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Perché gli ucraini resistono così bene

L’affondamento dell’incrociatore Moskva, su cui si contende in questa permanente battaglia delle ombre, conferma come oggi i nani non siano più sulle spalle dei...

Pegasus, l’ombra di una P2 globale

Da Rahul Gandhi, in India, ai figli di Paul Rusesabagina, l’attivista ruandese protagonista del film Hotel Ruanda, al presidente messicano López Obrador, fino agli oppositori del premier ungherese Orbán: una vera internazionale dello spionaggio che, a ben vedere, probabilmente ha il suo motore in un buco nero in cui criminalità organizzata, servizi segreti internazionali e gruppi di interesse para-massonici hanno creato da anni una sorta di P2 globale. Lo scandalo Pegasus, il malaware che ha infettato negli ultimi anni migliaia di telefonini eccellenti in tutto il mondo, si annuncia come qualcosa di inedito – o forse di molto antico. Siamo dinanzi a una tecnologia messa a punto da una società israeliana che difficilmente può essere considerata una start up tecnologica, la Nso, strettamente legata agli apparati del governo di Tel Aviv.

Da Israele lo spyware è passato in varie mani, tra governi e centri di potere, attraverso reti di collusione della mafia internazionale. Tipico il caso del Messico, dove i confini fra politica e criminalità appaiono talmente labili da essere indefinibili. Come infatti hanno raccontato il “New York Times” e il “Washington Post” – due fra i quotidiani di un network investigativo guidato da associazioni legate a Amnesty International e al gruppo Forbidden Stories –, le prime avvisaglie di queste infiltrazioni si rintracciano sui telefonini di reporter che indagavano sulla scomparsa di quarantatré ragazzi in una delle regioni messicane appaltate al narcotraffico. Da lì, il software israeliano ha cominciato a camminare nel mondo, passando di mano in mano, fra gruppi criminali, congreghe finanziarie, centri di spionaggio e, soprattutto, vertici di regimi, come appunto quelli del Messico, dell’Ungheria, dell’India e del Ruanda.

La lezione di Amazon: mai più senza algoritmi

Nel suo saggio La società automatica (pubblicato da Meltemi), Bernard Stiegler spiega che in un processo che sostituisce l’evoluzione naturale della specie con una trasformazione artificiale guidata dal calcolo, il punto di crisi è dato dall’assenza di una proposta di sinistra che colga e rovesci la potenza di riorganizzazione sociale che il calcolo propone. La radicalità della dinamica – sostiene l’autore – è un elemento di precarietà e incertezza per il capitalismo, che la deve usare contro il lavoro; mentre potrebbe essere un vantaggio per chi mira a un riassestamento globale degli assetti e delle gerarchie sociali.

Una vera lezione, in questo senso, al sindacalismo globale viene dallo stabilimento di Amazon in Alabama. I fatti sono noti: dopo una pressione di circa metà dei cinquemila dipendenti per avere una tutela sindacale, si indice un referendum per il riconoscimento della rappresentanza dei lavoratori. La metà non va nemmeno a votare, e dei votanti solo un terzo si pronuncia a favore di un sindacato interno. Almeno 1.500 lavoratori, che avevano solo qualche mese prima richiesto a gran voce una tutela formalizzata, hanno cambiato idea. Le organizzazioni sindacali denunciano una pressione forte da parte della proprietà. Cosa assolutamente vera. Con tutti i mezzi di una potenza comunicativa quale quella di uno degli apparati più potenti del globo, l’azienda di Jeff Bezos ha fatto intendere a ognuno dei suoi dipendenti che l’entrata di un sindacato nello stabilimento avrebbe messo a rischio il futuro del loro lavoro.

Green Deal europeo, Recovery Plan, ovvero l’uomo non è ecologico

L’uso della tecnologia nei cambiamenti climatici può essere efficace nel limitare i danni e aiutarci a trovare delle soluzioni, purché si abbia sempre presente che essa provoca spesso altri e più consistenti disastri di quelli che risolve