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L’Italia nel fondo

Contatti segreti, riunioni ai massimi livelli tra la presidente del Consiglio e i big della finanza mondiale guidati da BlackRock. Il tutto alla vigilia di una nuova importante ondata di privatizzazioni e del varo della manovra economica. Che sta succedendo? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Volpi, storico dell’economia, autore del libro “I padroni del mondo”

10 Ottobre 2024 Paolo Andruccioli  1570

Professor Volpi, nel suo I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza 2024), lei lancia un allarme sui pericoli legati alla crescita di potere di pochi fondi finanziari (americani), che stanno entrando prepotentemente anche nel sistema italiano. La loro presenza è cresciuta con la prima stagione delle privatizzazioni, ma oggi sta diventando centrale anche nella sanità privata, nel settore delle telecomunicazioni, nei trasporti e perfino nell’industria della difesa. Come si può descrivere questo fenomeno e quali sono i principali protagonisti?

Partirei dai protagonisti. Si tratta di grandi società di gestione del risparmio, a cominciare da BlackRock, Vanguard e State Street, che hanno attivi per poco meno di 30mila miliardi di dollari, e che hanno costruito la loro fortuna soprattutto dopo la crisi del 2008, prendendo il posto delle principali banche americane, di cui poi hanno rilevato fette importanti di azionariato a cominciare da JP Morgan. La loro forza è dipesa dalla capacità di mettere sul mercato strumenti finanziari poco costosi, con ridotti oneri di intermediazione per i clienti, che, disorientati proprio dalla crisi finanziaria, si sono indirizzati verso tali società. Con la grande disponibilità così raccolta, BlackRock e Vanguard hanno partecipato alle varie ondate di privatizzazioni, e nel caso italiano sono diventati assolutamente centrali, tanto che BlackRock, con partecipazioni in Eni, Enel, Terna, Unicredit e varie altre società, risulta il primo azionista privato alla Borsa di Milano.

La crescita d’importanza dei fondi finanziari è legata a scelte politiche ben precise e alla necessità per i governi di reperire risorse sempre più scarse. È cominciato un processo di svendita dello Stato?

Ormai da tempo si è diffusa l’idea che il modello dello Stato sociale universalistico non sia più sostenibile soprattutto in presenza di due condizioni tipiche del neoliberismo. La prima è costituita dall’esigenza di ridurre il carico fiscale, abbandonando la progressività in nome di una tassazione piatta, destinata a contrarre le entrate statali. La seconda è costituita dalla politica monetaria della Bce, che non ammette alcuna monetizzazione del debito, e dunque impone una crescente austerità, con tagli pesanti che, inevitabilmente, conducono alla privatizzazione e alla svendita del patrimonio pubblico.

Uno degli aspetti più inquietanti di questo fenomeno riguarda la mancanza di trasparenza. Negli ultimi incontri tra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e i rappresentanti di grandi fondi come BlackRock, il governo non ha fatto trapelare il contenuto delle trattative che riguardano pezzi importanti dell’economia italiana. Nel suo libro, lei parla di un vero e proprio attacco alla democrazia. Cosa intende?

La capacità di condizionamento di grandi fondi è enorme, perché, in particolare in momenti in cui le politiche monetarie sono restrittive, sono i soli soggetti che dispongono di liquidità derivante dai colossali risparmi raccolti e dall’aumento dei prezzi e dei dividendi delle società in cui hanno indirizzato tali risparmi. Così possono trattare con i governi, come nel caso italiano, l’acquisto di asset strategici pubblici, per fornire le risorse necessarie per chiudere sempre più striminzite leggi di Bilancio. Al tempo stesso, possono trattare, ancora con i governi, l’acquisto di rilevanti partite di debito pubblico, destinato altrimenti a rimanere invenduto, dunque a generare una insostenibile lievitazione degli interessi. In quest’ottica è naturale che non ci sia trasparenza negli incontri tra i ceo dei fondi e la presidente del Consiglio, perché l’oggetto di tali incontri riguarda proprio le condizioni della “resa” dello Stato ai nuovi padroni del mondo; una resa, peraltro, che cancella ogni forma di concorrenza sopravvissuta.

Il governo Meloni sembra disposto a cedere buona parte di quello che è rimasto dei “gioielli di famiglia” e perfino del debito statale ai fondi speculativi, nonostante la presunta centralità assegnata al made in Italy, a cui è stato dedicato perfino un ministero. Una politica dalla doppia faccia?

Come accennato sopra, il governo sta svendendo i gioielli di famiglia per fare cassa, commettendo un duplice errore. Da un lato, cede partecipazioni in società di grande rilievo e molto remunerative – come nel caso di Eni, Enel, Terna e Leonardo – privandosi così di lauti dividendi futuri “regalati” ai fondi, in cambio di una cessione azionaria sempre e comunque sottostimata. Dall’altro, con queste cessioni svuota qualsiasi possibilità di fare politiche nazionali in campi determinanti, dall’energia alle banche, all’acciaio, alle assicurazioni, con buona pace del made in Italy. È interessante, al riguardo, la vicenda dei dazi sulle auto elettriche. Ma perché il governo italiano si è dichiarato, in maniera così convinta, a favore dei dazi europei contro le auto elettriche? Ho cercato un po’ di dati perché mi aspettavo che la risposta fosse nel numero dei produttori italiani di auto elettriche; ma in realtà non è così. Sono pochissimi i produttori italiani di auto elettriche e anche l’indotto dell’elettrico è ancora molto limitato. Ho pensato che la ragione fosse che Stellantis produce in Italia molte auto elettriche: la risposta a questa domanda era però quasi retorica, perché Stellantis produce sempre meno in Italia, e tanto meno auto elettriche, al di là delle promesse di fantomatiche Giga factory. Allora mi è sorto un dubbio. Non sarà che il governo Meloni vuole favorire il caro amico Elon Musk, dal momento che Tesla è l’auto elettrica più venduta in Italia? Spero di sbagliarmi, perché se fosse così il nostro Paese, in nome di una strana amicizia, rischierebbe, per un settore che non esiste, ritorsioni doganali cinesi in settori dove la Cina è la principale meta delle nostre esportazioni. Musk, Larry Fink e alcuni altri “padroni” pesano molto più degli interessi di settori produttivi italiani di grande rilievo. Del resto anche il nuovo presidente di Confindustria, Orsini, si è detto favorevole ai dazi, forse perché le poche aziende ancora rappresentate dalla sua associazione devono molto alla grande finanza, che è in aperta guerra con la Cina?

Quali saranno, secondo lei, i prossimi sviluppi di questa “invasione”? Chi ci guadagnerà e quali saranno i condizionamenti che ci possiamo aspettare?

I benefici, com’è ovvio, andranno a questi grandi fondi, che diventeranno sempre più essenziali per la sopravvivenza degli Stati, sia attraverso l’acquisto di interi settori pubblici messi in vendita per fare cassa, sia attraverso il peso esercitato nell’ambito della previdenza e della sanità privata, dove i risparmi degli italiani si indirizzeranno verso polizze create dai grandi fondi in regime di crescente monopolio. Alla luce di ciò, i condizionamenti saranno enormi, a cominciare dalla normativa, costruita a vantaggio degli stessi fondi, e dalle agevolazioni fiscali, come sta avvenendo già ora per previdenza e sanità private.

In particolare, quali saranno le ricadute politiche anche per quanto riguarda il welfare? Abbiamo già capito dall’esperienza dei fondi pensione che le risorse del risparmio dei lavoratori e di tutti i cittadini non sono utilizzate per far crescere gli investimenti produttivi nel nostro Paese, a differenza di quello che speravano i sindacati. Con il nuovo sbarco dei grandi fondi la situazione si aggrava. Investimenti in Italia e ricchezza trasferita all’estero?

Questo è un tema davvero centrale. È evidente che i grandi fondi rastrelleranno sempre maggiori quantità di risparmio italiano per le ragioni sopra ricordate e lo trasferiranno verso i titoli americani. Ciò che spesso si trascura è il fatto che circa il 65% del risparmio gestito degli italiani, prelevato, dai fondi, si indirizza verso i listini e il debito federale Usa, mentre in Italia ne rimane poco più del 16%: un vero e proprio trasferimento di ricchezza che atterra il nostro Paese.

Il fenomeno ha dimensioni talmente grandi che sembra quasi impossibile contrastarlo. In Francia il governo è intervenuto in più occasioni per salvaguardare l’interesse nazionale e delle imprese. In Italia l’attuale governo sembra invece totalmente subalterno al potere della grande finanza, quasi stregato dai protagonisti del nuovo capitalismo (vedi Musk). Quella che era nata come “destra sociale” e nazionale ora è una destra capitalista che si mette nelle mani dei grandi player della finanza internazionale?

La cosiddetta “destra sociale” ha abbandonato rapidamente i proclami sovranisti, e sembra la più ligia interprete del verbo del nuovo capitalismo finanziario; un fenomeno palese sia nei termini reali sopra ricordati sia in termini simbolici, come dimostrano le immagini di grande empatia fra la presidente del Consiglio e figure come Larry Fink ed Elon Musk. Il governo Meloni pare ossessionato dalla volontà di accreditarsi nei salotti del grande capitale finanziario, facendo dimenticare il proprio passato “populista”, e mostrandosi come un allievo modello delle più aggressive ricette atlantiste in campo economico e in campo internazionale.

Che cosa dovrebbero fare i partiti di opposizione e i sindacati? Sono sufficienti le critiche alla mancanza di trasparenza, e magari qualche sporadica interpellanza parlamentare? Che cosa si aspetta a proposito dei possibili effetti del suo allarme sulla crisi della democrazia, sarà raccolto? Ci possiamo attendere reazioni anche dal mondo economico, visto che lei parla dei rischi di questi processi anche sullo stesso funzionamento del mercato capitalistico tradizionale?

Io penso che serva davvero un cambiamento radicale di prospettiva e di paradigma, altrimenti la subalternità al capitalismo finanziario sarà pressoché totale. Nel 2005 l’uomo più ricco del mondo, Bill Gates, aveva un patrimonio di circa 50 miliardi di dollari; nel 2015 lo stesso Gates, ancora l’uomo più ricco del mondo, aveva un patrimonio di circa 80 miliardi di dollari. Nel 2018, l’uomo più ricco, Jeff Bezos, aveva un patrimonio di 112 miliardi, ma già nel 2021, lo stesso Bezos aveva superato i 177 miliardi. Nel 2024, l’uomo più ricco del mondo è Elon Musk, con un patrimonio di oltre 260 miliardi; se al suo patrimonio si aggiungono quelli di Bezos e Zuckerberg si arriva a un totale di quasi 700 miliardi di dollari. In sintesi, i tre più ricchi del mondo hanno oggi una ricchezza pari a quella dei primi cento miliardari del 2005. Dunque, i super-ricchi non hanno risentito di alcuna crisi né di alcuna guerra. Ma da cosa dipende questa esplosione? Da un dato molto chiaro: la ricchezza di Musk, Zuckerberg e Bezos dipende dalla lievitazione stellare del valore delle azioni delle società in loro possesso, molto più di quanto non dipenda dai fatturati e dai margini delle loro imprese. Solo per citare un esempio, Tesla ha fatto fatturati nel 2023 per meno di 25 miliardi e aveva una capitalizzazione di oltre 520 miliardi, salita a 700 nel 2024, senza grosse differenze nel fatturato. La ricchezza finanziaria, alimentata dagli acquisti azionari delle Big Three, rende i super-ricchi dei Paperoni assoluti, senza grandi cambiamenti nell’economia reale.

Infine, ci permetta una domanda personale: come mai, da storico contemporaneo, ha deciso di occuparsi di questi temi economici?

La mia è stata, a lungo, la formazione di uno storico dell’economia, e penso che, soprattutto in questa fase, non si possano cogliere le trasformazioni storiche senza studiare a fondo il capitalismo finanziario.

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