conservatori, quello dei chimici e delle produzioni energetiche, è arrivata per esempio una novità interessante. Il varo di un documento unitario in dieci punti per far sì che “la transizione ecologica non viri dal verde al rosso, rivelandosi un bagno di sangue per i lavoratori”.

È questo l’obiettivo del documento unitario redatto da Filctem Cgil, Femca e Flaei Cisl, Uiltec Uil, redatto insieme alle imprese di Confindustria energia per fissare le linee guida della decarbonizzazione nel nostro Paese. Alla presentazione del manifesto “Lavoro ed Energia per una transizione sostenibile” ha partecipato anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Il premier ha apprezzato la cooperazione tra istituzioni, imprese e sindacati, e ha sottolineato come la transizione ecologica richiederà trasformazioni radicali nelle tecnologie, nelle abitudini di consumo e per avere successo dovrà essere sostenibile anche dal punto di vista sociale ed economico. “Lo Stato – ha prospettato – avrà un ruolo centrale nella gestione di questi cambiamenti, facendo in modo che i rischi si trasformino in crescita”.

Un altro importante segnale di novità riguarda le aperture del sindacato nei confronti di esperienze pilota come lo stoccaggio della CO2 in acque marine. Ne ha parlato su “Collettiva.it”, la piattaforma Cgil, l’ingegner Sergio Persoglia, già direttore di dipartimento e ora associato dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste.

La scala mobile dei pensionati

Ma prima di guardare agli scenari futuri – per completare il quadro del rapporto tra redditi e prezzi – c’è da ricordare una notizia positiva per i pensionati: la perequazione delle pensioni sulla base dell’aumento del costo della vita. Si tratta dell’unico automatismo rimasto in vigore dopo la cancellazione della scala mobile che adeguava le retribuzioni all’inflazione. La perequazione, la “scala mobile” dei pensionati, è fondamentale per evitare la vera e propria erosione del valore delle rendite lorde mensili, ma non è considerata sufficiente dai sindacati dei pensionati.

Nel novembre 2021, un decreto ministeriale ha previsto l’adeguamento delle pensioni anche per il 2022. E questo comporterà incrementi diversificati a seconda della pensione lorda mensile: si va dai 110 euro l’anno per pensioni sui 500 euro lordi a circa 440 euro per pensioni sopra i 2000 euro, parlando sempre d’incrementi annui. “Bisogna però stare attenti alle semplificazioni – spiega Valter Cavasin del dipartimento previdenza dello Spi Cgil nazionale –, spesso infatti i giornali parlano di aumenti delle pensioni. In realtà le norme sulla perequazione sono state pensate e applicate per permettere un recupero parziale della perdita del potere d’acquisto. È chiaro, quindi, che non si può parlare di aumenti delle pensioni nel 2022, ma di un adeguamento che per forza di cose (siccome è riferito alla dinamica dei prezzi dell’anno precedente) è sempre in ritardo”. 

Per questo lo Spi continua a battersi per un vero adeguamento al costo della vita, da realizzare con più strumenti a cominciare dall’aumento del valore della quattordicesima mensilità insieme all’allargamento della platea dei beneficiari. Oggi sono compresi i pensionati con un reddito fino a due volte il trattamento minimo: lo Spi chiede di estenderlo fino a tre volte. Infine una particolare attenzione, sempre per le piattaforme unitarie dei sindacati dei pensionati, dovrà essere dedicata al sistema fiscale che penalizza il reddito da pensione rispetto a quello dei lavoratori dipendenti. Una condizione che anche l’ultimo intervento sul fisco non ha sanato. I pensionati italiani sono oggi i più tartassati in Europa.