L’ha “scoperta” anche il prestigioso quotidiano “Le Monde”, che una settimana fa le ha dedicato un ritratto a firma di Sandrine Morel, corrispondente da Madrid, segnalandola come personaggio “in ascesa” e “carismatica”, molto apprezzata tra gli industriali, oltre che dai sindacati, per la sua capacità di tenere aperto il dialogo sociale. Si tratta di Yolanda Díaz (galiziana, classe 1971), comunista, avvocata e ministra del Lavoro dal gennaio 2020 nel governo formato dalla coalizione tra Partito socialista (Psoe) e Podemos, dal marzo 2021 anche coordinatrice di quest’ultima formazione politica e vicepresidente del governo presieduto da Pedro Sánchez, dopo le dimissioni dai due incarichi di Pablo Iglesias.

Alla sua caparbietà e abilità si devono tre conquiste: il salario minimo fissato a 950 euro; la deroga al licenziamento per problemi medici che ha limitato i danni del Covid; la legge che ora regola il cosiddetto lavoro telematico (Ley del teletrabajo). A Díaz va pure il merito dell’accordo di avanguardia per introdurre nel codice del lavoro una “presunzione di lavoro salariato” per i fattorini che consegnano pasti a domicilio attraverso piattaforme come Deliveroo o UberEats. La ministra del Lavoro ha più volte precisato che “questi lavoratori ora sono dipendenti e potranno beneficiare di tutte le tutele derivanti dal loro status”.

La Spagna è stato così il primo paese dell’Unione europea a legiferare sui rider. La ministra ha pure promesso una legge che presto ridurrà il precariato, piaga tradizionale della realtà spagnola, e che dovrebbe sostituire quella del 2012 a cui si deve la maggiore precarizzazione dei contratti di lavoro.

Il quotidiano parigino è stato evidentemente incuriosito dalla biografia comunista di Díaz, dirigente di Podemos, e su come sia possibile che occupi un ruolo così delicato in una delle capitali europee. La ministra, per la verità, ha un curriculum di tutto rispetto e di lungo corso, che forse “Le Monde” non conosceva nel dettaglio. Deputata alle Cortes dal 2016, consigliere comunale nella sua città natale – Ferrol, dal 2003 al 2012 –, consigliere regionale in Galizia dal 2012 al 2016, coordinatrice di Izquierda unida, in questa regione, dal 2005 al 2017, ha sempre giocato un ruolo rilevante nei partiti della sinistra radicale spagnola. Iscritta fin da giovanissima al Partito comunista, i suoi genitori erano noti come coerenti sindacalisti delle Comisiones obreras che hanno militato contro la dittatura di Franco negli anni Sessanta e Settanta.

E Díaz non è solo ministro e dirigente politico di prim’ordine. È anche stimata per la propria formazione culturale: laureata in giurisprudenza a pieni voti, tre master negli anni post-laurea (si è occupata di analisi dei sistemi politici e della politica di genere), ha iniziato la carriera in uno studio legale per poi aprire un proprio ufficio che si è sempre occupato di diritto del lavoro, conquistandosi un ampio prestigio.

L’esperienza di governo di Madrid – per fare una riflessione più generale – dimostra che è possibile l’unità tra le “due sinistre” (quella storica moderata e quella radicale), e che questa è l’unica via da seguire se si vuole dare concretezza a una politica progressista. In Spagna l’unità – a differenza di altri paesi, come la Germania, dove dopo le recenti elezioni è possibile l’incontro tra componenti socialdemocratiche e altre ecologiste – è avvenuta tra un vitale Partito socialista che, con la leadership di Sánchez, ha riacquistato curiosità e radicamento sociale come ai tempi dei governi Zapatero, e il partito nato sull’onda del movimento degli indignados del 2011. Questi ultimi – a differenza dei nostri 5 Stelle – hanno conservato una pluralità di riferimenti nella storia della sinistra e in quella dei comunisti. La sinistra del futuro potrebbe perciò nascere proprio da questa contaminazione politica. In Spagna, a fine 2020, è stata introdotta – a dimostrazione dell’efficacia della politica di governo – anche una tassa patrimoniale progressiva sui redditi più alti. Una misura del genere è ritenuta in Italia una chimera.

Per la cronaca, la definitiva ascesa politica di Yolanda Díaz è avvenuta nel marzo 2021, quando Pablo Iglesias (fino a quel momento numero due del governo e leader di Podemos) decise di partecipare come capolista del suo partito alle elezioni della Comunità di Madrid, fallendo l’obiettivo di contribuire a un successo della sinistra. Díaz non ha avuto ostacoli particolari nella successione a Iglesias, anche perché, fin dal 2007, era stata tra i dirigenti che in Galizia avevano proposto convintamente l’unità d’azione con i socialisti vincendo le resistenze che albergavano in molti settori di Podemos. I fatti le hanno dato ragione.

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