Sarà stato il “no” della madre, preoccupata per le sorti del figlio, a non fargli proseguire la tradizione militare di famiglia. Non lo sappiamo. Di sicuro, le gesta di Marco Minniti gli hanno fatto fare “da grande” quello che non è riuscito a fare “da piccolo”. Già dirigente del Pci, di cui ha seguito tutte le metamorfosi, lo ritroviamo sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, sia nel primo governo D’Alema sia nel secondo (1998-2000). Successivamente, è sottosegretario alla Difesa nel governo Amato II (2000-2001), con la stessa carica agli Interni nel Prodi II (2006-2008), ed è poi al Viminale come ministro dal 2016 al 2018. Rieletto nel 2018, si dimette il 27 febbraio 2021 per guidare “Med-Or”, una fondazione culturale nata per volontà del consiglio di amministrazione della Leonardo, azienda statale che lavora nel campo della difesa, degli armamenti e delle nuove tecnologie a essi inerenti. La nuova fondazione ha il fine di sviluppare relazioni di vario genere tra l’Italia e altri Paesi del Mediterraneo, in particolare africani; e farà comunque capo, almeno per il 30%, al ministero dell’Economia che gestisce le azioni dell’ex Finmeccanica; per il resto, appunto, alla Leonardo.

Storico seguace di Massimo D’Alema – anche lui appassionato di armi sia pure in modo diverso (vedi il nostro articolo del 26 aprile 2022) –, Minniti è uomo che si impone, che non si accontenta di essere un semplice parlamentare e cerca ruoli di rilievo soprattutto negli ambienti che abbiamo citato. Ma, com’è facile immaginare, gestire il fenomeno dell’immigrazione – così come il campo della produzione e distribuzione delle armi – è cosa delicata: ancor più per chi, almeno in teoria, si collocherebbe tra le forze progressiste. Delicatezza che il nostro sembra avere dimenticato, tanto da essersi ritrovato nel bel mezzo di uno scontro con un nemico non proprio “terra terra” (ma, per dirla con Beppe Grillo, “elevato” per definizione): papa Francesco che – su temi quali l’immigrazione e la guerra – non la pensa esattamente come l’ex comunista.

Così, a distanza di oltre tre mesi, si viene a sapere il perché della mancata partecipazione del pontefice agli eventi fiorentini organizzati, tra il 23 e il 27 febbraio 2022, alla presenza del capo dello Stato e del presidente del Consiglio. Il primo, voluto dalla Conferenza episcopale italiana, si chiamava “Mediterraneo frontiera di pace” sponsorizzato anche dal comune; il secondo “Florence mediterranean mayors forum”, organizzato dal Comune, con la partecipazione di sindaci, ministri, esponenti di organizzazioni internazionali. Sostanzialmente due eventi sullo stesso argomento.

Il papa non può spostarsi per i noti problemi al ginocchio, ma neppure prende in considerazione la possibilità di collegarsi da remoto. Perché questa decisione? Come aveva già ventilato il quotidiano “il manifesto”, lo scorso primo marzo, era stata la presenza di Marco Minniti a convincerlo che non era il caso di intervenire in una circostanza in cui era presente un uomo legato mani e piedi all’industria delle armi, e che aveva gestito il problema dell’immigrazione mettendo da parte i diritti di chi viene da luoghi di guerra e povertà. Soprattutto perché, con le decisioni prese dal Viminale, e mai modificate dai governi successivi, diventava più difficile per un migrante restare in Italia: veniva infatti abolito il secondo grado di giudizio per chi, richiedente asilo, vedeva respinta la domanda al primo grado. L’espulsione diventava così più facile. Con il conseguente raddoppio del numero degli immigrati espulsi dal nostro territorio.

Con le autorità libiche, Minniti firmò un accordo (allora era presidente Fayez al-Serraj) per contenere l’arrivo di persone provenienti in prevalenza dall’Africa sub-sahariana, relegate, in attesa di una qualche decisione, in veri e propri universi concentrazionari, in territorio libico. Lo stop al flusso migratorio era affidato, inoltre, all’intervento della guardia costiera libica con un aiuto economico, e introducendo un codice di condotta per quelle Ong che tante vite hanno salvato tra coloro che sfidavano e sfidano il mare al fine di raggiungere le coste europee. In altre parole, una limitazione e un intralcio alle attività di salvataggio. Una politica stigmatizzata da ciò che resta della sinistra, da associazioni di vario genere, e da un autorevole quotidiano americano come il “New York Times”, oltre che dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ragioni sufficienti per far dire al ben informato Bergoglio: “Se c’è Minniti, allora non vado io”, come si evince dalle indiscrezioni di un’importante fonte vaticana, “Silere non possum”, ben introdotta negli ambienti ecclesiali.

Che cosa si evince da questo quadro che coinvolge, in realtà, tutto il Partito democratico, rappresentato in questo caso da una figura di spicco come Marco Minniti? Da un lato, la distanza siderale da una fetta importante del cosiddetto popolo di sinistra. Il Nazareno da tempo non rappresenta più il mondo del lavoro; ma – e la guerra in corso lo ha dimostrato – neanche le istanze pacifiste o, comunque, quelle non disposte a fare della Nato un interlocutore “senza se e senza ma”. Dall’altro lato, se ce n’era bisogno, che il partito guidato da Enrico Letta è un vero e proprio centro di potere, aggrappato al governo a prescindere, come dimostra il fatto che da Monti in poi – a eccezione del Conte uno – ha sempre governato e, di conseguenza, piazzato i suoi uomini in caselle importanti. Una filosofia ben distante da quell’elettorato di sinistra che si attenderebbe ben altro. 

Come scrive Michele Mezza, in un articolo pubblicato da “terzogiornale” l’8 marzo 2021: “Il partito non ha alcun corpo a cui rendere conto”, e oggi, a tenerlo in vita, è solo lo spauracchio dell’arrivo di una destra postfascista a Palazzo Chigi. Senza contare che Minniti, proprio con quella destra, ha dimostrato di andare piuttosto d’accordo. Ma – Minniti o non Minniti – di rendita non si può vivere e, presto o tardi, qualcos’altro dovrà sostituire quel partito.