Dunque la legislatura comincia com’era finita la precedente: i voti di Matteo Renzi possono essere decisivi, quantomeno al Senato. Dove, al di là delle smentite di rito, nel pattuglione di quasi una ventina di voti “esterni” alle destre, che ha contribuito all’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza, ci sono probabilmente alcuni dei suoi, alla luce della “moviola” sulle votazioni che ha documentato quali e quanti senatori “di opposizione” si siano attardati sotto il “catafalco”, come se stessero scrivendo un nome invece di piegare rapidamente la scheda lasciandola in bianco. E dove Silvio Berlusconi ha preso un sonoro ceffone dagli alleati: quelli che un tempo gli dovevano tutto, politicamente, mediaticamente, e forse anche in senso brutalmente monetario, ma oggi si muovono senza dare troppo peso ai debiti passati. Difficile, se non impossibile alla luce dei conteggi, escludere che anche qualche voto dal Pd e dai 5 Stelle sia arrivato in soccorso dell’esponente più genuino – e forse più vistoso al tempo stesso – della vecchia destra, che si considerava neofascista, e di quella “nuova” berlusconiana e più votata agli affari che alle nostalgie identitarie, la quale occupa quasi metà della scena politica ormai da tre decenni.

Solo il tempo – e gli eventuali successi o insuccessi del futuro governo a probabile guida Meloni – potranno stabilire se gli scambi sottobanco si fermeranno alla girandola delle poltrone istituzionali, dove avere il gradimento di Fratelli d’Italia potrebbe aiutare qualche esponente delle minoranze parlamentari con ambizioni personali o di corrente. Certo, dopo la giornata del 13 ottobre, non si può escludere che invece siano pronte altre mosse più incisive e meno “nascoste”, almeno per quanto riguarda le forze più “centriste” come Italia viva (da considerare realisticamente da sola in manovra, perché la gran parte delle voci di palazzo giura che il leader di Azione, Carlo Calenda, fosse all’oscuro dell’operazione). Se così fosse, si profilerebbe dunque, già all’alba della diciannovesima legislatura, l’ombra dell’ennesimo futuro governo tecnico, dell’ennesimo trionfo della democrazia postparlamentare, che rischia spesso e volentieri di sconfinare tout court nella postdemocrazia.

A ogni buon conto, per ora, è impossibile negare che i grandi proclami sull’allarme democratico e antifascista uditi alla vigilia delle elezioni e quelli non meno solenni per promettere una opposizione “senza sconti” siano naufragati nel ridicolo, con la solenne, questa sì, figura di palta delle opposizioni, vere o presunte, a palazzo Madama. Figura resa, se possibile, ancor più barbina dal triste scambio di accuse fra le tre forze politiche (Pd, M5S, Iv), nessuna delle quali, come si diceva, può ragionevolmente garantire di avere le mani completamente pulite.

Lo scambio di accuse, fra “finta opposizione”, “irresponsabili” e altre gentilezze consimili, rende evidente un dato: se il percorso del governo delle destre sarà accidentato e zoppicante, difficilmente accadrà per la compattezza e l’abilità delle forze che a esso si opporranno. Era la prima prova, anche facile tutto sommato, proprio per la scelta, da parte di Giorgia Meloni, di una figura così nettamente di parte per la presidenza del Senato, come ha riconosciuto lo stesso La Russa nel suo discorso introduttivo. Era la prima prova e l’hanno fallita clamorosamente.

Certo, al momento i riflettori sono puntati sul personale politico più esposto, a partire da Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana (altra figura non troppo “moderata” della destra italiana), appena eletti ai vertici delle Camere. Per restare agli eventi del Senato, il neopresidente ha cercato di autodescriversi come un uomo pronto a “neutralizzare” se stesso in una veste istituzionale solenne, come quella della seconda carica dello Stato. Non aveva un compito facile, vista la sua storia personale e familiare, dovendo prendere la parola dopo la presidente provvisoria del Senato Liliana Segre, sopravvissuta di Auschwitz, che nel discorso di apertura della prima seduta della legislatura non ha ceduto alla diplomazia nel tracciare quelli che a suo giudizio dovrebbero essere i confini della presente stagione democratica. Segre non ha solo ricordato la tragedia personale di vittima delle leggi razziste della dittatura fascista, ma – ricordando il trittico di festività civili 25 aprile-primo maggio-2 giugno – ha sottolineato quelle che saranno alcune delle prove che la coalizione vincente e il prossimo governo avranno di fronte per dimostrare di avere messo alle spalle, perlomeno, le forme più vistose del nostalgismo neo o postfascista.

Di La Russa il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, ha avuto recentemente gioco facile a ricordare alcune prese di posizione particolarmente colorite: per esempio, quando ha rintuzzato le polemiche sollevate su Meloni da parte del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, spiegandogli che “siamo tutti eredi del Duce, è l’Italia che è erede del Duce che ha rappresentato un periodo storico del nostro Paese”. Ma lo stesso La Russa ha avuto gioco facile – nel suo discorso denso di citazioni tutto sommato blandamente bipartisan, da Sandro Pertini a Dalla Chiesa-Falcone-Borsellino – a rifarsi al famoso (per alcuni famigerato) discorso sui “ragazzi di Salò” di Luciano Violante, appena eletto presidente della Camera, nel 1996.

L’Italia cui serve un clima “coeso” spiegata da La Russa che, citando l’ex magistrato, parla della necessità di “cogliere la complessità del nostro Paese” e di “costruire la Liberazione come valore di tutti gli italiani” non è troppo lontana, apparentemente, da quel Paese al quale necessita una “pacificazione”, che la parte politica dalla quale La Russa proviene non ha mai smesso di chiedere dal 1945. Non è un caso, probabilmente, la tesi esposta dal neopresidente del Senato, secondo cui sarebbe necessario aggiungere alle feste citate da Segre, anche la fondazione del Regno d’Italia. Come dire: 25 aprile? “Ma anche” tanto altro. Non ricorda qualcuno?