Leggere la politica internazionale con le categorie morali dei fumetti dei supereroi è una forma di moderno analfabetismo. Lungi da noi, quindi, la tentazione di mettere nella lista dei “cattivi”, oggi detti anche “putiniani”, la neoeletta presidente della commissione Esteri del Senato, Stefania Craxi: la ragione, secondo alcuni maliziosi quotidiani nazionali, starebbe nel fatto che, in questa puntuale e mai smentita cronaca del 2016, dopo l’annessione della Crimea, sottolineava il merito storico di Vladimir Putin: “aver ridato orgoglio e identità alla Russia” ed essere “riuscito a riplasmare un’identità nazionale forte, in cui tutti possono ritrovarsi”. Certo, l’effetto comico c’è, visto che Craxi succede all’ex 5 Stelle Vito Petrocelli, defenestrato dalla carica appunto col marchio d’infamia di “putiniano” (che almeno in un’occasione si è procurato lui stesso, aggiungendo una “Z” maiuscola – che richiama il simbolo dell’invasione russa in Ucraina – a un tweet sulla festa della Liberazione). 

Per far fuori Petrocelli, è stata imposta politicamente un’acrobatica interpretazione del diritto parlamentare che ha portato allo scioglimento e alla ricostituzione dell’intera commissione. L’operazione, in un primo momento, era stata stoppata dagli “uffici”, cioè dagli ultraqualificati giuristi del Senato, esperti di leggi, regolamenti e precedenti. Alla fine, comunque, ha prevalso la volontà politica, la forzatura è stata compiuta, e, comicità involontaria a parte, Craxi è stata eletta – a scrutinio segreto – coi voti di un centrodestra allargato a qualche ex 5 Stelle, e forse a un senatore di Italia viva.

Il Movimento 5 Stelle, che rivendicava per sé la presidenza di commissione che già occupava, ha preso l’ennesimo schiaffo della sua tormentata navigazione, in balìa delle onde e dell’eterogenea alleanza che sostiene il governo Draghi. Giuseppe Conte ha denunciato la nascita di una “nuova maggioranza”, allargata a Fratelli d’Italia e Italia viva, e ha richiamato il presidente del Consiglio al suo dovere di tenere unita la maggioranza parlamentare. Ma le armi a disposizione del leader del Movimento sono spuntate (ne avevamo parlato qui), e nei palazzi romani è diffuso lo scetticismo sulla possibilità che l’incidente porti a serie conseguenze sugli equilibri politici.

“La politica estera di un grande Paese come l’Italia, per ragioni valoriali e culturali, ancor prima che storiche e geopolitiche, non può non avere chiari connotati atlantici, un atlantismo della ragione che non ammette deroghe ma non accetta subalternità”: la prima dichiarazione della neopresidente di commissione ricorda un po’ il veltroniano “ma anche”, a suo tempo efficacemente ridicolizzato nelle parodie dei comici.

Figura politica tutto sommato di secondo piano, con un’esperienza come sottosegretaria agli Esteri in uno dei governi di Silvio Berlusconi, Craxi è nota soprattutto per la sua difesa senza compromessi – e senza l’ombra di una revisione critica – della figura del padre Bettino, oltre che per trent’anni di manifesta ostilità nei confronti delle toghe responsabili della “falsa rivoluzione” di Tangentopoli. “Quella magistratura – diceva Stefania Craxi a ‘Libero’ otto anni fa – che da ordine giudiziario è diventata un potere dello Stato, al di sopra di tutti gli altri perché è in grado di sindacare tutti gli altri”. Al “Corriere della sera” oggi rivendica una sorta di eredità morale: “Le ragioni che stiamo difendendo come Occidente nel conflitto ucraino – sostiene, ricordando il mitico episodio dei carabinieri schierati a Sigonella per impedire il sequestro sul suolo italiano di un dirigente palestinese ad opera di militari statunitensi – sono le stesse ragioni che mossero mio padre nel chiedere rispetto all’alleato americano: impedire che lo scenario internazionale sia governato dalle leggi della prepotenza e non da quelle del diritto”.

Craxi padre, però, non può essere ricordato solo per Sigonella, né per i suoi legami storici con l’opposizione socialista ai regimi militari e similfascisti in Europa e in America latina. È vero che la sua figura, della quale la figlia Stefania è gelosa custode, non può essere ridotta alle vicende della corruzione e del malaffare partitico, di cui a torto o a ragione è rimasto nella memoria collettiva come un simbolo – e non è un caso che in Italia nessun partito socialista abbia più avuto cittadinanza reale sulla scheda elettorale, se non al traino di altri. Ma non si può dimenticare l’essenza politica della sua traiettoria: complice (con i provvedimenti a favore delle tv Fininvest) e anticipatore del berlusconismo, Craxi fu protagonista di una decisa correzione a destra dell’identità socialista, dell’attacco alla scala mobile, della prima stagione della disintermediazione e della semplificazione comunicativa. Il vignettista Giorgio Forattini lo ritraeva in tenuta mussoliniana, forse da quella volta che se la prese, riecheggiando appunto il linguaggio del Ventennio, con un “intellettuale dei miei stivali” (Matteo Renzi contro i “professoroni” è arrivato decenni dopo). Ombre perfino troppo grandi per la senatrice Craxi, detentrice oggi solo di un brand scolorito, che per gli italiani delle generazioni successive ha sempre meno significato.