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Home » Articoli » La strana storia delle armi nucleari israeliane

La strana storia delle armi nucleari israeliane

I presidenti americani hanno seguito da sempre, in proposito, una “politica dell’ambiguità”. Oggi due Stati provvisti di un arsenale atomico ne attaccano un altro con la scusa che questo non deve possederlo

23 Giugno 2025 Eliana Riva  2648

Nel 2018, il premier Netanyahu partecipò a un incontro pubblico nel deserto del Negev, all’interno del complesso del reattore di Dimona. In quella occasione, pronunciò un discorso che conteneva un messaggio ben preciso: “Coloro che minacciano di spazzarci via si mettono in un pericolo simile, e in ogni caso non raggiungeranno il loro obiettivo”. In un articolo del 29 agosto, il quotidiano “Reuters” scriveva: “Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha usato una visita a un segreto reattore atomico israeliano per avvertire i nemici del Paese che ha i mezzi per distruggerli, in quello che sembrava essere un riferimento velato al suo presunto arsenale nucleare”. Qualcosa di analogo era accaduto due anni prima, quando lo stesso Netanyahu ricevette dalla Germania un nuovo sottomarino militare, descritto dalla stampa israeliana “in grado di fornire un carico nucleare”. Colse l’occasione per dichiarare che “la nostra flotta sottomarina agisce come un deterrente per i nostri nemici. Devono sapere che Israele può attaccare, con grande potenza, chiunque cerchi di danneggiarlo”. Solo con un carico nucleare un sottomarino potrebbe rappresentare un deterrente.

Tel Aviv non ha mai ammesso ufficialmente di possedere l’arma atomica. E gli Stati Uniti si sono sempre dimostrati reticenti in merito alla questione. Fa parte di quella conosciuta come la “politica dell’ambiguità”, che tiene uniti Tel Aviv e Washington da decine di anni di “non detto” e di accordi semiformali. Israele ha deciso di dotarsi di un’arma nucleare già nel 1948, appena dopo la sua nascita. È quello che viene riportato nella documentazione ufficiale conservata negli archivi dello Stato ebraico. Nel 1952, venne fondata la Commissione per l’energia atomica. Il cui primo presidente, Ernst David Bergman, dichiarò che ottenere la bomba nucleare sarebbe stato necessario per non essere “mai più portati come agnelli al macello”. Intorno al 1958, Israele iniziò a costruire l’impianto di Dimona, cosa di cui si cominciò ufficialmente a discutere a Washington solamente tre anni dopo. L’ambasciatore israeliano venne chiamato dal Dipartimento di Stato americano a fornire spiegazioni al riguardo.

All’inizio del mese di dicembre 1960, la Cia realizzò un documento contenente le proprie conclusioni sulle operazioni segrete israeliane nel sito di Dimona. La testimonianza decisiva fu quella del fisico nucleare statunitense Henry Gomberg, che visitò la centrale in qualità di consulente della Commissione israeliana per l’energia atomica. Durante le conversazioni con gli scienziati di Tel Aviv, in base alle domande che gli venivano poste e a ciò che i funzionari preferivano non dire, il professore dell’Università del Michigan si convinse che Israele fosse impegnato in un grande progetto nucleare segreto. Secondo diverse agenzie internazionali, nel 1967, Tel Aviv era già capace di costruire esplosivi nucleari. Si trattava probabilmente di due bombe. Ma altre ne vennero assemblate nel 1973, anno della guerra dello Yom Kippur.

Israele non ha firmato il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, in vigore dal 1970, che obbliga i suoi membri a utilizzare in maniera pacifica l’energia nucleare. Ma ha sottoscritto l’accordo che vieta i test sulle armi nucleari. Nonostante ciò, l’ex presidente della Casa Bianca, Jimmy Carter, scrisse nei suoi diari che aveva la “crescente convinzione” che Israele avesse testato un’esplosione nucleare vicino alla punta meridionale del Sudafrica. Il riferimento è a un incidente del 1979, quando un satellite americano, progettato per rilevare esplosioni nucleari, segnalò una detonazione tra l’Atlantico meridionale e l’Oceano indiano.

Negli anni, ci furono numerosi episodi che coinvolsero un’agenzia segretissima fondata da Tel Aviv per realizzare il programma nucleare. Il nome dell’agenzia era Lakam (diventata in seguito il ramo di acquisizione per la maggior parte delle industrie della difesa israeliane). A guidarla, c’era Benjamin Blumberg, che “ha ricoperto le posizioni di sicurezza più delicate in Israele per tre decenni”, come scrive il quotidiano “Haaretz”. Tra le azioni gestite da Blumberg – secondo agenzie di sicurezza internazionali e alcune ammissioni dello stesso protagonista e dei suoi collaboratori – c’era l’acquisizione, attraverso il contrabbando, dell’uranio per il reattore nucleare di Dimona. Blumberg era responsabile dei reattori nucleari di Dimona e Nahal Sorek, e aveva avuto l’ordine di assicurarsi che i funzionari (che fino agli anni Sessanta hanno visitato i siti israeliani) non si accorgessero di ciò a cui in realtà i tecnici stavano lavorando.

Secondo un’inchiesta del “New Yorker”, quando la prima ministra israeliana, Golda Meir, incontrò il presidente americano Richard Nixon alla Casa Bianca, nel 1969, il possesso di armi nucleari da parte di Israele era un fatto compiuto, e Tel Aviv e Washington giunsero a un’intesa non scritta che sarebbe stata tacitamente (e con la sottoscrizione di una lettera informale) riconfermata da tutti i successivi governi degli Stati Uniti. L’accordo prevedeva che Israele non dichiarasse, testasse o minacciasse di utilizzare armi nucleari, e che gli americani fingessero di ignorare i progressi di Tel Aviv, facendo pressione sugli israeliani perché firmassero il Trattato di non proliferazione nucleare. A ogni cambio di governo, secondo l’indagine, ambasciatori e funzionari israeliani si presenterebbero alla Casa Bianca per chiedere la lettera con la nuova firma presidenziale. L’insistenza sarebbe addirittura accolta, di tanto in tanto, con una certa insofferenza; ma mai, in cinquant’anni, ci sarebbe stato un cambio di passo.

Si giunge così a oggi, dopo decenni di minacce e di tentativi di escalation sul versante iraniano, con i due alleati (Israele e Usa) completamente allineati e, al solito, bene affiatati tra loro. L’Iran, che a differenza di Tel Aviv ha sottoscritto il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, ha più volte accolto in questi anni gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che hanno registrato lo stato dei siti. L’Agenzia ha confermato – anche dopo l’attacco israeliano – di non avere “prove che indichino un movimento strutturato verso la produzione di armamenti nucleari parte dell’Iran”.

Stessa indicazione rilasciata dall’intelligence statunitense, che per bocca della direttrice, Tulsi Gabbard, solo a marzo aveva dichiarato che l’Iran “pur avendo una scorta di materiali, non sta costruendo armi di questo tipo (cioè atomiche, ndr)”. Dichiarazioni rimangiate e completamente ribaltate poche ore prima dell’attacco di Washington a Teheran. E dopo una vertiginosa giravolta del presidente Trump, che ha evitato l’agenzia e ha deciso – lui da solo – che Gabbard, e con lui tutta l’intelligence, si “sbagliava”. Il tycoon è riuscito così ad attorcigliarsi nelle sue stesse promesse (o meglio menzogne), bombardando l’Iran poche ore dopo avere detto che ci avrebbe pensato su per almeno due settimane. Allo stesso modo, ha minacciato di morte la guida della Repubblica islamica, Khamenei, salvo poi dichiarare che, per il momento, l’ayatollah non ha da preoccuparsi.

La narrazione prevalente circa l’attacco unilaterale a Teheran assume in Occidente, in queste ore, la forma di una necessaria deterrenza nucleare, e della volontà di salvare un popolo oppresso da un regime illiberale – per non parlare della sempre valida “esportazione della democrazia” a suon di bombe. Ma la scelta di Washington segue la linea di quella “politica dell’ambiguità” che va avanti da cinquant’anni, chiudendo entrambi gli occhi sulla produzione nucleare di Tel Aviv, mentre fa di tutto per sostenere la fame di supremazia territoriale dell’alleato. Anche a costo di un genocidio a Gaza, dell’occupazione di parti della Siria, dei bombardamenti quotidiani in Libano. E ora della guerra con l’Iran.

Secondo il Center for Arms Control and Nonproliferation e la Nuclear Threat Initiative, Israele ha almeno novanta testate nucleari e abbastanza materiale fissile per produrne altre centinaia. Le immagini satellitari e le indiscrezioni parlano di lavori di ampiamento nella centrale di Dimona: il che potrebbe significare la costruzione di un nuovo reattore nucleare. Secondo un rapporto pubblicato il 16 giugno dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), sembra che Israele stia migliorando un sito del reattore per produrre plutonio. Resta l’ipocrisia di un Paese che possiede la bomba atomica e ne bombarda un altro perché (è la giustificazione ufficiale) non deve poterla produrre. E ad accompagnarlo nell’aggressione si è aggiunto un altro Stato, il più potente del mondo, che fino a oggi è stato l’unico a utilizzare la bomba, per ben due volte, sulla popolazione civile, uccidendo circa duecentomila persone e condannando a terribili sofferenze diverse generazioni.

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