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Dispotismo tunisino in stile egiziano

Il presidente Saïed riconfermato con l’89% dei consensi, come da copione

8 Ottobre 2024 Vittorio Bonanni  824

La Tunisia come l’Egitto? Certo il presidente del più piccolo Paese maghrebino, Kaïs Saïed, non può essere paragonato, in termini di repressione, al regime dell’egiziano Abdel Fattah al-Sisi, mandante dell’omicidio di Giulio Regeni e di tanti oppositori politici. Ma in quanto a consultazioni elettorali il risultato bulgaro, con il quale il capo di Stato tunisino si è affermato, ricorda molto da vicino ciò che regolarmente succede al Cairo. Come previsto, Saïed, in carica dal 2019, è stato eletto per la seconda volta con il l’89% dei consensi a fronte di una partecipazione al voto del 27,7%. Anche se più alta della scorsa consultazione locale di febbraio, che registrò un misero 11,8% al primo turno e un 12,5% al secondo, si tratta di un dato che conferma la rassegnazione di una popolazione consapevole che recarsi alle urne o meno è la stessa cosa.

Cinque anni fa l’attuale presidente era stato eletto a furor di popolo al secondo turno, con il 72,7% dei voti espressi, contro l’imprenditore Nabil Karoui. Ma la deriva autoritaria (vedi qui, e qui, e qui, ancora qui, e infine qui) della sua politica gli ha via via alienato sempre più i consensi. Il 25 luglio 2021, approfittando di una classe politica screditata, aveva sospeso le attività del parlamento, eliminato l’immunità parlamentare per i deputati, destituito il capo del governo, Hichem Mechichi, a cui hanno poi fatto seguito tre diversi premier, le cui funzioni sono state limitate dalla concentrazione del potere nelle mani del capo dello Stato, che ha governato per decreto, trasformando così di fatto la Tunisia in una repubblica presidenziale con scarsa agibilità democratica.

Alle accuse di avere messo in atto un “colpo di Stato”, Saïed aveva risposto di essersi avvalso dell’articolo 80 della Costituzione – modificata nel 2022 –, che prevede l’instaurazione dello stato d’emergenza quando si profili un pericolo per la nazione, che si stava materializzando a causa dei traditori della “rivoluzione dei gelsomini”, quella che in Tunisia, nell’ambito delle “primavere arabe” del 2011, aveva condotto alla destituzione del dittatore Zine El-Abidine Ben Ali.

Diversi partiti politici hanno poi boicottato il voto, per via della sempre minore autonomia dell’Alta autorità indipendente per le elezioni (Isie), organo costituito nella fase di transizione politica post-primavera araba, con il fine di garantire elezioni libere e democratiche, ma divenuto sempre meno autonomo dopo il decreto legge del 2 maggio 2022. La decisione di non partecipare al voto è stata quindi motivata dall’assenza di un clima politico sereno. Tra quelli che hanno fatto questa scelta, il Fronte di salvezza nazionale, le cui principali componenti sono il partito islamista moderato Ennahda, presente anche in Algeria, e Qalb Tunes, formazione laica che si rifà al pensiero del primo presidente tunisino, Habib Bourghiba, artefice della decolonizzazione e di orientamento socialista. Alla fine, gli unici sfidanti di Saïed sono stati due sconosciuti: Zouhair Maghzaoui, 59 anni, ex deputato “panarabista”, e Ayachi Zammel, ottantenne, ex deputato liberale e presidente del movimento Azimoun. 

Contro la deriva autoritaria, si è espresso più volte, negli ultimi mesi e anni, il principale sindacato del Paese, la Ugtt (Union générale tunisienne du travail) con scioperi, rivendicazioni sociali, e anche con istanze prettamente politiche contro il presidente. Una mobilitazione alla quale il regime ha risposto con arresti dei militanti sindacali. Ciò in un contesto economico caratterizzato da una crisi che, recentemente, ha conosciuto un leggero ridimensionamento soprattutto nel settore del turismo – al 10 agosto 2024, erano stati accolti 5,8 milioni di turisti, più 6,7% rispetto all’anno scorso, un dato significativo, se consideriamo l’estrema precarietà politica e sociale del Paese – e un miglioramento nel settore agricolo. Timidi segnali di ripresa (0,6% di crescita), che hanno però visto sostanzialmente invariato il tasso di disoccupazione (dal 16,2 al 16%) ancora altissimo nel settore giovanile, arrivando al 43%, il più elevato della regione. Anche l’inflazione è rimasta stabile (6,9%).

Il tutto va inserito in un ambito di variegate relazioni internazionali, considerando i legami con i Paesi vicini, le buone relazioni con l’Algeria e il Marocco (anche se in quest’ultimo caso permane una differenza, per via del sostegno di Tunisi alla causa del popolo sahrawi). Recentemente, la Tunisia si è avvicinata alla Cina, come dimostra il recente incontro a Pechino del nuovo primo ministro, Kamel Maddouri, con Shi Wenjun, il direttore generale del Fondo di sviluppo cinese-africano (Cadf). Un eventuale aiuto economico del Dragone servirebbe al Paese per risollevarsi dal suo debito pubblico. Naturalmente, i rapporti più importanti sono con l’Occidente. Gli Stati Uniti sostengono da anni Tunisi, sia dal punto di vista economico sia da quello militare. E poi c’è l’Unione europea, con il sostegno economico del vecchio continente a Tunisi che si collega, inevitabilmente, alla questione migratoria, altra nota dolente della politica tunisina. Gli accordi firmati tra la premier italiana, Meloni, e il presidente tunisino hanno portato al blocco di 46.000 persone in partenza verso l’Europa; in particolare, in Italia, c’è stato un calo degli arrivi del 62% rispetto al 2023. Analogo trend per ciò che riguarda i rimpatri dall’Italia verso la Tunisia (e la Libia), aumentati del 20%.

Questo comporta però un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei migranti, anche tunisini ma in prevalenza sub-sahariani. Molti, tra i respinti, sono abbandonati a loro stessi nel deserto, finendo spesso nelle mani di trafficanti senza scrupoli. Quella che emerge, dal quadro descritto, è l’assoluta indifferenza occidentale nei riguardi di un Paese che sta conoscendo una grave involuzione autoritaria, anche sulla pelle di chi fugge da guerre e fame, in cambio di aiuti economici. Del resto, se consideriamo i rapporti immutati con l’Egitto, malgrado tutto, non c’è da sorprendersi se si chiudono entrambi gli occhi, privilegiando gli affari e la toppa messa alla questione migratoria.

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