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Opposizione insieme “ideologica” e “nel merito”

Un’opposizione che si rispetti, in parlamento e fuori, dovrebbe essere “ideologica”, come si dice con un termine piuttosto approssimativo, e al tempo stesso “nel merito”. Per esempio, Giorgia Meloni, che ha studiato le lingue, si è autodefinita una underdog – una “sottocane”, si potrebbe tradurre alla lettera, un po’ per ridere, pensando alla sua discendenza da “cani” di ben altra rabbiosa violenza. Più precisamente, una “svantaggiata” o addirittura una “diseredata”: una persona che non ha santi in paradiso, come si direbbe a Napoli, che cioè si è fatta da sé e viene dal basso. Bene, un discorso che apparirà ideologico consiste nel sottolineare come un regime reazionario di massa derivi proprio dalla combinazione dei due aspetti: dal sovversivismo delle classi dirigenti, come lo chiamava Gramsci, pronte a correre qualsiasi avventura pur di difendere i propri interessi (nel caso italiano odierno si tratta soprattutto del blocco borghese del Nord, che vota indifferentemente per la Lega o Fratelli d’Italia), e dal rampantismo di qualcuno proveniente dai ceti popolari. Una ragazza della Garbatella cresciuta senza padre, in questo senso, è perfetta. Su di lei possono proiettarsi e convogliarsi tutte le frustrazioni – anche una femminile volontà di rivalsa priva di femminismo – che la nostra società produce e riproduce senza posa. Tuttavia, questo è il punto, secondo l’interesse prevalente degli altri, ossia di quelle classi dirigenti che intendono lasciare invariato lo status quo. Sembra una rivolta – ed è una conferma degli equilibri esistenti.

L’amalgama scomposto dei più poveri con i più ricchi, o tra chi ha potere e chi non ne ha, è infatti il segreto dei populismi contemporanei. Di essi Meloni, in Italia, non è che il più recente avatar – avendo il nostro Paese conosciuto, con il partito azienda di Berlusconi, ormai quasi trent’anni fa, l’irruzione nella scena politica di un populismo mediatico e privatistico: qualcosa che, con l’apporto della Lega (Umberto Bossi, come Meloni, era anche lui un “figlio del popolo”), confermava gli interessi di quelli che, come si sa, tendono a pagare meno tasse possibile, mettendo i propri dipendenti in una condizione di “servitù volontaria” grazie all’attivismo del loro “fare impresa”.

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Sui salari la Confindustria all’attacco

Non sono stati frequenti gli scontri fra il governo presieduto da Mario Draghi e la pur abitualmente rumorosa leadership di Confindustria. Ma nelle ultime settimane il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, è stato investito dalle accuse violente della più potente associazione imprenditoriale, che si è spinta addirittura a parlare di “ricatto” del ministro e, attraverso il suo quotidiano, di “scambio improvvisato tra incentivi alle imprese e aumenti salariali non meglio precisati”. Per precisarli, servirebbe l’apertura al confronto; ma gli industriali, abituati come sono da troppi anni a incassare favori, sconti fiscali e sussidi senza dover mai discutere contropartite, hanno reagito male all’idea di doversi misurare con una “questione salariale”. C’è mancato poco che il “Sole 24 Ore” desse del delinquente al ministro (un ricatto non è una azione particolarmente commendevole, per un rappresentante istituzionale).

Si presta a qualche stupore anche la reazione del ministro, che si è detto “sorpreso”, quasi si fosse distratto per qualche anno di fronte alla crescente radicalità delle posizioni – e dei toni – degli imprenditori. Di sicuro, non ci siamo sorpresi noi, che ricordiamo bene l’impegno profuso negli anni scorsi dalla Confindustria – e da quella parte piuttosto larga del mondo dell’informazione che risulta maggiormente sensibile alle sue posizioni – in direzione di un cambio di governo e della sostituzione di alcuni ministri, quello del Lavoro compreso. È difficile, tuttavia, dare torto a Orlando quando dice, con logica ineccepibile, che non ha capito “cosa si vuol mettere in questo patto, se significa chiedere qualcosa non è un patto”.

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