A un passo dalla rottura. La frattura politica all’interno della Confederazione dei sindacati europei si sta ricomponendo, in questi giorni, proprio mentre le istituzioni europee – il Consiglio, il parlamento e la presidenza a guida francese – stanno inserendo le ultime correzioni alla bozza di direttiva sul salario minimo. Per superare le resistenze svedesi e norvegesi, l’attività diplomatica si è mossa su due piani: da una parte, i sindacati che sono favorevoli a una legge sul salario minimo che cercano di convincere i refrattari; dall’altra, i politici che hanno recepito le critiche e aggiustato il tiro. L’oggetto principale del contendere riguarda proprio il ruolo delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, e quindi la natura stessa della contrattazione e dei conflitti di lavoro. Esiste infatti una cultura sindacale (in Italia rappresentata soprattutto dalla Cisl) che si basa sull’autonomia totale della contrattazione. I diritti – dicono – si devono conquistare. Non può essere lo Stato a fare da intermediario.

Il mondo è cambiato

Ma nel caso del salario minino molte certezze e posizioni ideologiche si stanno incrinando. È la nuova realtà sociale che lo impone. Nell’epoca fordista, in Italia e in Europa, il ruolo dei sindacati nel conflitto era centrale. La legge arrivava sempre dopo, come effetto delle lotte e delle rivendicazioni dei lavoratori e di chi li rappresentava. Il caso tipico, per esempio, è lo Statuto dei lavoratori che venne varato dal parlamento italiano nel maggio del 1970. Quella legge, che molti giudicano un compromesso e che tanti in questi ultimi anni hanno cercato di demolire (pensiamo all’epoca berlusconiana), fu il frutto di lotte e rivendicazioni. Ora la situazione è totalmente diversa. Dopo un lungo periodo di crisi e di condizione di difficoltà da parte dei sindacati, il legislatore non può trarre spunto dalle richieste che emergono spontanee dai conflitti e dalle richieste dirette dei soggetti interessati. I lavoratori vivono una situazione di grande difficoltà e isolamento. Non esistono più i grandi aggregati di gruppi di lavoratori con interessi omogenei, e quella che una volta era la grande fabbrica appare ora come un’entità fluida e trasversale. Il legislatore – anche quello europeo – non può che trarre spunto dai problemi e dalla gravità dei fenomeni che si manifestano. Il lavoro povero, lo sfruttamento portato all’ennesima potenza, il ricatto verso chi lavora (“sei già fortunato che lavori, non puoi avere pretese…”) hanno convinto politici e sindacati che è arrivato il momento di provare a mettere un freno – o quanto meno fissare dei tetti, dei punti di riferimento, al di sotto dei quali sia impossibile andare.

Un’idea per superare l’ostacolo

La svolta c’è stata quando si è pensato di superare una impostazione iniziale basata sul livello monetario del salario minimo. I dibattiti si sono moltiplicati e, alla fine, si è capito che sarebbe stato un errore indicare una cifra (9 euro l’ora). Ora il legislatore europeo, ma anche la politica italiana, si stanno orientando verso la necessità di una generalizzazione dei salari minimi già conquistati con la contrattazione. Un approccio che potrebbe risolvere due problemi con una sola mossa: da una parte, non ci si impicca a un valore monetario che potrebbe essere perfino controproducente per i lavoratori; dall’altra, con il riconoscimento della contrattazione, non si mette in soffitta il ruolo del sindacato. Pensano a questo i giuristi chiamati a limare la direttiva che, una volta pronta, sarà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea, e dovrà essere recepita dai singoli Stati. Anche se, nello stesso tempo, si è trovata la formula di compromesso: in questo caso, la direttiva dovrà essere recepita solo da quei Paesi che già dispongono di una legge nazionale sulla materia. L’Italia quindi – almeno per ora – è esclusa.

Vedremo meglio gli sviluppi di questo percorso verso un salario minimo per tutti. Anche in Italia si potrebbe arrivare a un qualche intervento legislativo. Ci sta provando, per esempio, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. La direttiva, anche se non dovesse essere recepita a breve, potrebbe comunque fare da stimolo e da catalizzatore. Ma vediamo ora molto rapidamente qual è la situazione nei principali Paesi, dopo il recente accordo tra governo e sindacati in Spagna.

Il caso spagnolo: aumentare i salari

Il governo e i due principali sindacati del Paese – Ugt e Comisiones obreras – hanno stretto un patto per fissare il salario minimo di quest’anno a 1000 euro al mese (per quattordici mensilità),con un aumento di 35 euro rispetto a quello del 2021. La misura interessa due milioni di lavoratori spagnoli. Contrarie le due principali associazioni degli imprenditori spagnoli, Ceoe e Cepyme. Gli industriali spagnoli ritengono che non sia il momento di fissare un aumento del salario minimo come quello stabilito dal governo, visto il contesto economico di incertezza, in particolare in alcuni settori. Presentando l’accordo, la ministra spagnola del Lavoro, Yolanda Díaz (vedi qui), che è anche vicepremier, ha parlato invece di “un risultato molto importante”. “Ancora una volta, anche se non eravamo legalmente obbligati, abbiamo voluto propiziare il dialogo sociale – ha dichiarato Díaz –, puntiamo su un modello di società, di impresa e di mercato del lavoro che non siano basati su salari bassi”.

La Svezia vuole la sua autonomia

La Svezia, per certi versi, ha delle similitudini con l’Italia: non ha un salario minimo legale, né una contrattazione collettiva munita di efficacia erga omnes, e nel sindacato vige un’opposizione di principio verso un’interferenza del legislatore sulla regolazione delle retribuzioni. Tutto questo nell’ambito di un sistema di relazioni industriali autonomo per eccellenza, fondato su un alto tasso di densità sindacale (circa il 70%), e da una parallela significativa organizzazione dei datori di lavoro (circa l’87% è iscritto a un’associazione datoriale). La copertura della contrattazione collettiva è stimata intorno al 90%, pur in assenza di un meccanismo di estensione della sua efficacia. L’alto grado di organizzazione delle relazioni industriali svedesi coinvolge anche la fissazione dei minimi salariali. E sono state queste le motivazioni che hanno spinto all’opposizione i sindacati svedesi, da sempre contrari all’introduzione di una misura legale di salario minimo, nell’ambito di una generale avversione di principio verso interventi eteronomi sulle regole del lavoro.

Sette anni in Germania

Il salario minimo legale è stato introdotto nel 2015, in un momento in cui la copertura della contrattazione collettiva era scesa ad appena il 50% dei lavoratori, dopo una continua e costante diminuzione iniziata con la riunificazione tedesca. Il sindacato si è indebolito in questi anni, con un tasso di adesione sceso intorno al 18%, complice anche la grande diffusione dei mini-jobs e, più in generale, di quel processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro iniziato negli anni 2003-2005. In Germania, a differenza dell’Italia, esiste comunque, sin dal 1949, un meccanismo per l’estensione dell’efficacia dei contratti collettivi che passa per un atto del ministro del Lavoro. Uno strumento, questo, che è rimasto però quasi sempre nel cassetto, cosa che ha determinato un continuo deterioramento dei livelli salariali. Secondo vari studi, risulta che la Germania, a metà del decennio scorso, presentava una delle proporzioni di lavoratori poveri più alta d’Europa: circa un lavoratore su quattro aveva una retribuzione al di sotto della soglia del 60% del salario mediano, con disparità salariali macroscopiche tra lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva e l’altra metà invece non inclusa. Secondo alcuni giuristi, a sette anni di distanza dall’introduzione del salario minimo legale, si possono già trarre alcune indicazioni utili. La più importante riguarda il fatto che c’è stato effettivamente un immediato innalzamento dei salari, che ha riguardato circa il 15% dei lavoratori tedeschi, con una conseguente riduzione (seppure parziale) delle disuguaglianze retributive.

Nel Regno della Brexit

La crisi della contrattazione collettiva britannica – finita sotto l’assalto, nel periodo 1979-1997, delle aggressive politiche antisindacali poste in essere dai governi Thatcher e Major – è ormai evidente. Si contratta, quasi esclusivamente, a livello aziendale e a macchia di leopardo, con una copertura complessiva che oggi, nello Stato della Brexit, non supera il 30%. Per quanto riguarda l’istituto del salario minimo, si deve ricordare che esso ha una storia molto antica. Risale al 1909 il primo prototipo di legislazione sui minimi salariali dell’era moderna. Un sistema che ha visto protagonisti organi tripartiti denominati Trade Boards e, successivamente, Wage Councils. Spettava a loro la fissazione, con decisioni che potevano acquisire forza di legge, dei minimi salariali e delle tariffe di cottimo nei settori in cui le retribuzioni erano particolarmente inadeguate e la contrattazione collettiva non in grado di offrire reale tutela ai lavoratori. Una pratica che venne attaccata dalle politiche neoliberiste dei governi conservatori: i Wage Councils vennero aboliti nel 1993. Nel 1998 il governo laburista, con a capo Tony Blair, approvò poi il National Minimum Wage Act. Veniva, per questa via, introdotto un salario minimo legale universale, con un campo di applicazione molto ampio. La misura riguarda, infatti, non solo i lavoratori subordinati, ma anche coloro che rientrano nella più ampia categoria dei workers. “In un modello dove la contrattazione collettiva ha ormai una scarsa rilevanza ­– scrive Emanuele Menegatti, docente di Diritto del lavoro nell’Università di Bologna –, l’introduzione di un salario minimo ha contribuito a supportare il reddito dei lavoratori più poveri (circa il 10% della forza lavoro britannica, con punte del 30% in alcuni settori), riducendo le disuguaglianze retributive, anche tra uomo e donna. Il tutto senza nessuna evidenza di danni all’occupazione o alle imprese”.