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Che cos’è mai l’identità della sinistra?

In questo breve scritto sulla crisi e la sconfitta della sinistra, in particolare del Pd, nelle ultime elezioni politiche, vorrei tentare di riflettere sulle...

Sul risultato elettorale

L’analisi strutturale del risultato elettorale, che Michele Mezza ha pubblicato su “terzogiornale” (vedi qui), è ineccepibile e non richiede alcuna aggiunta. Lascerei tuttavia qualche...

Bergoglio: costruire il futuro con i migranti e i rifugiati

Le elezioni si sono svolte in una domenica molto importante per la Chiesa cattolica. Interessante che nessun devoto lo abbia notato. Eppure se Dio,...

Sinistra, tutti male tranne Bonelli e Fratoianni

Nulla di nuovo sotto il sole. Bastano queste poche parole per riassumere che cosa è successo alle forze politiche a sinistra del Pd, nella...

Il problema è il Pd

Non si chiedeva molto al Partito democratico e al suo gruppo dirigente postdemocristiano. Non di rinverdire i fasti progettuali dei convegni di San Pellegrino degli anni Sessanta; non certo di avere un quadro chiaro intorno alla dinamica delle classi sociali in Italia; e neppure di avviare un’analisi sul perché – da quando c’è – il Pd perde regolarmente le elezioni o non le vince come dovrebbe (è il caso della segreteria Bersani e della sua coalizione, spostata appena leggermente a sinistra, nel 2013). Si desiderava soltanto che, sulla base di una qualche capacità manovriera (appresa da uno come Letta, magari, fin dagli anni giovanili nell’Azione cattolica), ponessero il Paese al riparo dall’onda nera che faceva seguito (e i segnali c’erano tutti, provenienti dai sondaggi così come dall’agitazione reazionaria e bottegaia nel momento più buio della pandemia) all’onda gialla del 2018, che aveva visto un agglomerato qualunquistico, come i 5 Stelle, arrivare a sfiorare il 33% dei voti. Capacità manovriera significherebbe, poi, abilità politico-tattica nel proporre una coalizione di governo dotata di un programma credibile.

Nulla di tutto questo. Il Pd di Letta e Franceschini si è sdraiato sul governo Draghi, nato da un’operazione di palazzo propiziata dal loro stesso ex segretario Renzi, dimenticando che prima c’era stato un governo Conte 2 che non si sarebbe voluto far cadere, e intorno a cui si era andato costruendo un rapporto privilegiato con un Movimento 5 Stelle in via di trasformazione in qualcosa di diverso dallo scomposto agglomerato qualunquistico iniziale. Non un partito di sinistra, certo no – ma una formazione politica che, sia pure perdendo pezzi, confermava il suo radicamento nel Paese, soprattutto in quelle trascurate regioni del Mezzogiorno, delle quali i cacicchi del Pd (vedi De Luca in Campania), con il loro collaudato sistema di potere, stentavano ormai a reggere lo storico malessere.

5 Stelle, la rinascita del Movimento che non c’è

“Il Pd è ovunque”: così Wolfgang Munchau – influente analista politico conservatore, che scrive per il sito “Eurointelligence” – ha sintetizzato l’influenza che il...

Una sinistra difficile a farsi

Da Stoccolma a Roma, una cortina reazionaria sta calando sull’Europa. Si potrebbe parafrasare il celeberrimo ammonimento di Churchill sulla cortina di ferro per dare un contesto più organico e completo alla vittoria della destra in Italia. Quanto è accaduto domenica, infatti, non è l’effetto di insipienze e pasticci di dirigenti incapaci o inadeguati; tanto meno l’effetto di prodigiose campagne elettorali. Certo, è anche questo – ma, come sempre in politica, la soggettività segue l’oggettività, e la fragilità dei vertici è la proiezione di ambiguità ed eclettismi della base sociale. Se continuiamo ad avere questo atteggiamento tipicamente conservatore, per cui la politica la fanno i leader, questo è già un modo per ratificare la vittoria dei postfascisti. Dobbiamo essere di sinistra proprio nella fase dell’analisi e della lettura delle dinamiche sociali; altrimenti, come diceva Albert Einstein, “se continuiamo a fare le stesse cose, accadrà quello che è sempre accaduto”.

In un magnifico film di Luigi Magni, In nome del Papa re, un grande Manfredi che interpreta un abate di curia, parlando con un cardinale alla viglia di Porta Pia, gli dice: “Eminenza, qui non è che finisce tutto perché arrivano i piemontesi, qui arrivano i piemontesi perché è finito tutto”. Cerchiamo allora di capire cosa e dove sia finito tutto prima dell’arrivo dei barbari.

Impressioni elettorali a caldo

Previsioni della vigilia rispettate. Il cartello delle destre vince le elezioni trainato dal partito di Giorgia Meloni che arriva intorno al 25%. Si apre una fase apparentemente scontata – quella del conferimento dell'incarico da parte di Mattarella alla leader di Fratelli d'Italia –, ma il governo di destra-centro che nascerà avrà al suo interno la grossa incognita della sorte di Salvini, che crolla all'8-9%: la Lega lo farà fuori? Berlusconi salva la pellaccia ottenendo un risultato molto vicino a quello leghista. Si conferma un'analisi che vuole Meloni come l'erede del berlusconismo, oltre che del fascismo, e che vede la sua formazione come espressione emergente, ormai, del blocco borghese del Nord, pronto a orientarsi opportunisticamente verso una destra vandeana, guidata da una romana di estrazione popolare.

Per quanto riguarda la "non destra", il Pd, come previsto, non supera il 20%: e si porrà di fatto la questione della segreteria Letta, che ha condotto una inesistente campagna elettorale, oltre ad avere sbagliato il modo di presentarsi alle elezioni. Un fallimento su tutta la linea. Che ha fatto, in gran parte, le fortune di Conte e dei suoi che rimontano, come previsto, fino al 17% circa. Al palo – ma sopra lo sbarramento – resta la lista unitaria tra i verdi e la sinistra di Fratoianni.

Tik Tok e il voto del 25 settembre

Uscendo dalla stazione di Napoli, ci siamo imbattuti in una vetrina della Feltrinelli in cui ogni libro era legato a un evento su Tik Tok. Libri di spessore che vengono raccontati, presentati, venduti, con il linguaggio sincopato del social più amato dagli adolescenti. Cosa può simboleggiare, più concisamente di questa vetrina, il cambio antropologico, prima ancora che politico, che sta trasformando il nostro Paese sulla scia di quanto già accaduto nei principali Stati occidentali? E cosa può annunciare più spettacolarmente come i percorsi del voto e dei consensi siano sempre più occasionali, emotivi, momentanei? Si vota come si legge: su Tik Tok. Non è una consolazione né una giustificazione preventiva, è la conferma che l’uomo è ciò che mangia: dunque, quanto accade è sempre conseguenza dei processi di trasformazione sociale.

Come diceva Alessandro Magno, per spingere avanti i suoi generali che avrebbero preferito tornare a casa, “non esiste più la Macedonia che abbiamo lasciato e potremo essere ancora re solo se andiamo oltre l’Hindu Kush”. Per cui, una testata come “terzogiornale”, che si propone appunto come luogo di una inconsueta e forse anche eccentrica meditazione – lenta e analitica dei processi più profondi, anziché delle evidenze più abbaglianti –, non darà indicazione di voto specifico ma chiamerà i suoi lettori a votare, comunque, per dare alla sinistra la possibilità di cominciare a pensare con più forza e determinazione dopo il voto: whatever it takes, costi quel che costi, come amava dire il presidente del Consiglio uscente.

Un voto né utile né dilettevole?

È stata la settimana del voto utile. L’arma totale, che il segretario del Pd aveva in serbo per la sua campagna elettorale, è infine stata attivata. Se la destra prende il 70 % dei consensi – ammonisce Letta – potrà cambiare a sua immagine la Costituzione. Dobbiamo fare muro, solo un voto al Pd nei collegi uninominali ridurrebbe l’affermazione della Meloni.

Non sembra che la mossa abbia prodotto un risultato. I commenti degli opinionisti, sia dei quotidiani sia dei talk show, sono stati generalmente molto scettici, se non proprio critici. Il “Corriere”, pur esibendo una sua diffidenza per l’annunciata affermazione del centrodestra, ha stigmatizzato la strategia dei democratici. Folli e Polito hanno insistito sulla contraddittorietà del ritornello di Letta, dopo le ultime capriole con Conte, Calenda e infine Fratoianni. “Repubblica” tiene il gioco per ragion di Stato, ma cerca di spostare il baricentro della polemica sui contenuti economici, usando Cottarelli come fustigatore della flat tax. I sondaggi registrano puntualmente questa dinamica, dando il Pd in logoramento, addirittura sotto la fatidica soglia del 20%, mentre Conte e Calenda sembrano relativamente in ripresa, pur rimanendo comunque sotto i rispettivi tetti annunciati.