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“Prof, ci mette un voto?”

Lettera da Firenze a proposito di una sperimentazione in corso in un liceo di Roma

12 Dicembre 2022 Stefania Tirini  3543

È arrivato il momento di spiegare un lavoro di filosofia, in una quarta classe del liceo dove insegno, a Firenze. Si scrive, si parla, si fanno riferimenti, si danno indicazioni per trovare il materiale, si leggono alcuni brani. Tutto viene condiviso e inserito nella classroom, gli studenti fanno domande e definiamo la data di consegna. È consigliabile lavorare in gruppo, per quel proficuo esercizio di collaborazione tra pari. Poi arriva l’inevitabile domanda: “Prof, ci mette un voto?”.

Il voto fa parte della scuola, continua a essere inteso come un’assegnazione di merito o demerito allo studente, che spesso si identifica addirittura con il voto negativo della verifica. Quando i genitori chiedono com’è andata a scuola, spesso la risposta si sintetizza con un numero. Un voto. Dovrebbe essere concepito come una stima del punto da cui partire. Spesso è percepito come il fine, il punto di arrivo. Esattamente il contrario. E anche il registro elettronico non aiuta: nella schermata iniziale mostra la media dei voti, “quantificando” il percorso scolastico.

Enzo Arte, docente di matematica e fisica, è uno degli insegnanti artefici della sperimentazione presso il liceo scientifico Morgagni di Roma,concretizzatasi nella creazione della“Sezione delle relazioni e delle responsabilità”, cioè sostituendo alle valutazioni numeriche valutazioni formative.I giudizi accompagnano gli studenti nel processo. I voti vengono messi alla fine. In questo ultimo periodo, la discussione sulla scuola senza voti è esplosa, con posizioni a favore e contro. I toni si sono accesi un po’ troppo, segno che è stato toccato un nervo scoperto. Motivo di divisione tra tradizionalisti e progressisti. Ma la questione non è “voto sì o voto no”, la questione è molto più complessa.

La rinuncia al voto (parziale, visto che, come da norma, i numeri nelle pagelle continuano a esserci) è una parte di un percorso più ampio, tutt’altro che semplice “permissivismo”, che richiede, a chi insegna, uno sforzo in più.  L’obiettivo è quello di ottenere lo stesso risultato sugli apprendimenti ma con un maggior benessere dei ragazzi. Non un impegno costante a casa, ma un impegno costante in classe. Metodologie come l’anti-flipped classroom o la jigsaw – una specie di puzzle in cui ognuno impara un pezzo di un argomento – si concretizzano in una didattica tra pari, con lavori in piccoli gruppi o a coppie. I docenti? Stimolanti facilitatori dell’apprendimento. E gli studenti? Non si annoiano, sono attivi. Le singole verifiche non vengono valutate con un numero, ma i docenti discutono insieme agli studenti del loro andamento, correggendoli e spronandoli a migliorare.

Indipendentemente dalle prove, vengono emesse delle valutazioni orientanti per indicare l’andamento in un preciso momento. Grande spazio anche all’autovalutazione, così da trasformare il momento della correzione in un’occasione di dialogo e approfondimento. Una scuola più inclusiva, in cui, oltre al rapporto docente-studente, è fondamentale il rapporto studente-studente e studente-classe. Il progetto del Morgagni è seguito dall’università La Sapienza, con il professor Guido Benvenuto, docimologo, e il professor Stefano Livi, che si occupa di psicologia dell’adolescenza. Mariella Colosimo, pedagogista, fornisce preziosi strumenti per quella parte fondamentale dell’osservazione senza giudizi.

Cosa dice, per esempio, il “cono dell’apprendimento di Dale”? Quando lo studente ascolta o guarda, apprende poco e ricorda poco; se è attivo, invece, fa o parla, allora la memorizzazione migliora di molto. Si tratta quasi di una banalità. Daniela Lucangeli ci insegna che il benessere del ragazzo e la sua serenità sono funzionali all’apprendimento, e quindi se un ragazzo va a scuola impaurito, il cervello non è settato sulla comprensione ma sta sulla difensiva, non è concentrato. Quando un ragazzo va a scuola sereno, perché non ha paura di essere ogni giorno giudicato, il suo cervello si setta in modalità apprendimento.

Queste sperimentazioni sollecitano serie riflessioni. Bisogna capire qual è l’obiettivo della scuola, prima di decidere se i voti aiutano a raggiungere quell’obiettivo o l’ostacolano. Va inoltre detto che la scuola romana non è l’unica a seguire questa strada: anche in un istituto della provincia di Firenze – preside Osvaldo di Cuffa – si fa così, dando priorità alla valutazione formativa e alle rubriche di autovalutazione per lo sviluppo delle competenze.

Per una certa idea di scuola, i voti, così come sono intesi oggi, rappresentano un ostacolo. I voti, non le valutazioni, che invece devono rimanere. Un ragazzo ha bisogno di capire come sta andando il suo percorso scolastico. Ma la sfilza di voti che si abbatte tutti i giorni sui ragazzi fa della scuola un luogo di disagio, insegna che la conoscenza è sofferenza, non piacere. Togliere i voti o ridimensionarli non significa introdurre una scuola più facile, come qualcuno ama ripetere ingenuamente. Nella scuola senza voto, forse gli studenti saranno educati a non essere eccessivamente competitivi. Significa invece realizzare una scuola in cui si impara serenamente, rafforzando la capacità di lavorare in gruppo e l’assunzione di responsabilità dei ragazzi. L’obiettivo è continuare a imparare, in maniera diversa, e non sentire più quelle affermazioni del tipo: “al liceo ho sofferto come un cane”.

Sul tema dei voti e delle valutazioni, bisognerebbe aprire una riflessione profonda e creare confronti legittimi tra posizioni diverse. A condizione, però, di dare ai voti un senso diverso da quello che hanno adesso. I voti non possono essere un atto di terrorismo per far studiare i ragazzi, e nemmeno un modo per dividerli in buoni e cattivi.

Forse è arrivato il momento di diffondere in modo più incisivo il seme di una scuola diversa, anche attraverso una nuova cultura della valutazione. Molte scuole stanno facendo esperienze di cambiamento, ma non se ne sa abbastanza. Ognuno è chiuso a coltivare il suo giardino. In ogni caso, l’esperienza di Roma è interessante. Poi ognuno può ricavarne gli spunti che ritiene utili e magari operare un cambiamento.

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