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Tik Tok e il voto del 25 settembre

23 Settembre 2022 Michele Mezza  1913

Uscendo dalla stazione di Napoli, ci siamo imbattuti in una vetrina della Feltrinelli in cui ogni libro era legato a un evento su Tik Tok. Libri di spessore che vengono raccontati, presentati, venduti, con il linguaggio sincopato del social più amato dagli adolescenti. Cosa può simboleggiare, più concisamente di questa vetrina, il cambio antropologico, prima ancora che politico, che sta trasformando il nostro Paese sulla scia di quanto già accaduto nei principali Stati occidentali? E cosa può annunciare più spettacolarmente come i percorsi del voto e dei consensi siano sempre più occasionali, emotivi, momentanei? Si vota come si legge: su Tik Tok. Non è una consolazione né una giustificazione preventiva, è la conferma che l’uomo è ciò che mangia: dunque, quanto accade è sempre conseguenza dei processi di trasformazione sociale.

Come diceva Alessandro Magno, per spingere avanti i suoi generali che avrebbero preferito tornare a casa, “non esiste più la Macedonia che abbiamo lasciato e potremo essere ancora re solo se andiamo oltre l’Hindu Kush”. Per cui, una testata come “terzogiornale”, che si propone appunto come luogo di una inconsueta e forse anche eccentrica meditazione – lenta e analitica dei processi più profondi, anziché delle evidenze più abbaglianti –, non darà indicazione di voto specifico ma chiamerà i suoi lettori a votare, comunque, per dare alla sinistra la possibilità di cominciare a pensare con più forza e determinazione dopo il voto: whatever it takes, costi quel che costi, come amava dire il presidente del Consiglio uscente.

I numeri sono in qualche modo già noti. Solo l’ipocrisia di chi pensa che l’Italia sia ancora un Paese televisivo – o, meglio ancora, da mass media – può pensare di trincerarsi dietro alla par condicio o al divieto di diffondere sondaggi. Se i libri si vendono su Tik Tok, pensate a come e dove si incontrino elettori ed eletti.

Esistono elaborazioni, applicazioni, ponderazioni, che ci dicono come i giochi appaiano fatti. Il centrodestra si avvicina ai due terzi dei seggi, ma non li raggiungerà, trainato comunque dal partito della Meloni, che sfiorerà il 25%, mentre la Lega si avviterà sulla soglia mortale – per Salvini – del 10%.

Il Pd, invece, ballerà attorno a uno scolorito 20%, tallonato da un exploit dei grillini che supereranno, abbondantemente, un già imprevedibile 15%, grazie a plebisciti nelle aree del Sud, dove più alti sono i depositi bancari e più forte la distribuzione del reddito di cittadinanza, e dove le indagini a campione dell’Inps riscontravano i casi di abusivismo che sfioravano il 35% delle attribuzioni dell’indennità anti-povertà.

Infine, la strana coppia Calenda e Renzi rimarrà inchiodata a una manciata di seggi raccolti con uno striminzito 5-6%, a conferma che il centro è oggi il luogo della radicalizzazione e non di un impotente moderatismo.

Il resto è noia, direbbe Franco Califano. Qualcosa, in questo quadro spietato, potrebbe cambiare solo se a qualche generale russo scappasse il grilletto o a Taiwan arrivasse dal mare l’onda gialla di Xi. Ma, in mancanza di questi eventi, che nessuno può augurarsi, il risultato di domenica sembra fissato in questi numeri.

Rimane l’ultima variante: l’astensionismo. Inferiore al 40%, forse non di poco. A conferma che quando si scatena una micro-contrattualità nei voti di scambio – al Sud sul versante dell’assistenzialismo senza povertà, al Nord su quello di una sistematica evasione da assicurare a imprese che non credono affatto nel mercato –, la piaga dell’assenteismo elettorale viene guarita. Allora, se una maggioranza consistente andrà a votare, non resta che evitare di fare mancare proprio i voti di chi da sinistra proviene e a sinistra vuole stare. Non un voto vada sprecato, ci viene da dire, riprendendo un vecchio slogan che solo qualche nostalgico delle feste dell’“Unità” ricorderà.

Ma per fare cosa? L’emergenza fascismo non sembra toccare né la testa né i cuori di nessuno. Certo, dopo avere assistito alla denazificazione dell’Ucraina, dove la destra estrema prende il 2% dei voti, da parte di un figuro che sventola la bandiera dei Romanov, e trovarsi poi governati da una balilla del Signore degli Anelli, che pensava che Mussolini fosse stato un grande statista, e solo da ministro della Repubblica scoprì che il fascismo era il male supremo, senza comunque che la cosa le facesse cambiare i poster che aveva nella sua cameretta, potrebbe non essere inebriante. Così non sembra rassicurante per chi ha qualche spicciolo, o per chi attende lavoro da chi ha investito i propri soldi, trovarsi nel governo una schiera di personaggi che non farebbero entrare in una scuola dell’obbligo europea, e per i quali circolano foto segnaletiche in tutte le cancellerie occidentali, essendo noi un Paese che deve sempre tenere d’occhio la tolleranza con cui i mercati finanziari trattano il nostro debito pubblico.

I due rischi su cui ha puntato la campagna elettorale di Letta non sembrano avere funzionato. E non perché i fascisti si sono moltiplicati, oppure perché gli imprenditori siano presi dal fuoco dell’indipendenza nazionale, quanto perché Tik Tok insegna che senza un mood, senza un senso comune, senza un obiettivo che possa, per una frazione di tempo, farti sentire parte della storia non si esiste. E Letta non è esistito.

Conte, nonostante l’invisibilità del suo profilo da leader, e l’assoluta piattezza del suo eloquio da cancelliere, ha trovato il mood, ha cavalcato il suo senso comune: siete anche poveri, ma soprattutto siete niente socialmente, vi spetta quindi un risarcimento, che ne abbiate diritto o meno sono quisquilie, è la vendetta della storia contro le élite, che paghi chi conta.

Si congiunge così quell’alchimia che, già nel 2018, vide trionfare il condominio gialloverde, come spiegò Steve Bannon, il luciferino consigliere di Trump, che si precipitò a Roma, dopo le elezioni scorse per benedire, come disse, “il primo caso di convergenza di populismo di destra e di sinistra che esclude tutti gli altri”. La pancia della Lega non ha resistito e ha cercato di temperare la pancia di Salvini, che si dimenava al Papeete – e quell’esecutivo andò in frantumi, e con esso la magia di un capitano pigliatutto. Ora, Conte ritrova quel marchio – populismo di destra e di sinistra, la metafora di partito di lotta e di governo – e lo gestisce da solo. Non per governare, ma per costruire il primo sindacato corporativo su base territoriale: faremo le sentinelle del reddito di cittadinanza. Sarà guerra, se lo tolgono, fa capire l’avvocato del popolo, pensando di rinfocolare i fasti del segretario della Cgil Cofferati, con i suoi quattro milioni di lavoratori in piazza contro il governo Berlusconi.

La destra vince però in maniera troppo asimmetrica. La Meloni sarà raggiante per aver portato il suo partito dal 4 al 24 % in soli quattro anni. Magie dell’opposizione. L’alchimia di Fratelli d’Italia ricorda l’apprendista stregone: i quadri della fiamma missina, i clienti della vecchia Dc meridionale e del rampantismo ex socialista del Nord, con una base sociale rancorosa e protestataria, che dovrà mettersi in marsina. Mentre la Lega dovrà subire un nuovo intervento di plastica facciale: dopo il “celodurismo” di Bossi e il placido gestionalismo amministrativo di Maroni, il salto nazionalista e sudista di Salvini le ha fatto rompere l’osso del collo. Si avvia a prendere la metà dei voti del 2018, dopo essere arrivata a raddoppiarli alle europee di due anni fa; ma soprattutto lascia senza ruolo negoziale la spina dorsale della ragnatela di piccole e medie imprese, che erano suggestionate dal sorpasso sulla locomotiva tedesca. Quel ceto di imprenditori infatuati dall’autonomismo, che ha permesso di trasformare le regioni del Nord in piattaforme logistiche al servizio dei propri fatturati, rischia oggi di trovarsi senza bussola economica e con l’ostilità dei mercati finanziari. Per la prima volta, il nemico del capitalismo lombardo-veneto diventano le agenzie di rating e i committenti tedeschi e olandesi. Fino quando si starà assieme? Come per Berlusconi, che non a caso riesce perfino a sopravvivere in questa spallata elettoralista, ma senza prospettive per il governo di combattimento; la destra si dimostra fortissima quando deve unire rancore a proprietà, ma poi non riesce a declinare in chiave europea questa egemonia.

Cosa ne faremo di questi arnesi reazionari senza nemmeno la grinta dei “gilet gialli” francesi o il lucido cinismo dei sazi belgi e olandesi? La domanda è tutta per una sinistra senz’anima né interessi da rappresentare. Evitando i patetici giochi di parole che combinano, strizzando ancora una volta il noto detto gramsciano, ottimismo, pessimismo, ragione e volontà, il 25 sera ci ritroveremo in una comunità terapeutica che userà la propria sconfitta solo come anestetico per non affrontare la propria identità. Il Pd, l’amalgama venuto male di dalemiana memoria, decapiterà l’ennesimo amministratore di condominio, scoprendo ormai di trovarsi in una villetta unifamiliare, dove persino il garage è un lusso.

Cosa si fa? Dall’area radicale salirà il tradizionale canto delle zoccolanti, che richiamerà i dirigenti al popolo: tornare alle radici, immergersi nel lavoro, diventare i paladini degli ultimi. Un’insulsa brodaglia di luoghi comuni e di masochistiche esperienze. Una volta per tutte, sarà bene dirci che gli ultimi non votano. E i penultimi votano a destra, come sempre nella storia per paura degli ultimi sull’uscio. Che solo la magia di una grande illusione, che per due secoli ha parlato di controllo operaio e di repubblica dei soviet, dove chi non lavora non mangerà, ha mutato questa dinamica. Senza la bandiera rossa sul Cremlino, e senza i missili sovietici a contendere l’egemonia imperialista, il movimento del lavoro è pratica sociale. I poveri ti danno la delega se ti vedono che sei già una potenza, che negozi con i padroni; ma se vedono che chiedi a loro di darti forza per poi poterli tutelare, allora si mettono in proprio. Nelle borgate si andava quando si spostavano gli investimenti e si contestava il potere nella fabbrica: quel mantello veniva poi allungato sugli ultimi, che si stringevano attorno al partito che faceva tremare la proprietà.

Ora il mondo è cambiato: la ricchezza si produce mediante il calcolo, il lavoro è automatizzato, le persone si guidano con gli algoritmi predittivi. Si guidano, si curano, si sfamano. È lì che si contende il potere all’avversario, costringendolo a un’intesa, convincendolo che quello che ha da perdere è più di quello che possa guadagnare prendendosi tutto. Il 26 settembre si ricomincia da qui. Per farlo, si deve almeno non sprofondare. Si voti, tanto e tanti, e si voti a sinistra, contendendo collegi maggioritari e seggi proporzionali per impedire che il parlamento sia davvero un bivacco di manipoli.

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