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Home » Editoriale » Il gatto selvaggio americano

Il gatto selvaggio americano

18 Settembre 2023 Michele Mezza  1101

L’appoggio esibito, da parte del presidente Biden, allo sciopero dei lavoratori dei principali gruppi automobilistici statunitensi carica di indubbio valore politico la mobilitazione. Per la prima volta, i tre marchi più rilevanti del mercato americano (General Motors, Ford e Stellantis), che da soli valgono più del 40% delle vetture vendute ogni anno, sono colpiti contemporaneamente. Ed è anche la prima volta di uno sciopero non lineare, ossia che non coinvolge verticalmente gruppi o territori omogenei, ma blocca singoli segmenti della produzione che, nella nuova struttura digitale, possono fermare l’intero ciclo produttivo. Diciamo, per chi lo ricorda, una sorta di gatto selvaggio, l’agitazione a scacchiera che paralizzava le linee di montaggio delle grandi fabbriche, facendo scioperare pochi lavoratori nei gangli vitali a livello nazionale. Fermando solo dodicimila addetti dei tre gruppi industriali, che contano più di duecentomila occupati complessivamente, si ferma l’intera produzione, rendendo così l’innovazione tecnologicaun fattore che può essere riprogrammato e rivoltato contro i vertici aziendali.

Lo sciopero apre un fronte fondamentale, che travalica le stesse frontiere americane, e che proprio Biden ha sintetizzato con quello che potrebbe diventare lo slogan guida di una nuova stagione rivendicativa: ridistribuire i profitti. Infatti i sindacati americani chiedono sia di avere aumenti salariali del 40%, attingendo ai super-profitti accumulati in questi anni, sia di ridurre l’orario di lavoro a 32, sfondando persino quota 36, che è la richiesta in Francia e Germania. Le rivendicazioni attaccano frontalmente il processo di accumulazione, che in questi ultimi due decenni ha spostato radicalmente i rapporti di forza a favore della proprietà aziendale rispetto al lavoro, ma aprono anche un tema molto delicato sul fronte dell’automazione tecnologica e soprattutto dei profili sociali dei lavoratori.

Infatti, le 32 ore – insieme con i processi di intensificata innovazione digitale che hanno trasformato profondamente gli stabilimenti delle aziende americane, molti dei quali sono rientrati in America dopo esperienze di outsourcing in Cina – disegnano figure professionali molto diverse dall’idea dell’operaio della linea di montaggio che ancora coltiviamo. Siamo ormai nella stragrande maggioranza della base produttiva; stiamo parlando di quattrocentocinquantamila addetti – complessivamente fra i tre gruppi automobilistici, compreso l’indotto diretto – a una riclassificazione di funzioni e mansioni, con una chiara tendenza a identificare nelle aziende quella che una volta si chiamava l’aristocrazia operaia, ossia i lavoratori di mestiere titolari di funzioni e competenze specifiche, che oggi guidano sofisticati apparati tecnologici. Ridurre l’orario di questi profili porta, da una parte, a dover riorganizzare il ciclo sulla base della qualità e non più della quantità del prodotto, spingendo le aziende al marketing personalizzato; dall’altra, però, questa spinta rende ancora più conveniente e plausibile un’ulteriore accelerazione della tendenza alla massima automazione di tutte le fasi manifatturiere.

Siamo dunque a una svolta che incide profondamente sul carattere e la natura sociale del lavoro, che si trova a un bivio: o tesaurizzare, in termini di salario e welfare la propria attuale funzione, scontando però di essere l’ultima generazione che potrà direttamente interloquire in fabbrica, o, invece, giocare la propria capacità di attrito sociale nel cercare di co-determinare le strategie tecnologiche delle aziende. Un dilemma che, soprattutto in Europa, potrebbe aprire una nuova stagione sindacale, soprattutto se saprà combinarsi con l’altro fronte che sta arroventando l’autunno americano: Hollywood (vedi qui). È proprio dalla mecca del cinema che viene l’attacco più duro ai veri padroni dei padroni, come potremmo definirli, ossia ai fornitori delle tecnologie: le grandi piattaforme digitali. I due fenomeni – la mobilitazione degli operai dell’auto e l’agitazione di sceneggiatori e attori – convergono su un punto: il controllo dei sistemi tecnologici. A Hollywood si affronta il nodo apicale dei dati e della capacità di programmare l’offerta sulla base della trasparenza dei profili degli utenti, mentre nei gruppi automobilistici si mette nel mirino il controllo dei profitti. Due percorsi che rischiano di perdersi se non si incontrano.

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Tagscontrollo sistemi tecnologici Ford General Motors Hollywood Joe Biden lavoro Michele Mezza ridistribuzione profitti sciopero dei lavoratori sindacati Stati Uniti Stellantis tecnologia

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