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Caso Soumahoro, autogol a sinistra

Non c’è nulla da capire. Perché dietro la sequela di fatti che stanno travolgendo Aboubakar Soumahoro – deputato eletto nelle liste di Sinistra italiana ed Europa Verde, ed ex sindacalista dell’Unione sindacale di base – un dato emerge chiaro. Anzi, due. Da un lato, l’ormai assodata incapacità della sinistra di produrre da sola figure di rilievo, senza ricorrere a personaggi che hanno un impatto mediatico forte. E, dall’altro, appunto, il ruolo che i media hanno avuto nel gonfiare oltre misura una figura che, a prima vista, appariva come uno dei possibili leader di una sinistra in perenne difficoltà. Al punto che qualcuno si è svegliato una mattina con l’idea che potesse essere, addirittura, quel “papa straniero” che salvasse il Pd dalla perenne crisi che lo attanaglia. Ipotesi che solo una mente poco lucida poteva partorire.

Ma ripercorriamo i vari eventi che hanno costretto il sociologo ivoriano, arrivato quando aveva solo 19 anni in Italia, a sospendersi dal gruppo parlamentare della lista che lo ha eletto. Chi scrive – circa dieci giorni fa – commentava positivamente insieme con altri “compagni di lotta” che, pur nelle difficoltà, la sinistra era riuscita a portare a Montecitorio un uomo simbolo della lotta contro il caporalato e lo sfruttamento dei braccianti. Ultime parole famose. Scopriamo infatti, il giorno seguente, nelle pagine dei giornali – ad aprire le danze era stata “Repubblica” –, che questa narrazione si stava smontando, facendo piombare nello sconforto quel popolo di sinistra, fatto anche da chi non aveva votato quella lista, pur avendo apprezzato la sua candidatura.

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I buchi nell’acqua di Letta

Ma il Pd è riformabile? Il quesito è probabile che inizi a porselo lo stesso segretario Enrico Letta. Lui ci mette passione, cultura, visione europea e buona volontà che non bastano. Il “soggetto” è quello che è, sedimentato in quasi un quindicennio di correnti e correntine costrette a convivere in un amalgama mal riuscito (lo ammise D’Alema), dove – a parte episodi ai tempi dell’Ulivo vincente di Romano Prodi – la strada è stata sempre in salita (come dimostrano gli otto segretari prima di Letta). L’illusione iniziale, un vero peccato originale, fu far convivere con la bacchetta magica “sinistra” e “centro” in un unico partito, per giunta sul modello statunitense e senza nessun radicamento in questa versione nella storia della politica italiana.

Letta annaspa già in queste prime settimane. Come vicesegretari ha scelto Irene Tinagli e Giuseppe Provenzano, la prima neoliberale ed ex collaboratrice di Mario Monti, il secondo un po’ collocato a sinistra: il bilancino tra opzioni diverse. Intanto, ha orientato su ius soli e voto ai sedicenni la stella cometa di nuovi diritti (benissimo il primo, discutibile il secondo), che tuttavia non incrociano l’agenda politica fatta di pandemia e crisi economica potenzialmente catastrofica quando finirà il blocco dei licenziamenti. Poi ha provato a mettere le donne in pole position alla guida dei gruppi parlamentari scatenando la battaglia tra correnti. Debora Serracchiani (Camera) e Simona Malpezzi (Senato) sono frutto di fragili mediazioni. Le donne ora hanno un ruolo di rilievo al prezzo di condizionamenti reciproci e non di un reale rinnovamento di metodo e convivenza nello stesso partito. Dentro il Pd ci sono ancora tanti cavalli di Troia renziani pronti a intralciare Letta sulle scelte di fondo.