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Home » Articoli » Lo spauracchio del salario minimo

Lo spauracchio del salario minimo

L’Unione europea si appresta a varare una direttiva in materia, mentre in Italia vecchi neoliberisti si oppongono alla misura, insistendo sul mantra del “taglio del cuneo fiscale”. E il Pd? Ipotizza di rinviare la misura alla prossima legislatura

7 Giugno 2022 Paolo Barbieri  1452

Cuneo fiscale contro salario minimo, produttività contro aumenti salariali indicizzati rispetto all’inflazione reale: è questa la battaglia dell’estate in arrivo, almeno a giudicare dal dibattito politico in corso. Di fronte all’arroventarsi dell’inflazione (se ne parla, per esempio qui), da molto prima dell’invasione russa in Ucraina, che rischia di aprire una crisi sociale pesante, anche per quelle fasce di popolazione lavorativa che non rischiano, per ora, il posto di lavoro, si moltiplicano le voci favorevoli a fissare una soglia minima per il salario legale e si affilano le lame della contesa sui rinnovi contrattuali.

Gentiloni spinge, Sbarra frena

Il fatto che, a difesa del salario minimo, si sia schierato addirittura Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, testimonia di una certa consapevolezza della gravità della situazione sociale a livello continentale anche in ambienti moderati, in genere fedeli all’ortodossia austeritaria europea. L’Unione europea, del resto, si appresta a varare una direttiva in materia (qui un riassunto sul tema, pubblicato più di un anno fa) e l’Italia resta uno dei pochi Paesi a esserne priva. Si dovrà adeguare, ma la versione definitiva della direttiva non dovrebbe obbligare l’Italia a fissare una soglia specifica per legge. La Cisl conferma l’ostilità allo strumento, che al massimo va ancorato, secondo quanto ha spiegato il segretario generale Luigi Sbarra, ai “contratti maggiormente applicati nei settori di riferimento”. Cioè, par di capire, potrebbe indebolire i contratti pirata, lasciando tuttavia ai confederali e alle associazioni datoriali la libertà di siglare accordi ben lontani dal garantire, secondo il dettato dell’articolo 36 della Costituzione, una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Per dirla con le parole del vicepresidente di Confindustria Maurizio Stirpe, “il salario minimo è una cosa, il salario giusto è altra”. Gli industriali propongono che il salario minimo “venga fissato come percentuale compresa tra il 40 e il 60% del salario mediano”. In alcuni settori, dove sono vigenti contratti anche molto al di sotto dei 10 euro l’ora (lordi!), questo vorrebbe dire consentire, per legge, quello che in un volume relativamente recente di due giovani studiosi italiani viene stigmatizzato come “salario da fame”, rovesciando e annullando di fatto le finalità dell’intervento di Bruxelles.

L’esempio tedesco

In Europa qualcosa si muove, intanto. Dopo la Spagna, anche la Germania ha approvato un aumento del salario minimo legale da 9,82 a 10,45 euro dal primo luglio e a 12 euro entro ottobre (manca il sì del Bundesrat previsto per il 10 giugno). La manovra migliorerà la condizione di oltre sei milioni di lavoratori, per un aumento complessivo del potere d’acquisto di quasi 5 miliardi di euro: un sostegno alla domanda interna del quale c’è particolare urgenza di fronte alle incognite della crisi alimentata dalla guerra e dalle conseguenze delle sanzioni varate contro la Russia. E l’Italia? Resta schiacciata dai dogmi degli ultrà del liberismo degli anni Novanta e Duemila, ultimi giapponesi nella giungla, come i ministri Renato Brunetta e Giancarlo Giorgetti (esponenti dell’ala “draghiana” di Forza Italia e Lega, quella che piace molto anche negli ambienti del fu centrosinistra). Per l’esponente azzurro, il salario minimo per legge “va contro la nostra storia culturale di relazioni industriali”. Un po’ come sfregiare un quadro di Caravaggio. In ogni caso, la retribuzione “deve corrispondere alla produttività”. Per il suo collega leghista il salario minimo si può anche fare, a condizione che sia lo Stato a finanziare l’operazione attraverso “il taglio del cuneo contributivo e fiscale”.

Cuneo fiscale, Bonomi bussa a denari

Il taglio del cuneo fiscale, un po’ come la lotta eternamente promessa all’evasione fiscale, è per i politici di casa nostra l’equivalente della “pace nel mondo” invocata, in anni passati, dalle candidate del più famoso concorso di bellezza nazionale. Un dovere, un rito, un mantra, un’ossessione, una ricetta magica e miracolosa che avrebbe il potere di mettere d’accordo tutti: i lavoratori che ne ricaverebbero stipendi più corposi e le imprese che vedrebbero scemare il costo del lavoro senza toccare formalmente contratti e livelli occupazionali. Soprattutto le imprese, però: il presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, è tornato a bussare a denari domenica, al Festival dell’Economia di Trento: su 38 miliardi del Documento di economia e finanza, gli industriali si accontenterebbero della metà per “abbassare il cuneo fiscale italiano, che è molto oltre la media Ue”.

La media non dice tutto, però. Secondo i dati aggiornati pubblicati dall’Ocse la percentuale di carico fiscale e contributivo sul salario lordo si colloca, nel 2021, al 46,52 in Italia, ma al 52,62 in Belgio, 48,09 in Germania, 47,82 in Austria, 47,01 in Francia. È il caso di ricordare che abbassare i carichi contributivi, o il prelievo fiscale sul lavoro, significa, soprattutto in uno Stato fragile come l’Italia, dove il numero uno dell’Agenzia delle Entrate denuncia oltre 100 miliardi di evasione fiscale, creare le condizioni per futuri tagli: alle pensioni o ai servizi pubblici, il che in soldoni significa togliere indirettamente risorse al lavoro salariato.

Maurizio Landini ci ha provato a spostare l’attenzione sulla necessità di reintrodurre un criterio redistributivo. Il segretario della Cgil ha chiesto una “maggiore tassazione sugli extra-profitti e sulle rendite finanziarie”, e ha ricordato che per gli aumenti contrattuali non si può prendere come riferimento l’indicatore dell’inflazione depurato dall’energia, che in questo momento è la voce più pesante del boom dell’inflazione: “L’aumento sia almeno collegato all’inflazione effettiva”. Qui entra in gioco il fortissimo conservatorismo del dibattito politico nazionale. Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, in un momento drammatico per milioni di famiglie che devono fronteggiare gli aumenti di questi mesi, ha trovato addirittura il modo di esternare la sua preoccupazione per una possibile “rincorsa fra prezzi e salari” in conseguenza di un possibile aggancio del futuro salario minimo all’inflazione, nonostante l’Italia sia il fanalino di coda in Europa per l’andamento delle retribuzioni negli ultimi trent’anni.

Letta guarda lontano, forse troppo

Al Senato prosegue a rilento l’iter delle proposte in campo per il salario minimo (il testo base è quello dell’ex ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, che ipotizza una soglia di 9 euro l’ora). Il ministro in carica, Andrea Orlando, continua a essere nel mirino delle polemiche confindustriali, e si è lamentato della passione del presidente Bonomi per le “battute a effetto”, ma fatica a concretizzare un confronto su questi temi. La temperatura reale della discussione l’ha misurata, forse involontariamente, il segretario del Pd Enrico Letta, quando ha spiegato di essere pronto a un’intesa “entro la legislatura”, cosa che a suo giudizio “sarebbe l’ideale, altrimenti lo presenteremo dentro il progetto per le prossime elezioni”. Addirittura. Faith will be rewarded: “la fede sarà ricompensata”, dice una vecchia canzone di Bruce Springsteen. Ma per proiettare con tanto ottimismo lo sguardo alla prossima legislatura, di fede ce ne vuole davvero tanta.

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TagsCarlo Bonomi cgil cisl Confindustria cuneo fiscale Ignazio Visco Luigi Sbarra maurizio landini Paolo Barbieri Paolo Gentiloni salario minimo Unione europea

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