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Home » Editoriale » Italia-Francia, il paradosso del Pil

Italia-Francia, il paradosso del Pil

3 Giugno 2025 Paolo Andruccioli  6663

Nel giro d’Europa l’Italia raggiunge la Francia dopo anni di confronti sfavorevoli e di gare perse. La notizia, diffusa di recente dalla Commissione europea, riguarda in particolare il Pil pro-capite, che può essere definito come la quantità di prodotto interno lordo generata in media da ogni singolo cittadino. Questo parametro viene spesso utilizzato per misurare il grado di benessere dell’intera popolazione di un Paese, anche se le critiche a questo schema di misurazione e comparazione sono sempre più forti. Gli italiani, dunque, fanno meglio dei francesi e si avvicinano ai tedeschi? E come mai un governo e una presidente del Consiglio sempre pronti a incensarsi e a descriversi come i campioni d’Europa hanno deciso di non cavalcare troppo questo risultato? E, infine, il Pil pro-capite può considerarsi davvero un misuratore attendibile del grado di benessere e di felicità di una popolazione?

Cerchiamo di rispondere alla prima domanda. Secondo la Commissione europea, l’Italia, con una crescita prevista dello 0,7% nel 2025 e dello 0,9% nel 2026, raggiunge i risultati economici francesi, ma si posiziona ancora leggermente al di sotto della media dei Paesi che adottano la moneta unica. Nonostante la perdurante debolezza dell’economia italiana, quest’anno l’Italia ha comunque raggiunto la Francia in termini di Pil pro-capite, cancellando un divario che nel 2020 era del 10,1% e che nel 2015 si attestava ancora all’8,8%. Secondo gli esperti, alla base di questi progressi c’è la crescita dell’occupazione (di cui invece Giorgia Meloni s’è fatta vanto ogni volta che ha potuto). Una crescita numerica dei posti, che però non si traduce automaticamente in un aumento proporzionale del prodotto per occupato, perché la qualità del lavoro rimane molto bassa: i contratti sono in maggior parte precari, e sono sempre più evidenti le divaricazioni interne al mercato del lavoro (che poi è uno dei temi della partita referendaria che si avvicina).

Il miglioramento relativo dell’Italia rispetto alla Francia ha dunque una base fragile, perché il prodotto pro-capite italiano vale ancora il 5,9% in meno rispetto alla media dell’Eurozona, mentre nel 2000 lo superava del 7,6%. Venti anni fa, nel 2005, il Pil pro-capite italiano si era allineato al resto d’Europa per poi cominciare a calare progressivamente fino al -2,5% del 2010.

Tra i tanti esperti che hanno commentato la notizia della Commissione europea, Carlo Altomonte, docente di Politica economica all’Università Bocconi di Milano (intervistato dal “Corriere della sera”), ha detto che nel Mezzogiorno d’Italia la dinamica dei prezzi tende a essere molto più moderata che al Nord, perché l’economia cresce meno, e anche nelle aree più periferiche i prezzi sono più bassi che nei grandi centri. Considerato che la densità di popolazione dei piccoli centri e delle aree più periferiche è superiore alla media di quella di altri grandi Paesi europei, “questo significa che in Italia c’è un numero più alto di persone che hanno accesso a beni che costano relativamente meno”.

L’altro elemento che spiega il miglioramento del confronto tra Italia e Francia riguarda la demografia. Tutti i Paesi europei stanno invecchiando e ci sono studiosi – come il francese Emmanuel Todd, per esempio – che attribuiscono proprio alla inesorabile curva demografica uno degli elementi della sconfitta dell’Occidente rispetto ad altre aree del mondo. Ma l’Italia, da questo punto di vista, fa peggio della Francia. “L’Italia è un Paese in decrescita demografica – spiega ancora Altomonte –, quindi, se dividiamo il Pil per numero di abitanti, il dato pro-capite aumenta perché cala il denominatore. Ma questo non significa necessariamente che l’economia stia crescendo”. In Italia la crescita demografica e della popolazione è statica, mentre in Francia e Spagna, l’immigrazione ha compensato maggiormente la diminuzione della popolazione.

Ecco dunque la risposta alla seconda domanda che ci siamo posti. Evidentemente il governo Meloni ha recepito il suggerimento di qualche consulente esperto in materia e non ha strombazzato più di tanto il match vinto con i francesi. Si incassa, ma non ci si allarga troppo nell’area della propaganda per non scoprire tutte le carte. Meglio rimanere sul piano degli annunci pubblicitari soft.

Infine, arriviamo alla terza domanda, che tra tutte è la più interessante. L’indice preso in considerazione della Commissione europea non rappresenta più da tempo (per la ricerca economica e sociologica) il vero benessere di un Paese, soprattutto quando si confrontano Paesi economicamente e culturalmente diversi. Molti studiosi di diverse scuole di pensiero si sono ormai convinti che il Pil non sia in grado di calcolare il grado di benessere di un Paese. Le teorie più recenti hanno cominciato così a introdurre nuovi parametri nel calcolo del benessere sociale generale. Si parla di attività economica che non crea redditi monetari, come servizi creati all’interno delle famiglie o perfino di un ritorno del baratto. In ogni caso, relazioni sociali e solidarietà tra gente che ha più bisogno di sostegno sono elementi importanti quanto (se non più) della crescita monetaria della ricchezza e dei patrimoni individuali. Basarsi solo sulla crescita della ricchezza monetaria falsa l’analisi della società, anche perché gruppi di persone molto ricche fanno aumentare notevolmente il reddito medio dell’intera popolazione, all’interno della quale una maggioranza può essere poverissima. L’antica “statistica del pollo”.

Sono passati ormai quasi dieci anni da quando in Italia un nuovo parametro di misurazione dello stato di salute del Paese è entrato nel computo, insieme agli altri indicatori tradizionali che definiscono il quadro macroeconomico. Il Bes (Benessere equo e sostenibile) è per esempio un indice, sviluppato dall’Istat e dal Cnel, per valutare il progresso di una società non solo dal punto di vista economico (come fa la misurazione del Pil), ma anche sociale e ambientale. Un indice che viene corredato da misure sulla disuguaglianza e sostenibilità. Con la legge di Bilancio del 2016, il Bes è stato inserito per la prima volta nel bilancio dello Stato e consente di rendere misurabile la qualità della vita e valutare l’effetto delle politiche pubbliche su una lista di indicatori precisi, che vanno dalla salute pubblica all’istruzione, dal lavoro alla conciliazione dei tempi di vita, dall’ambiente alla ricerca e innovazione, passando ovviamente per la qualità dei servizi. 

Ma con le destre al potere e con la ventata reazionaria che spira nel mondo stiamo ormai tornando molto indietro rispetto a quelle elaborazioni e innovazioni: dal Pil verde si passa al Pil armato, visto che sono le industrie delle armi quelle che tirano di più in questo momento, trascinando la crescita economica complessiva e determinando il Pil. Avere raggiunto i cugini francesi sulla salita della crescita economica non ci deve quindi rassicurare. Anche perché questa tappa non si vince per merito della qualità delle bici che si usano nel Giro d’Italia e nel Tour de France, quanto piuttosto nel confronto dei sistemi d’arma dei due tricolori – come si deduce facilmente dall’aumento esponenziale delle spese per la “difesa” e dall’andamento dei titoli delle principali società produttrici di armi e derivati.

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