Sepolti da un anno a questa parte da un eccesso di retorica bellica ed emergenziale causata dallo choc pandemico globale, facciamo un po’ di fatica a recuperare le coordinate di un discorso pubblico sensato sullo stato reale della nostra società. Per questo, può sembrare azzardato parlare oggi di salario minimo legale; in Italia l’argomento del salario minimo è da prendere con le pinze, essendo considerato per tradizione riservato in esclusiva alla contrattazione collettiva e all’intervento della giurisprudenza. Ma l’innalzamento del salario minimo legale a quindici dollari l’ora è stato, sotto la pressione della sinistra socialdemocratica di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale dei democratici negli Stati Uniti, anche se per ora sono bastate le prime blande resistenze incontrate al Senato per convincere Joe Biden a rinviare il tema a giorni migliori. E perfino il pigro dinosauro dell’Unione europea ha messo in cantiere un progetto di Direttiva per spingere gli Stati membri a introdurre o rafforzare norme e controlli efficaci sul salario minimo.

Il lavoro povero in Europa e in Italia

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. È l’articolo 36 della Costituzione. Nel suo discorso inaugurale di fronte all’europarlamento il 17 luglio del 2019, Ursula von der Leyen, appena eletta presidente della Commissione europea, ne fece uno dei suoi punti programmatici: “In un’economia sociale di mercato, ogni persona che lavora a tempo pieno dovrebbe guadagnare un salario minimo che garantisca una vita dignitosa”.

Ma in che misura questo obiettivo corrisponde alla realtà attuale, in Italia e nel sistema economico e giuridico europeo? Nel complesso dell’Unione europea già prima della crisi finanziaria globale del 2008-2009 l’8,5% degli occupati erano considerati lavoratori poveri (IWP, in-work poor) e in un rapporto diffuso dalla Commissione europea erano diventati il 9,4% nel 2017, con 20,5 milioni di lavoratori che facevano parte di nuclei familiari a rischio povertà. Ma il dato del 9,4 è solo una media che peraltro nasconde differenze profonde e drammatiche fra Stati: in quello stesso anno, il tasso di IWP andava dal 2,1% in Finlandia al 17,1 in Romania. “Benchmarking Working Europe 2020”, indagine annuale realizzata elaborando dati Eurostat dalla Ces, la confederazione dei sindacati europei, ci dice che dal 2010 al 2019 in Italia i lavoratori considerati poveri sono passati dal 9,5% al 12,2% della popolazione lavorativa, con un aumento del 28%. Tutto ciò prima del ciclone Covid-19: secondo Eurostat per ora la disoccupazione nell’eurozona (cioè nei Paesi della moneta unica) è passata nel corso del 2020 dal 7,4% all’8,3 ma solo grazie alle misure europee e nazionali di contenimento della crisi. E, come osserva la Ces, “durante una crisi economica, crescenti livelli di disoccupazione o di incertezza sulla stabilità del posto di lavoro possono rendere più difficile per i sindacati negoziare salari più alti. Altre questioni, come la salvaguardia dei livelli occupazionali, in genere si collocano in cima all’agenda negoziale”. Il rapporto ricorda anche come la gestione ultra-austeritaria della precedente crisi globale non solo ha avuto “tragiche conseguenze sociali” ma ha anche “minato il consenso politico per il progetto europeo nel suo complesso”.

Il futuro può essere assai cupo per l’Europa unita se non si sutura la ferita delle disuguaglianze: è per questo che perfino da ambienti come quelli che esprimono la numero uno della Commissione Ue, socialmente conservatori e politicamente sensibili agli interessi delle imprese, arriva una spinta all’equità sociale come è, almeno nelle intenzioni, la proposta di Direttiva sul salario minimo.

Cosa propone e come funzionerebbe la Direttiva sul salario minimo

In ventuno Paesi dell’Unione su ventisette esistono salari minimi legali (il loro ammontare varia, secondo quanto documenta un dossier elaborato dalla Camera dei deputati, da 312 euro mensili in Bulgaria a 2.142 euro mensili in Lussemburgo), mentre in sei Stati membri (Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia oltre all’Italia) la protezione del salario minimo è affidata esclusivamente ai contratti collettivi, che però non coprono l’intera popolazione dei lavoratori dipendenti. Molti lavoratori nell’Unione, sottolinea la Commissione nella relazione che accompagna la proposta, “non beneficiano al momento attuale della tutela garantita da salari minimi adeguati”. Inoltre “i salari minimi, pur essendo aumentati negli ultimi anni, rimangono troppo bassi rispetto ad altri salari o per garantire una vita dignitosa nella maggioranza degli Stati membri in cui sono previsti salari minimi legali nazionali. I salari minimi legali nazionali sono inferiori al 60% del salario lordo mediano e/o al 50% del salario lordo medio in quasi tutti gli Stati membri”. Bruxelles insomma richiama i partner alla necessità di intervenire, rafforzando la contrattazione e innalzando i minimi legali. Aspetto non secondario dal punto di vista dell’equità sociale, scrive ancora la Commissione, è che il salario minimo promuove “la parità di genere, poiché tra i lavoratori che percepiscono un salario pari o vicino al salario minimo le donne risultano più numerose degli uomini”.

La Commissione si muove nei limiti del Trattato sul funzionamento dell’Ue, quindi la Direttiva non impone agli Stati membri in cui non esiste l’obbligo di introdurre un salario minimo legale, né di rendere i contratti collettivi universalmente applicabili. In sintesi, la Commissione chiede ai Paesi che prediligono la contrattazione collettiva, di aumentare oltre il 70% la quantità di lavoratori coperti dai contratti. E in quelli che ricorrono al salario minimo legale, l’adozione di misure per garantirne l’adeguatezza, per rafforzare i controlli che rendano effettivo l’accesso alle tutele minime e per stroncare gli escamotage per svuotarne il valore: un esempio per tutti, le trattenute sull’alloggio a carico degli assistenti domestici. Infine, la proposta europea prevede norme che riguardano le aziende che lavorano negli appalti pubblici, il monitoraggio e le sanzioni per chi evade i minimi salariali, il diritto dei lavoratori ad avere accesso a sedi di risoluzione delle controversie. Fra gli obiettivi dichiarati, quello di includere nei benefici i cosiddetti atipici: domestici, lavoratori a chiamata, intermittenti, pagati con i voucher, falsi autonomi, “dipendenti” delle piattaforme digitali, tirocinanti e apprendisti.

Se la competizione non è solo a spese dei lavoratori

Nel recente studio del Gruppo dei Trenta, un think tank finanziario nel quale Mario Draghi ha svolto un ruolo di primo piano, viene lanciato l’allarme sul rischio che l’intervento pubblico per il contrasto alla pandemia venga indirizzato eccessivamente verso le cosiddette “aziende zombi”. Il punto di vista dei banchieri è focalizzato soprattutto sull’insolvenza di tali imprese. Ma dal punto di vista del decisore politico, la lezione del 2020 può allargare questo concetto a quella vasta area dell’impresa che sopravvive prevalentemente grazie alla continua svalorizzazione del lavoro umano, che possiede come unica arma di competitività la pressione sul salario (e sui diritti) dei lavoratori. Favorire un più corretto rapporto fra datori di lavoro e dipendenti, premiare chi rispetta i diritti e remunera adeguatamente il lavoro può produrre una ripresa dei mercati interni fiaccati dalla pandemia, ma anche incentivare le imprese a puntare sull’innovazione tecnologica e sulla produttività che quest’ultima può stimolare. L’adozione di misure per allargare l’accesso ai salari minimi anche attraverso la legge (ci sono diverse proposte ferme da tempo in parlamento, ci torneremo), può quindi rappresentare per l’Italia e per l’Europa l’occasione per mettere in sintonia i diritti dei lavoratori con l’asserita intenzione di rinnovare il volto dell’economia europea, alimentando una competitività della nostra economia fondata su presupposti più corretti (o forse: meno antisociali) rispetto agli anni selvaggi della globalizzazione. Transizione verde, transizione digitale, maggiore produttività e salari più dignitosi sono potenzialmente obiettivi convergenti per chi aspira a restituire smalto all’agenda dell’unificazione europea.